L’arte di starsene a casa

interviste al tempo della Covid-19 — undicesima puntata

In occasione di queste giornate di ritiro domestico forzato, noi di Frizzifrizzi abbiamo pensato di pubblicare una serie di piccole interviste a professionisti e artisti che stimiamo per dare ai nostri lettori un po’ di potenziali consigli per tirare fuori qualcosa di buono da questo periodo buio (e poi perché, semplicemente, siamo curiosi).

In ogni puntata daremo parola a diverse persone.
Le domande sono uguali per tutti.
Gli ospiti di questa undicesima puntata sono: Marino Neri, Lorenza Natarella, Riccardo Guasco, Elena Iodice e Paolo Cabrini.

Marino Neri

marinoneri.com

Nato a Carpi nel 1979.
Dopo le graphic novel Il re dei fiumi (Kappa edizioni, 2008) e La coda del lupo (Canicola, 2011), tradotti in Francia e Corea, nel 2012 vince il premio “Nuove Strade” di Napoli Comicon e del Centro Fumetto Andrea Pazienza come miglior talento emergente. Ha collaborato con vari quotidiani e riviste, da Il Sole 24 ore, a Internazionale da Le Monde a Linus.
Del 2016 Cosmo (Coconino Press Fandango) e del 2018 L’incanto del parcheggio multipiano (Oblomov).
Nel 2019 pubblica Nuno salva la luna (Canicola) il suo primo fumetto per bambini.

Dove vivi?

Abito a Modena, nella prima periferia, in un quartiere residenziale chiuso tra la Via Emilia e una massicciata che disegna ancora il vecchio percorso della ferrovia.

Che lavoro fai?

Sono fumettista e illustratore.

Com’è cambiato il tuo lavoro da quando devi svolgerlo da casa?

Per me non è cambiato molto: da diversi anni ho lo studio in casa.
Certo è cambiato tutto ciò che vedo dalla mia finestra. Dopo il primo periodo di sottovalutazione e il momento motivazionale che ne è conseguito, ora la situazione mostra un po’ la corda. Ci sono quelli che accendono i ceri al balcone, anziani che incroci per andare a buttare la spazzatura e che ci tengono a renderti partecipe di strampalate teorie complottiste e qualche amico che ha evidenti segni di cedimento.
Sono preoccupato per le reazioni dei cittadini almeno quanto lo sono del contagio.
Ma non tutte le cose che stanno capitando sono brutte: l’altra sera, per la prima volta, dalla mia finestra ho sentito le rane gracidare.

Con chi sei in casa?

Con la mia compagna con la quale condivido casa e studio: 50 metri quadrati in tutto.
Per fortuna abbiamo un ricco mondo interiore.

Cosa fai in questi giorni di reclusione casalinga forzata?

Continuo a lavorare, ho diverse scadenze da seguire.

Stai usando o hai pensato di usare questo strano periodo come occasione per fare qualcosa che non avevi avuto modo o tempo di fare?

Il tempo che mi è stato sottratto agli incontri e ai festival lo sto impiegando nel lavoro al mio nuovo libro a fumetti.
Sembra incredibile, ma a me il tempo non basta mai.
Tra l’altro è un libro di “fantascienza” che parla di una società distopica, chiusa ermeticamente…
Ogni volta che vado a far spesa al supermercato di quartiere (rigorosamente una volta a settimana) e mi vedo riflesso nel banco frigo con la mascherina, si crea un cortocircuito strano nella mia testa.
Dopo questa esperienza non so chi avrà ancora voglia di leggere una storia del genere, in tal caso vorrà dire che l’avrò scritta per me, per esorcizzare il periodo.

Qual è il posto che ti manca di più?

A casa sto molto bene, in questo sono fortunato, mi è sempre bastato poco: un tavolo dove disegnare, un posto dove leggere.
Certo mancano alcune sane abitudini, la verdura da andare a prendere al mercato del biologico del lunedì e i vari spostamenti per l’Italia e fuori d’Italia, che con la mia compagna ci capitava di fare, inseguendo questo o quel progetto.

