L’arte di starsene a casa

interviste al tempo della Covid-19 — decima puntata

In occasione di queste giornate di ritiro domestico forzato, noi di Frizzifrizzi abbiamo pensato di pubblicare una serie di piccole interviste a professionisti e artisti che stimiamo per dare ai nostri lettori un po’ di potenziali consigli per tirare fuori qualcosa di buono da questo periodo buio (e poi perché, semplicemente, siamo curiosi).

In ogni puntata daremo parola a diverse persone.
Le domande sono uguali per tutti.
Gli ospiti di questa decima puntata sono: Bruno Tognolini, Martina Tonello, Walter Fochesato, Giulia Cavaliere e Francesco Poroli.

Bruno Tognolini

brunotognolini.com
facebook.com/tognolini.b

Bruno Tognolini è nato sotto la grande luce della Sardegna. Poiché però quella luce non bastava, è partito a cercare fortuna lontano lontano, nel Continente pieno di strade e occasioni. Ha cercato per tanti anni, e mentre cercava studiava al DAMS di Bologna, inventava e suonava e costruiva nel teatro di base, e cercava di scrivere sempre. Un giorno, appena uscito dal suo gruppo di teatro e assai impaurito di non saper far niente, ha incontrato la fortuna che cercava: è stato chiamato nella reggia della RAI a scrivere i testi del programma per bambini L’Albero Azzurro. Per fortuna l’hanno chiamato la prima volta, ma non solo per fortuna la seconda e la terza e le altre: evidentemente, anche se a lui pareva di no, qualcosa aveva imparato. Da lì in poi, infatti, non si è più fermato, e ora è fiero di guadagnarsi da vivere scrivendo rime e storie “per bambini e per i loro grandi”. Ha scritto per la TV (4 anni di Albero Azzurro e 11 di Melevisione), ha scritto teatro, canzoni, saggi, centinaia di rime e racconti d’occasione per chi li chiedeva; ha scritto libri, 50 titoli dal 1992 a oggi coi maggiori editori italiani. Per due volte, nel 2007 e 2011, gli è stato assegnato il Premio Andersen. Il suo ultimo romanzo, Il giardino dei musi eterni, è Libro dell’Anno a Fahrenheit Radio Tre (prima volta di un libro per ragazzi), finalista del Premio Strega Ragazzi, e vincitore del Premio LiBeR Miglior Libro 2017. E insomma alla fine si è detto: bene, ho imparato.

(Foto di Valerio Loi)

Dove vivi?

Lo so, qua la risposta in genere è soltanto una parola: un nome di città. Ma io città ne ho due e le dirò entrambe. Vivo — o meglio vivevo fino a un mese fa — fra due case in città lontane, a settimane alterne: una settimana stanziale, coniugale e di lavoro nella casa di Lecce, dove mia moglie vive e insegna all’università; e una settimana raminga di incontri coi lettori nelle scuole e biblioteche e sale di tutta Italia, con base in una casina alla periferia di Bologna.

Che lavoro fai?

Faccio lo scrittore per bambini, e per il loro grandi.

Com’è cambiato il tuo lavoro da quando devi svolgerlo da casa?

Non sono due lavori, i miei, è un solo lavoro con due mani, due piedi e due occhi. Il lavoro di scrivere (le mille mail che servono al lavoro, ma per fortuna anche rime e storie) l’ho sempre svolto a casa, o nei treni e negli alberghi: quello non è cambiato, o solo in meglio perché scrivere a casa è meglio che scrivere in treno.
Il lavoro di incontrare i lettori — e di viaggiare per incontrarli: i miei cari giorni raminghi nelle casine di viaggio dei treni e degli alberghi — è cambiato un bel po’ perché si è estinto. Sono stati cancellati, o scaramanticamente rimandati, una quindicina di incontri da fine febbraio ora a metà aprile, in una decina di città.

Con chi sei in casa?

Sono stato fortunato: la quarantena poteva cogliermi a Bologna, nella casa di Rastignano subito fuori città, e avrei dovuto forse combattere con le restrizioni per raggiungere la dimora coniugale a Lecce; o forse costretto al confino avrei passato settimane buie e dure in solitudine, sapendo sola la cara sposa. Invece mi ha colto qui, e qui sono con lei.

Cosa fai in questi giorni di reclusione casalinga forzata?

