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Scenari bucolici? no, direi di no. Richiami marziani? neppure.
Nulla lascia detto questo video, lasciando spazio ad intuizioni sulla nuova collezione P/E 2011 di A-lab Milano. Cammina letteralmente su panorami quasi asettici ma forti. Mi ricorda un po’ Robert Mapplethorpe con i suoi eterei fiori maliziosi, ma pur sempre illibati. Sarà poi questa l’ispirazione?
Sicuramente la pre-collection rimanda a forme costruite come fossero fiori a taglio minimal, fiori che vengono poi citati nelle stampe, rivisitati, specchiati quasi si guardasse il capo da un caleidoscopo. Stampe che raccontano micromondi alla Joseph Cornell dove ogni capo potrebbe avere una propria storia indipendente ma unito agli altri racconta il fil rouge della collezione.
Mi sono un po’ perso a fantasticare su il come e il cosa di questa nuova collezione che verrà. Magari qualcosa ho indovinato, oppure non ci ho azzeccato nulla?

Neither simply T-shirt, nor leather jackets. Is rainwear “only”.
Mi rendo conto che non è stagione per parlare di pioggia, ma, visto il devastante caldo, ho sentito la necessità di trasportare il mio essere altrove. Bergen (Norvegia) è stata la soluzione.
In una città dove piove per due terzi dell’anno, conosciuta anche come la città in assoluto più piovosa d’Europa, non poteva che nascere un brand tecnologicamente avanzato nella progettazione di raincoat. E, alla semplice visione dell’abito impermeabile, è qui che sono nati, nascono e nasceranno alcuni degli sconfinamenti più piacevoli e croccanti fra abito stesso, arte, design e progettazione.
Norwegian Rain dà il suo contributo fondendo visuali provenienti da diverse culture nel più semplice impermeabile. Si attraversa il rigore lineare tipico nella visione stereotipata nordica, con colori freddi e melange grigio fumo, per approdare in volumi che ricordano vagamente il Kimono da Geisha che lascia il fastoso hyper dècor giapponese per approdare a sfumature più minimal.
Sono decisamente contento di questa “botta” di fresco, ci voleva.
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Anno dopo anno le scuole di moda italiane creano veri e propri eventi per chiudere un percorso di studi accademico con una sfilata, un’esposizione, una mostra.
Così quest’anno il Direttore del Corso di Studi Magistrale in Moda a Rimini, Fabriano Fabbri, insieme a studenti e corpo docenti, ha creato un nuovo portale che pian piano prenderà forma. Sto parlando di ZoneModa Web Cell. Un modo per mettere alla prova quello che si impara dai corsi più o meno teorico-progettuali e dare possibilità di sfogo alla propria creatività, sia questa giornalistica, che quella organizzativa o grafico-musicale.
Per la puntata pilota si sono intrufolati ai vari eventi collaterali e non del 78esimo Pitti Immagine Uomo di Firenze, con videocamera e microfono, tre studenti (Benedetta Babini, Francesca Fontana ed io) insieme ai video-maker Mimmo Lanzafame, Luca Contieri e il sound designer Antonio Pagano (MòStudio).
Il risultato di lunghe rincorse per intervistare artisti e designers si è concretizzato nella prima puntata che trovate nel video qui sopra e che ha accompagnato l’open day della Sede di Moda a Rimini insieme ad una fantastica opera d’arte “costruita” ad hoc da Yoshiki Kaihatsu, artista “eraser” che lavora attraverso correnti di bianco, colore salvifico per eccellenza, recuperando blocchi di polistirolo di ogni provenzienza e costruendo con questi veri e propri ambiente, falciando così le aspettative di una qualsiasi percezione. Le immagini dell’installazione le trovate dopo il salto.
Se avete 8 minuti di tempo per un sommario del Pitti… check the video!