Qualche consiglio per letture, visioni o attività per ammazzare il tempo?

“Ammazzare il tempo” è un’espressione che non mi piace, come ho detto prima il tempo per me è molto prezioso.
Sarà che caratterialmente mi sembra sempre di perderlo, sarà che ho sempre desiderato possedere il potere di dilatarlo.
Mi rendo conto, è ovvio: questo non è il momento giusto per “dilatare” il tempo.
Abbiamo tutti bisogno che questa cosa passi il più in fretta possibile.
Però forse, quando era il momento per le riflessioni, con la nostra smania di “ammazzarlo” questo tempo, tutti rapiti dal ronzare dell’arnia nella quale abitiamo, ci siamo dimenticati di volgere lo sguardo verso l’esterno.
«Siamo parte della natura, di una natura che esiste su questo pianeta e solo su questo. Più distruggiamo gli ecosistemi, più smuoviamo i virus dai loro ospiti naturali e ci offriamo come un ospite alternativo…» dice David Quammen in questa intervista, l’unico consiglio di lettura che mi permetto di dare.

Lorenza Natarella

lorenzanatarella.com
@lorenzanatarella

Ha 32 anni e vive a Milano. Dal 2011, anno in cui ha co-fondato Studio Armadillo, lavora come illustratrice, fumettista e grafica.
Collabora con diverse realtà editoriali e pubblicitarie, occupandosi di immagini, progettazione, redazione e didattica. Ha scritto e disegnato storie brevi di cronaca contemporanea e letteratura per gli inserti culturali de La Stampa Origami e Tuttolibri, 7Corriere e Linus.
Il suo lavoro da autrice si focalizza su storie vere narrate come se non lo fossero: ha raccontato la sua infanzia divisa tra due città abruzzesi nel fumetto La Cìtila (Topipittori, Gli anni in tasca, 2013) e la vita controversa di Maria Callas nella graphic novel Sempre Libera (BAO Publishing, 2017).

Dove vivi?

Vivo a Milano da quasi 15 anni, volevo davvero mettere seicento chilometri tra me e l’Abruzzo. Attualmente però sono a Padova.

Che lavoro fai?

Lavoro come autrice, illustratrice e grafica.

Com’è cambiato il tuo lavoro da quando devi svolgerlo da casa?

Pur avendo la fortuna di condividere uno studio con i miei colleghi di Milano, ho sempre lavorato anche da casa: mi serve essere completamente sola quando scrivo o progetto. Più che il mio lavoro è cambiato il mio grado di concentrazione, sono molto distratta ma paradossalmente questo mi mette nella condizione di lavorare con più leggerezza e velocità. Di solito faccio ogni cosa come se dovesse essere l’ultima che faccio, e sappiamo tutti che l’ansia da prestazione non fa bene al risultato.

Con chi sei in casa?

Sono a casa del mio compagno con lui e il mio gatto. Non mi è andata affatto male.

Cosa fai in questi giorni di reclusione casalinga forzata?

Mi sto riprendendo da un intervento, perciò il clima di sospensione che stiamo vivendo mi fa gioco da questo punto di vista: ho rallentato senza sensi di colpa e senza la terribile fomo. Le mie giornate sono sempre state piuttosto abitudinarie anche prima della reclusione, ma ad esempio per me è bizzarro — abituata come sono alla vita a Milano — cucinare ogni giorno sia il pranzo che la cena, non percorrere i miei quotidiani chilometri a piedi, non passare tanto tempo a osservare e origliare il brulicare delle persone e della città.

Stai usando o hai pensato di usare questo strano periodo come occasione per fare qualcosa che non avevi avuto modo o tempo di fare?