Scrivo, leggo, suono la chitarra, gioco a videogame sereni insieme alla sposa, pedalo sulla cyclette, ascolto la radio alla prima mattina e seguo i TG alla sera, vedo serie e vedo film. Come tutti.
Scrivo: mail di lavoro, ma via via sempre meno e ormai quasi estinte; lettere e messaggi personali a famigliari e amici sui social; e rime nuove per un nuovo libro che sto preparando. Curo su Facebook, profilo e pagina, una mia rubrichetta quotidiana intitolata Decamerina poetica per il coronavirus. RIME PER GRANDI E PICCOLI CHIUSI IN CASA. Una filastrocca e brevi commenti ogni giorno. Ne ho in magazzino oltre 1300, cartucce in rima da sparare: non durerà altrettanto la clausura. Oggi è la Quindicesima Giornata; la Prima, sulla pagina FB, è qui.

Stai usando o hai pensato di usare questo strano periodo come occasione per fare qualcosa che non avevi avuto modo o tempo di fare?

Sì: stare in casa più di una settimana. Nelle settimane stanziali, qui a casa con la sposa, sono molto sedentario, casalingo, un paguro. Esco, anzi uscivo ogni giorno per un’ora di camminata fra le 12 e le 13, quasi sempre nel bel cimitero storico di Lecce, silenzioso e deserto a un passo dal magnifico centro della città.

Da tempo mi chiedevo, cercavo di divinare scrutando il futuro, come avrei patito una qualche forzata rottura di questo ritmo alterno, casa e viaggi, sposa e gente, Lecce e mondo. Ritenevo che mal mi sarei adattato a una lunga forzata clausura, ne avrei patito, avrei forse smaniato: non è così. Mi sono accoccolato nei ritmi e riti, nelle care cose, nella luce che cambia nella casa, come una lucertola nella tana del letargo. Consapevole del privilegio, d’essere chiuso:
1) in una bella casa grande,
2) in buona e naturale compagnia,
3) senza problemi urgenti di salute,
4) senza problemi urgenti di risorse,
5) sapendo ogni giorno gli altri miei cari lontani ma sani e sereni; consapevole che tantissimi patiscono la mancanza di una o più o tutte queste cinque condizioni, o di una sesta e una settima che a me sfugge; consapevole di questi privilegi, e anche dell’ingiusta e inesorabile vergogna di goderne, posso dire di stare bene qui rinchiuso; e perfino, nel rispetto della pubblica disgrazia, di gioire della privata reclusione come d’una inattesa vigilia d’armi, un fermo sabbatico, un tratto a maggese dove la vita riposi, si chini a più fondi lieviti, scoprendo sorprese. Questo maggese della vita, occorre dirlo, non sarei stato in grado di donarmelo da me: è un dono del virus.

Qual è il posto che ti manca di più?

I treni, le stazioni, gli alberghi. Le sale degli incontri coi bambini la mattina, coi grandi la sera. La mia casina singolare di Bologna (ma solo per qualche ora!); le mie passeggiate sui colli (Lecce è stupenda, ma è tutto bianco e piatto, niente fuga delle convalli, pochissimo verde). Mi manca anche già questa casa, questa vita pur standoci dentro.
Sentimento elusivo e abissale che molti conoscono, che può volgere in chiavi contrarie: in derealtà, spaesamento, dolente incertezza di vivere; o al contrario in fioritura rigogliosa di presenza, amorosa abbondanza del qui. Essere in un posto come se già lo si stesse ricordando è esserci due volte, ora e allora.

Qualche consiglio per letture, visioni o attività per ammazzare il tempo?

Sono purtroppo inetto consigliere. Ma tre cose posso dirle, tre supporti, tre media.

Libri.
Su Audible mi son fatto leggere dal magnifico Fabrizio Gifuni Il colibrì di Sandro Veronesi, che dopo un inizio annoiato e indispettito ha visto un lungo cammino avvinto e un finale commosso alle lacrime.
La rilettura di Lord of the rings, stavolta in inglese, e di altri titoli in corso accompagna come un bordone queste arie che spiccano emergenti.