Nella prima settimana di riposo forzato post-operatorio mi sono accorta che negli ultimi dieci anni, quando pensavo di star riposando, stavo sempre lavorando. Stavolta mi sono riposata davvero e mi ha fatto benissimo. Non c’è stato giorno che decidessi cosa dovevo fare o che mi preoccupassi di come occupare il tempo, lasciavo che la noia e la curiosità decidessero per me. Ho finito per approfondire casi di cronaca nera, sperimentare app di disegno per iPad Pro (non avevo ancora provato Adobe Illustrator Draw), recuperare letture che avevo rimandato troppo a lungo, leggere articoli scientifici, perdermi su HistoryExtra, inventare una bestia per Ottantottotesti (il progetto parallelo a Ottantottobestie, del mio caro Marco Taddei) e mandare fiumi di messaggi ai miei amici. Da oggi però torno a lavorare a pieno regime.

Qual è il posto che ti manca di più?

Studio Armadillo senza ombra di dubbio. Mi manca vedere i miei colleghi, pranzare tutti insieme e condividere musica, opinioni, bicchieri di vino e pettegolezzi.

Qualche consiglio per letture, visioni o attività per ammazzare il tempo?

Il mio unico consiglio è di non fuggire la noia a tutti i costi: annoiarsi è un lusso per la mente e fa bene alle idee.

Riccardo Guasco

riccardoguasco.tumblr.com
@guascoriccardo

Illustratore e pittore italiano nato ad Alessandria.
Ama i vecchi manifesti anni ’40, Picasso, Depero, Sempé, il suprematismo russo, il cubismo e i personaggi del corriere dei piccoli.
Innamorato del manifesto come mezzo di comunicazione utile ad una buona educazione all’immagine, mescola poesia e ironia creando illustrazioni per far sorridere gli occhi. Le sue illustrazioni appaiono su campagne pubblicitarie, riviste, libri, navi e biciclette.
È felice di aver collaborato con New Yorker, Los Angeles Magazine, Eni, Diesel, Longines, Greenpeace, Emergency, Moby, Rapha, Vanity Fair, Rai, Poste Italiane, L’Espresso, Architectural Digest, Selle Royal e molti altri!

Dove vivi?

Vigevano.

Che lavoro fai?

Illustratore.

Com’è cambiato il tuo lavoro da quando devi svolgerlo da casa?

Avevo già fatto in passato qualche esperimento di lavoro da casa, del resto il mestiere di illustratore non occupa molto spazio e quasi sempre nasce dal piccolo spazio di una camera con una scrivania in casa che è sempre pronta per essere riutilizzata in casi di emergenze o di lavoro extra.
L’unico cambiamento forse riguarda i tempi, condividendo il lavoro da casa con una famiglia necessariamente gli orari vanno rivisti e le lunghe sessioni di ore ed ore del studio lasciano spazio a momenti più brevi e intensi per cercare di ottimizzare le ore a disposizione e trovare spazi anche per essere padre e marito. 

Con chi sei in casa?

Mia moglie mia figlia.

Cosa fai in questi giorni di reclusione casalinga forzata?

Disegno!

Stai usando o hai pensato di usare questo strano periodo come occasione per fare qualcosa che non avevi avuto modo o tempo di fare?

Non riesco ad iniziare nulla se prima non ho finito tutto quello che ho già pianificato di fare, quindi per ora punto a terminare tutti i lavori a scadenza.
Nella lista delle cosa che vorrei fare c’è: alleggerire la casa da tutte le cose inutili, fare l’orto (quello lo ha iniziato mia moglie), cominciare a meditare, fare sessione di allenamento in casa, farsi un pollaio.

Qual è il posto che ti manca di più?

Ho un forte spirito di adattabilità, diciamo che per ora nessuno, va bene così. Primo posto dove andrò appena finito tutto, dal meccanico e poi al mare!

Qualche consiglio per letture, visioni o attività per ammazzare il tempo?