Videogame.
Sulla PS4 sto “giocando alla realtà” (occorre sempre sognare il presente, altrimenti lui sognerà te, ed è peggio) con Everybody’s Gone to the Rapture, un adventure game fin troppo silenzioso, in cui si cammina e si esplora all’infinito una magnifica campagna inglese sontuosamente riprodotta, i cui abitanti sono scomparsi per un’epidemia. Case aperte con tazze ancora calde, giardini con sedie e giornali, prati e boschi che percorro non del tutto convinto, in lutto per la fine troppo rapida del videogioco precedente, il mistico e visionario Journey, puro sogno, puro Terreno Sacro dove io vorrei stare.
Lungo è il discorso sui “libri che salvano il mondo” contro i “videogame assassini”, e qui lo eluderemo. Ma sappiamo tutti che esistono libri e storie e rime che danneggiano gravemente i bambini; bene, esistono anche e videogame che nutrono l’anima di umane visioni, Caravaggi forever.

Cinema e serie.
Del grande cinema non parlo perché ho detto già tanto, e perché non sono in grado. Delle serie TV dico solo che mi fanno un po’ paura. Senza cedere a paranoie da Grande Fratello, ma… aver letto che il numero uno di Netflix dichiara espressamente che il suo unico vero concorrente è il sonno; e constatare ogni sera con che maligna rapidità alla fine di ogni episodio parte, se non si corre al telecomando, l’episodio successivo, mi lascia accese paure senza volto. Che cosa stanno facendo con noi questi globali Matrix storyteller? L’attuale indefinita reclusione favorirà questi loro progetti? O piuttosto quegli altri cammini di cui sopra, gli slarghi di maggese della vita?
Bene, io dico: non c’è risposta. Quindi la gara è aperta: e questa è sempre condizione e garanzia di irresistibile incantevole futuro.

Martina Tonello

martinut.com
@marti_nut
etsy.com/shop/martinut

Illustratrice e aspirante falegname.
Le piace esplorare posti nuovi, che siano il sentiero nella foresta, la strada di una nuova città o il cassetto di una scrivania.
È nata nel 1993 a Padova, e ora vive a Bologna, dove passa il tempo a inventare storie e laboratori per bambini. Pubblica con varie case editrici tra cui Electa Kids, Piemme e Editoriale Scienza.

Dove vivi?

Vivo a Bologna, da quando mi sono trasferita qui per frequentare l’Accademia di Belle Arti.

Che lavoro fai?

Faccio l’illustratrice e l’artigiana, producendo giocattoli e
oggetti di legno.

Com’è cambiato il tuo lavoro da quando devi svolgerlo da casa?

Continuo a dipingere e disegnare a casa, ma non vado più in bottega a creare nuove forme di legno.

Con chi sei in casa?

Con mio marito e il nostro cane Niki.

Cosa fai in questi giorni di reclusione casalinga forzata?

Questo marzo e aprile dovevano essere, come ogni anno, mesi intensissimi: con molte trasferte, mostre, laboratori, market. Ero pronta a ritagliare qualche ora la notte per riuscire a lavorare ai miei progetti personali. Poi, in modo assurdo e imprevedibile, la situazione si è ribaltata, e ora dedico tutto il tempo al mio progetto Nella Foresta.
Da giorni dipingo le nuove sculture di legno (prima o poi finirò), e continuerò realizzando video in stop motion.
Quindi di cose da fare ne ho, ma sempre con malinconia per tutto quello che è stato annullato.

Stai usando o hai pensato di usare questo strano periodo come occasione per fare qualcosa che non avevi avuto modo o tempo di fare?

Sto studiando le guide per un prossimo viaggio che sogno di fare (speravo a gennaio ma chissà), guardando bei film, cucinando e facendo un sacco di esercizi in casa.

Qual è il posto che ti manca di più?

Più che un posto specifico, mi manca la libertà di poter conoscere posti nuovi: mi manca poter viaggiare. E poi sono consapevole che per diverso tempo non sarà più così facile farlo.
Ma oltre a questo, mi mancano i posti classici che frequentavo, come il bar dove il sabato mattina prendevo il caffè, i sentieri in montagna, le strade di Bologna.

Qualche consiglio per letture, visioni o attività per ammazzare il tempo?

Per i grandi consiglio di leggere i libri di Gerald Durrell, che sono interessanti e divertenti, vedere il film A piedi nudi nel parco, riordinare l’armadio e chiamare qualche amico.
Per i piccoli invece: con Blanca (il collettivo di autoproduzione di cui facevo parte) abbiamo messo a disposizione i pdf dei cinque numeri della nostra rivista di fumetto e illustrazione per bambini
E per grandi e piccoli insieme, consiglio di cucinare le crêpes, che sono semplici da fare e tirano sempre su di morale!

Walter Fochesato

facebook.com/walterliliana

Studioso di letteratura per l’infanzia e di storia dell’illustrazione è, da più di 30 anni, coordinatore redazionale del mensile Andersen. Il Mondo dell’Infanzia. Insegna al dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Genova e Storia dell’Illustrazione presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata. Inoltre è fra i docenti dei master di illustrazione a Macerata (Ars in Fabula) e a Pavia (Professioni e prodotti dell’editoria).
È autore di numerosi libri, nonché di saggi comparsi in volumi collettivi, atti di convegno, introduzioni a volumi.
È membro o presidente di diverse giurie di premi letterari e di illustrazione.

Dove vivi?

A Genova, a mezza collina, poco sopra il centro storico.

Che lavoro fai?

Formalmente, da anni, sono un pensionato. In realtà insegno, fra l’altro, Storia dell’illustrazione all’Accademia di belle arti di Macerata e sono uno dei due coordinatori redazionali della rivista Andersen.

Com’è cambiato il tuo lavoro da quando devi svolgerlo da casa?

In realtà una parte importante del mio lavoro si svolgeva già in casa davanti al computer, a leggere e prendere appunti. Da questo punto di vista non è cambiato molto…

Con chi sei in casa?

Con mia moglie, i figli li sentiamo per telefono.

Cosa fai in questi giorni di reclusione casalinga forzata?

Ne approfitto per mettere in ordine (si fa per dire) nei miei libri e nelle mie collezioni, sono tornato a cucinare (prima non ne avevo quasi mai il tempo), leggo, riordino la cantina che era completamente fuori controllo. Dimenticavo, per Andersen sto scrivendo un bel po’ di recensioni che erano rimaste in arretrato.

Stai usando o hai pensato di usare questo strano periodo come occasione per fare qualcosa che non avevi avuto modo o tempo di fare?

In realtà ho un progetto piuttosto ambizioso e a cui tengo molto. Capisco che il momento di cui profittare sarebbe questo ma ci lavoro distrattamente e a intermittenza. Mi sento — lo dico sinceramente — poco motivato da una situazione come questa.

Qual è il posto che ti manca di più?

Gli incontri in giro per l’Italia con insegnanti e bibliotecari, bambini e ragazzi. Avevo decine di impegni anche per l’anno rodariano e ovviamente è saltato tutto. Ho persino nostalgia dei ritardi e dei disservizi di Trenitalia…

Qualche consiglio per letture, visioni o attività per ammazzare il tempo?

I classici sono sempre lì, pazienti ad aspettarci e rileggere, che so?, Pinocchio o Alice, L’isola del tesoro o Piccole donne, La guerra dei bottoni o Il giardino segreto riservano sempre delle piccole e grandi sorprese. Poi fra gli albi illustrati che ho visto nelle ultime settimane cito almeno: Cerfoglio di Ludwig Bemelmans (Lupoguido), La buca di Emma AdBåge (Camelozampa), E se…? di Anthony Brown (Camelozampa), Io e Charlie di Luca Tortolini con le illustrazioni di Giacomo Garelli (Orecchio Acerbo). Chiudo con un’autentica sorpresa, un albo bizzarro e divertente, da vedere e gustare, lentamente: Tutti in carrozza! di Elisabeth Corblin edito da Pulce edizioni.

Giulia Cavaliere

@warm__gun

È nata nel 1985 e ha studiato Lettere con specifica attenzione alla storia del cinema, del teatro e dei linguaggi radiotelevisivi. Si occupa di canzoni, cultura pop e libri per diverse testate italiane. Al momento è collaboratrice stabile del Corriere della Sera, Rolling Stone Italia ed Esquire Italia; è stata redattrice e autrice della rivista The Towner di Moleskine e tra le sue collaborazioni troviamo tra gli altri il Mucchio Selvaggio, Linus, IL del Sole 24ore.
Ha pubblicato Romantic Italia per minimum fax da cui è nato l’omonimo podcast di successo per Storielibere.fm.