Seguendo il filone delle grandi pulizie di primavera Il Magico Potere del Riordino di Marie Kondo, su Netflix il documentario Minimalism sempre per eliminare il superfluo, per ammazzare il tempo invece abbiamo appena piantato i pomodori, visto che comincia ad essere stagione piantate qualche seme e aspettate che cresca!

Elena Iodice

solfanaria.it
@SolfanaRia
facebook.com/SolfanaRia

Laureata con una tesi in restauro archeologico sulle Terme di Caracalla all’università di Ferrara, immagina di partire per missioni di scavo nel deserto ma vede deviare improvvisamente i suoi progetti e si ritrova in Veneto ad occuparsi di Restauro.
7 anni fa, l’incontro inaspettato con una classe (in barba al suo assunto: «Non insegnerò mai!») le cambia ancora, ma questa volta definitivamente, la vita. Spinta da un’insegnante con lo sguardo lungo, inizia a portare esperienze legate all’Arte in scuole, musei, biblioteche, istituti culturali.
Racconta la sua esperienza attraverso la collaborazione con blog e giornali (Topipittori, Frizzifrizzi, Il sole 24 ore, I quaderni dell’osservatorio, L’Indice), ma soprattutto viaggia per l’Italia cercando collaborazioni capaci di approfondire la ricerca iniziata tra quei banchi di scuola.
In particolare, collabora con Stefano Laffi di Codici, Alchemillalab per il progetto Artoo, Alcantara teatro per il festival Filo per filo, segno per segno, Antonio Catalano e i suoi Universi sensibili,
Drammatico Vegetale e Tuttestorie, festival di letteratura per ragazzi.
Solfanaria è lo pseudonimo che si è scelta attingendo ai suoi ricordi bolognesi e che racconta, da solo, il senso profondo della sua ricerca.

Dove vivi?

Io sono bolognese ma da 15 anni vivo in Veneto, vicino a Vittorio Veneto.

Che lavoro fai?

Sono architetto, laureata in restauro archeologico ma da 7 anni progetto esperienze legate all’Arte per bambini ed adulti. Ecco, forse è questo il modo in cui mi definirei, quello che capace di racchiudere ogni cosa che faccio: una progettista.

Com’è cambiato il tuo lavoro da quando devi svolgerlo da casa?

Molti dei progetti che elaboro nascono a casa. Qui ho il mio piccolo studio, la mia riserva di materiale, i libri, la cantina con chiodi e bulloni. Potrei dire che non molto è cambiato e di fatto è così. Invece mi manca la parte più importante, la relazione con le persone che incontro. Senza di questa il mio lavoro è sterile.
Potrei fare tutorial, disseminare il web di video e idee ma senza quel rapporto che è prima di tutto umano resta un esercizio e non un’esperienza.

Con chi sei in casa?

Sono a casa con la mia famiglia, mio marito e i miei due figli di 7 e 11 anni.

Cosa fai in questi giorni di reclusione casalinga forzata?

Penso, penso molto e leggo.
Ogni tanto mi viene un’idea e allora tiro fuori carta, forbici, terre, colori e provo e per un po’ la casa ripiomba nel solito, allegro, disordinato fermento. Poi accantono tutto per “quando sarà”.
L’anno scorso sono stata costretta a casa a lungo per una polmonite virale (sic!). I primi giorni mi pareva di impazzire, avevo l’impressione che il mondo, fuori, girasse senza di me. Poi, quell’inattività, quell’essere costretta a restare ferma e per la maggior parte del tempo in silenzio, ha cominciato a lasciare tracce preziose. Mi ha insegnato ad aspettare: è questo che anche oggi sto facendo, aspetto.

Stai usando o hai pensato di usare questo strano periodo come occasione per fare qualcosa che non avevi avuto modo o tempo di fare?

Un paio di progetti necessitavano di essere pensati in modo più profondo: li ho ripresi in mano e sono ripartita da 0, approfittano delle mani mai ferme di Bianca, mia figlia.
Altri, accantonati per la solita mancanza di tempo, escono dai cassetti e sono soggetti a prove multiple, ancora più difficili perché ora non tutto quello che servirebbe si può recuperare. Si deve fare con quel che si ha e spesso, questa mancanza di mezzi, come poi insegna l’Arte, aiuta ad arrivare all’essenziale.

Qual è il posto che ti manca di più?

Mi mancano i bambini, quelli delle scuole e quelli che incontro fuori, nel mondo. Li ho sognati spesso in questo periodo. Un paio di notti fa erano con me, in una specie di piccolo teatro. Chiedevo loro di raccontarmi la paura che avevano provato durante questo lungo, silenzioso periodo. Sentivo, nel sogno, che quella sensazione condivisa e raccontata era il modo più potente per poterne uscire.

Qualche consiglio per letture, visioni o attività per ammazzare il tempo?

Ho ripreso in mano, un po’ per caso il libro Louise Bourgeois Distruzione del padre / Ricostruzione del padre: Scritti e interviste, edizioni Quodlibet. È un libro potente così come l’opera di questa artista straordinaria per la quale l’Arte è stata, prima di tutto, una benedizione capace di ricucire ferite. Non sanarle, attenzione, il segno resta ma le lacerazioni sono riportate ad una nuova unità.
E poi ogni intervista filmata di Maria Lai. Ieri, nel riascoltarmi un pezzo tratto da Sospesa tra
cielo e terra – tra dialogo e racconto
mi sono trascritta questo brano che allude alla performance Legarsi alla montagna (altro suggerimento prezioso, per chi non la conoscesse) e che sembra perfetto per noi oggi: «Ulassai è una metafora straordinaria perché è minacciata da frane, come il mondo. Allora si parlava della bomba atomica, era minacciato da frane universali. E poi, questo nastro che arriva, ma che vuol dire un nastro? Non vuol dire niente, non sostiene però lì, nella storia, nella leggenda, ci dice che quel nastro ci ha dato una direzione di salvezza. A tutto il paese faccio questo appello: “Dia un’immagine del mondo nuova e dell’Arte perché l’Arte è come quel nastro bella da vedersi ma è soprattutto direzione di salvezza”».

Paolo Cabrini

pratichedelloyaje.it
@pratichedelloyaje
facebook.com/pratichedelloyaje/

Nasce a Firenze nel 1967. Da decenni esperto nella calcografia imparata presso l’Accademia di Brera e Bottega d’Arte dell’Editore Raffaele Bandini a Milano con lo stampatore Moreno Chiodini.
Si perfeziona nella Xilografia e Tipografia, dedicandosi alla grafica d’arte, e alla comunicazione visiva di protesta e impegno sociale con manifesti e cartoline. Lavora principalmente su progetti di arte collettiva con scuole, associazioni e soprattutto nel campo della disabilità mentale. Nel 2007 crea un marchio editoriale, Pratiche dello Yajè con cui pubblica manifesti tipografici e cartoline satiriche-grottesche, unendo la tipografia a caratteri mobili con la xilografia, stampati a mano con tirabozze tipografici. Ha pubblicato libri d’artista con le case editrici: Pulcinoelefante (Osnago), Il Ragazzo Innocuo (Milano) e non ultimo una edizione dedicata a Dino Campana per i Quaderni d’Orfeo (Merate). Ha svolto workshop per il PAC di Milano. Dal 2017 è membro del Decollage de ‘Pataphisique di Milano. Svolge e promuove laboratori e conferenze dedicate al manifesto, per scuole e biblioteche.

Dove vivi?

Mi chiamo Paolo Cabrini e una decina di anni fa presi la decisione di ritirarmi in un piccolo paesino della Vallassina: Lasnigo in provincia di Como, 470 abitanti, un luogo immerso nella natura e lontano dal chiasso ansioso della città dove ci avevo abitato per quarant’anni in una zona che amo, la Bovisa.
La scelta di allontanarmi dalla città, non fu una scelta d’isolamento ma piuttosto di contenimento o raccoglimento.