Dove vivi?

Vivo a Pavia.

Che lavoro fai?

Prevalentemente la giornalista per il settore musicale e culturale.

Com’è cambiato il tuo lavoro da quando devi svolgerlo da casa?

Il mio lavoro è cambiato nella misura in cui il ciclo di lavori in cui mi inserisco è cambiato. Ti faccio un esempio: se escono meno dischi e i concerti, le sale cinematografiche, gli studi e le discografiche sono chiusi, il flusso di lavoro cambia e dunque si modifica anche per me che queste cose provo a raccontarle quotidianamente. Al tempo stesso per i molti che come me stanno cercando di costruirsi ogni giorno la propria strada da freelance i problemi raddoppiano: il famoso “caffè per un nuovo progetto” — come si dice a Milano — non si fa più, le riunioni saltano, gli incontri sono posticipati naturalmente a data indefinita. La comunicazione cambia, la radio dove mettevo musica è diventata casa mia, inoltre stavo lavorando a una produzione televisiva per me molto importante e ora anche su questo fronte siamo immobili.

Dal punto di vista emotivo è complicato, per la prima volta è davvero difficile lavorare con qualcosa che consideri fondamentale e non sentire ugualmente il peso di qualcosa di più imponente che sovrasta e spaventa. Tuttavia sento che più che mai la musica possa essere alta dentro, potentissima, efficace e salvifica e quindi, dove posso, come posso, cerco di continuare a portarla tra le braccia, dentro e fuori dalla casa.

Con chi sei in casa?

Vivo da sola, molto vicina alla mia famiglia dove mi trovo ora, insieme a mia madre, mio padre e a una delle mie sorelle, l’altra invece vive all’estero.

Cosa fai in questi giorni di reclusione casalinga forzata?

Dipende dalle giornate: a parte lavorare e sentirmi fortunata per avere una casa e una famiglia di persone che ora stanno bene, ci sono giorni in cui scrivo appunti su un quadernino e poi mi guardo decine di puntate di serie tv di cui neppure conoscevo l’esistenza.
Leggo molto nei momenti in cui sento la mente più lucida e insieme capace di astrarsi emotivamente da quanto sta accadendo, ci sono giorni in cui dormo più di quanto dovrei, giorni in cui scrivo qualcosa per un nuovo lavoro aperto e giorni in cui non riesco a farlo e finisco a incantarmi nel suono del pallone contro il muro del cortile che sento colpito dai figli dei vicini di casa e che entra dalla finestra misto al cinguettare degli uccellini e a questo profumo d’aria primaverile e pulita che così tanto si scontra con l’aria interiore di questo periodo.
Guardo film, parlo con gli amici da lontano, bevo caffè sul balcone, in ogni caso ascolto musica sempre. Penso a come sarà cambiata la nostra pelle se e quando usciremo di qui, a come sarà quando ci incontreremo di nuovo. Cucino quando ne ho modo e mi rilasso, inspiegabilmente, a pulire il bagno.

Stai usando o hai pensato di usare questo strano periodo come occasione per fare qualcosa che non avevi avuto modo o tempo di fare?

Sono attraversata da pensieri di questo tipo che non riguardano il cimentarsi con la ceramica, la pittura o cose che non fanno parte delle mie attività ma semmai sono legati a cose che dovrei fare e potrei fare con più tempo a disposizione. Tuttavia, come sappiamo, il tempo è un concetto vasto e se in termini di quantità ora ne disponiamo, in termini di qualità è tutto più complicato di così: i pensieri e le preoccupazioni economiche, o semplicemente legate al futuro e al domani prendono spazio e la progettualità è difficile da tenere sempre viva.

Qual è il posto che ti manca di più?

I volti delle persone che abitano la mia vita e che non vedo da tempo e chissà quando vedrò e quelli delle persone che ancora non la abitano ma che avrei incontrato, conosciuto, esplorato in questo periodo. Mi manca l’incontro, la musica che suona in un locale, una serata che non si sa come finirà. E poi mi mancano le passeggiate a Milano e penso tanto al mare.

Qualche consiglio per letture, visioni o attività per ammazzare il tempo?