Che lavoro fai?

A Lasnigo ho installato il mio studio d’arte tipografica, Pratiche dello Yajè, un minuscolo laboratorio che mi vede impegnato a realizzare opere d’arte tipografica e xilografica, quest’ultima esercitata da più di 27 anni.
Avevo iniziato l’apprendimento dell’arte incisoria calcografica nel 1993, nella stamperia d’arte dell’Editore Raffaele Bandini. Uno degli ultimi editori milanesi, insieme a Linati, e Upiglio. Sotto la fraterna amicizia dello stampatore Moreno Chiodini, per molti anni ho imparato e acquisito con abilità tutte le tecniche incisorie, fino ad approdare alla xilografia. Tempo fa avevo conosciuto uno dei più importanti xilografi italiani, Adriano Porazzi, un grande esecutore di matrici e di grande raffinatezza, che qualche dritta me l’ha data.

Com’è cambiato il tuo lavoro da quando devi svolgerlo da casa?

Praticamente non è cambiato perché ho sempre lavorato da casa. La xilografia esige attenzione, è come un esercizio meditativo dove il movimento chirurgico della mano e delle dita devono essere accordati ad una buona respirazione. Alla fine, dopo anni di pratica, si possono rompere le noci con le dita della mano da quanta forza si riesce a concentrare in un solo punto.

Quando si parla oggi di xilografia si pensa all’incisione su linoleum, confondendola. I giovani preferiscono questo materiale più duttile e morbido ma cadaverico, perché in fase di stampa non restituisce la sua anima. La venatura del legno è un elemento vivo nella stampa e cerco di usare diverse tipologie di legno: pero o ciliegio per le matrici importanti, compensati vecchi e fragili, per effetti più intensi e infine il finto legno mdf ma certamente efficace per matrici grandi. Questo mi accade anche per i caratteri tipografici in legno che più sono usati, più restituiscono il loro vissuto.

Da tempo porto nelle scuole, biblioteche e associazioni un progetto che ho chiamato Arte Tipografica Collettiva, che mi vede promotore di una nuova figura dell’artista. Non più quella individuale e solitaria di fine ‘800 che vive chiuso in soffitta. Ma una arte che crea opere con la parola composta tipograficamente e con le persone per conseguire un risultato di pensiero collettivo. Qualche anno fa ho portato questo progetto al PAC di Milano in occasione della mostra di Santiago Serra per realizzare col pubblico un manifesto di protesta, fu sorprendente.

Con chi sei in casa?

Vivo con mia moglie, è latinoamericana, dell’Ecuador e dal continente latinoamericano ho appreso il valore della xilografia come una delle più alte tecniche di diffusione e comunicazione di protesta, forse perché dove c’è poco, si impara a valorizzare quella che è stata una tecnica millenaria. Loro lavorano prevalentemente sul “caucho” la gomma con cui si risuolano le scarpe. E sono davvero incredibili. Basti pensare alla literatura de cordel del Brasile o i manifesti informativi di propaganda sandinista del Nicaragua che avevo visitato nel 1994 poco dopo la guerra.

Cosa fai in questi giorni di reclusione casalinga forzata?