La mia testa vive da sempre costantemente piena di titoli di dischi, libri, film ma in questo momento tutti questi titoli sono assiepati, confusi uno sull’altro, mescolati, poco lucidi. Non siamo in vacanza e in qualche modo non credo che il tempo vada ammazzato ma messo a fuoco in qualche modo, diverso per ognuno.
Penso che ciascuno di noi ora abbia desideri e “portate” molto diversi e personali. Io al momento consiglio sul mio profilo Instagram ogni giorno un disco da ascoltare, sempre un disco che amo e che in qualche modo penso che ora potrebbe funzionare, fare qualcosa di buono, di distensivo. Posso dire che è una fase in cui, paradossalmente, ascolto e riscopro un sacco di musica disco, musica che andrebbe ballata e lo faccio qui, a casa. Una specie di rito propiziatorio, atavico, primordiale forse, tenersi in piedi così.

Francesco Poroli

francescoporoli.it
@francescoporoli

È nato e vive a Milano.
Dal 2000 lavora come illustratore e art director
freelance.
Durante questi anni ha pubblicato su testate quali The New York Times Magazine, Wired, GQ e Il Sole24 Ore. Ha inoltre lavorato per clienti come Facebook, Campari, adidas, NBA, Red Bull, Unicredit e molti altri.
Nel 2017 ha pubblicato Like Kobe – Il Mamba spiegato ai miei figli per Baldini&Castoldi.
I suoi lavori sono stati premiati da Society of Illustrators New York e The Society of Publication Designers.
È direttore artistico di Illustri Festival, insegna
presso NABA, IED Milano e Domus Academy.

(foto: Ioan Pilat)

Dove vivi?

A Bresso, ma per fortuna dalla mia finestra vedo il cartello di Milano.

Che lavoro fai?

L’illustratore.

Com’è cambiato il tuo lavoro da quando devi svolgerlo da casa?

Il mio lavoro non è cambiato granché. L’ho sempre fatto da casa, da solo, sin dal giorno zero nella mia cameretta a casa dei miei genitori. Negli ultimi anni sono diventato un animale più sociale, ma per anni ho passato il tempo a sentirmi dire «però ogni tanto alza il culo dalla sedia».

È cambiata invece molto la mia attività di insegnante. Lavorando con diverse classi e diversi istituti, in queste settimane ho un calendario di videochiamate che manco una camgirl…

Con chi sei in casa?

Con la mia famiglia — che comprende due meravigliosi minorenni.

Cosa fai in questi giorni di reclusione casalinga forzata?

Mi sforzo di creare una routine, per me ma soprattutto per i miei ragazzi — ai quali non è facile spiegare questa situazione e questa paura.

Stai usando o hai pensato di usare questo strano periodo come occasione per fare qualcosa che non avevi avuto modo o tempo di fare?

Ci sto pensando, ma ho — da sempre — la costanza di un comodino e già temo che non ci riuscirò. Più di tutto vorrei prendermi del tempo per scrivere.

Qual è il posto che ti manca di più?

Qualunque posto che comprenda gli amici e qualche bicchiere di vino buono.

Qualche consiglio per letture, visioni o attività per ammazzare il tempo?

Ho appena finito Il ritratto di Ilaria Bernardini — strepitoso! — e ora sto cullando le mie nostalgie da quarantenne con Inventario sentimentale di Giacomo Papi.
E poi, naturalmente, suggerisco un po’ di sano e delizioso cazzeggio.

Per dirla con Enzo Baldoni (e mi scuserete la citazione un po’ lunga), «il cazzeggio è necessario non solo alla felicità, ma proprio in senso tecnico, per il nostro mestiere quotidiano di creativi. Cazzeggiare vuol dire staccare il cervello dalla logica, tornare un po’ bambini, affidarsi all’inconscio, uscire dai binari tracciati, fare nuove associazioni. E da lì, come una scintilla, nascono le idee. In fondo il cazzeggio è un po’ il corrispettivo occidentale dell’idea zen del vuoto, che è importante quanto il pieno. Solo se è vuoto un bicchiere può essere riempito di acqua fresca».

In copertina: “Living room in farm home of John Frost, part owner of 135 acres of semi-marginal land in Tehama County, California. He raises turkeys, hogs and dairy cattle”, di Lee Russell, 1940 (fonte: digitalcollections.nypl.org) | elaborazione grafica: Frizzifrizzi.

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