Posso dire che per produrre cose forti ho bisogno degli arresti domiciliari e in questi giorni ho partorito un progettino: denominato I ricordini alludendo agli stronzini che si trovano per le strade lasciati dai favolosi animaletti domestici. Li ho sottotitolati (stron-zine-tag) perché tutto è realizzato su delle tag di carte varie, pregiate e meno.
Una delle componenti della mia arte è l’ironia, un amico psichiatra, che è poi quello che ha accolto nella sua galleria (Milano Manifesti) i miei lavori, mi spiegava che l’ironia è una forma di crudeltà latente. Quando non si può protestare con la violenza o con le armi si cercano di usare altri mezzi e credo che io mi sia diretto a quello dell’arte di protesta e invettiva ironica, usando la tipografia e la xilografia come dei veri strumenti di violenza. Apprezzo molto i miei colleghi, ma non amo vedere i collezionisti di caratteri mobili, credo che sia un delitto possedere una infinità di font e poi non sapere cosa scrivere ed è un po’ quello che vedo. Tanti bei esercizi di grafica tipografica ma poi sul piano comunicativo inutili.

Stai usando o hai pensato di usare questo strano periodo come occasione per fare qualcosa che non avevi avuto modo o tempo di fare?

Sì, come spiegato precedentemente ho realizzato il progetto I ricordini, cercando di contagiare amici a inviarmi i loro ricordini sempre in linea con la mia richiesta editoriale, cioè quella ironica.
Spero che alla fine di tutto questo periodo, possa raccogliere il risultato di questo progetto in un libro contestualizzandolo nel periodo storico che abbiamo vissuto.

Per me la storia è fondamentale per capire la società. Amo molto la letteratura che poi diventa spesso fonte di ispirazione. Amo l’opera di Manzoni, perché è stato l’iniziatore di una analisi sociale tra oppressi e oppressori, lo conosco talmente bene grazie alla frequentazione per alcuni anni di Giancarlo Vigorelli, letterato e presidente degli studi manzoniani.
Per capire la società bisogna essere dei grandi osservatori del comportamento umano. Molti miei manifesti hanno ironizzato certi comportamenti e pensieri della società contemporanea.

Porto sempre in tasca un taccuino dove annoto spunti, frammenti di dialoghi, libri da leggere o cose da vedere. Anche il cinema è per me fonte di ispirazione. I miei taccuini non sono dei veri e propri diari ma pagine di appunti e osservazioni fatte spesso anche di una sola parola. Devo continuamente consultarli per riprendere gli spunti di lavoro. Ma la fonte di ispirazione è per me l’ignoranza degli altri, le cose che fanno con stupidità e io approfitto per prenderli per il culo. In questo c’è una forma di crudeltà latente.
Alle volte mi chiedono come realizzo le mie opere, ma non esiste un metodo perché non si può raccontare un incidente che accade tra parola e immagine, assonanze e ossimori, una delle figure retoriche che prediligo usare.

Qual è il posto che ti manca di più?

La casa in america latina dove ogni anno vi trascorro un mese, e spesso svolgo laboratori con la casa della cultura Benjamin Carrion di Machala.

Qualche consiglio per letture, visioni o attività per ammazzare il tempo?

Qualche libro che potrei consigliare sono i racconti di Jack London, come Allestire un fuoco, dove l’uomo è posto davanti a qualcosa di estremo e dove è richiesta una esigenza di sopravvivenza, proprio come oggi dove la mente è quella più fragile rispetto al corpo.

Una cosa invece originale è creare una “situazione” strana o diversa e viverla, come la teoria della deriva di Guy Debord che ammiro.
Si può fare un viaggio fantastico anche intorno al proprio tavolo di casa e annotare le esperienze che si vivono, ma anche improvvisare una cucina situazionista, aprire il frigo e inventarsi una ricetta con quei pochi ingredienti a disposizione.

In definitiva non bisogna che la mente si impadronisca della paura o dell’angoscia della morte.
Questo metodo si chiama “fare un agguato alla mente”, è molto presente nelle pratiche sciamaniche di cui sono un grande estimatore e studioso. È dallo sciamanismo e dal contatto con gli indios Shuar che nasce il nome della mia casa editrice: Pratiche dello Yajè.

In copertina: “Living room of Mormon farm family. Santa Clara, Utah”, di Lee Russell, 1940 (fonte: digitalcollections.nypl.org) | elaborazione grafica: Frizzifrizzi.

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