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È la prima sensazione che ho percepito entrando alla presentazione di Z Zegna summer 2011. Mi sono sentito per pochi istanti come loro. Questo gruppo di manichini, come fossero uno squadrone, che ormai avevano rotto le linee, svaniti, persi momentaneamente e mentalmente.
Forse è la rappresentazione ideale per tutti coloro che in questa “Man Fashion Week” si sono trovati a gestire mille appuntamenti in soli 3 giorni e mezzo. Per lo “squadrone della moda” che ormai perde colpi e si ritrova in situazioni di perdizione psicologica.
Fortunatamente la presentazione di Z Zegna si è dimostrata un bellissimo regalo, una mezz’ora di puro relax dove Alessandro Sartori (Creative Director del brand) raccontava con voce pacata e contagiosamente rilassata le ispirazioni della collezione.
Si corre fra terra e sperimentazione, si parla di stratificazione terrena applicata alla maglia, si intravede naturalità dei materiali e si percepisce una forte presenza di colori radicati nella semplicità delle cose terrene. Bianco calcareo, grigio sasso ed intense sfumature di argilla cotta sono tra le gradazioni di colore scelte per questa collezione e indossate dal “mio” squadrone di soldati svaniti.
Le scarpe lavorano su un forte impatto bicolor della suola contro il canvas, sempre mantenedo l’idea di una strigata sartoriale dai materiali naturali e teconologici allo stesso tempo.
I capi li troverete da metà gennaio 2011 nei negozi Ermegildo Zegna.

Distorsioni della realtà, percezioni scomposte, visuali piacevolmente scomode. Non è un modo per infierire, assolutamente. Sono le sperimentazioni grafiche di Terapin che lasciano scomodamente soddisfatti.
Cos’è? due donne che si accostano l’una all’altra per un’esperienza saffica? Un candelabro con dei punti di rosso? Una mano sanguinante? Oppure una, poco didascalica, visione di “the period” femminile bloccato da un arto stilizzato quasi fosse una protesta che sembra dire Stop! Basta! ai flussi fisiologici?
Magari niente di tutto ciò… o forse tutto. Un po’ libera interpretazione, un po’ giochi di sovrapposizioni black&white, un po’ percorsi di bande colorate che creano forme, visi. Diverse angolature per guardare cose che tutti i giorni abbiamo sotto gli occhi.
Per questo trio di ragazzi made in italy comunicare con la t-shirt sensazioni e nuove visioni è una passione. Perché, come postmoderno vuole, tutto è rinsaccato in un grande calderone dal quale si può prendere ispirazione e attraverso il quale si possono creare nuovi mondi e nuove esperienze bidimensionali da indossare.
Vi aspettano tutti con ansia il 19 Maggio presso il Blam in via Ronzoni 2 a Milano per raccontarvi il loro progetto in un party che, finalmente, non ha l’esclusività della “crew” fashion della milano della moda!
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Eccomi dopo un bel po’ di silenzio. Ritorno (cercando di farlo più o meno trionfale) per raccontarvi di un piccolo evento gestito da 3 piccole donne temerarie che in questa Milano “della moda” vogliono sfatare il mito dei costi e del “non conoscerai mai il tuo vicino”. Ecco che nasce Swaporama.
Certo, ne avrete già sentito parlare di Swap party e quant’altro.. tra Bologna, Roma e Milano un po’ ce ne sono, ma in questo caso, oltre a un mero scambio di capi tra due ragazze, che spesso si guardano in cagnesco, in un luogo a tratti asettico, il Swaporama si distingue per il calore dell’ambiente.
Non si vuole limitare lo scambio tra singole persone. I capi, qui, vengono allestiti come in una vera boutique. Sono ammesse solo ragazze, forse perchè l’uomo è ancora troppo poco metrosexual per gli argomenti chiacchierati in questo Loft.
Tutto viene poi accompagnato dalle lavorazioni culinarie che il trio organizza e inventa. Ogni cosa è mignon: mini hamburger, mini consomme, mini toast…
Tutto mini, giusto perchè così non ci si sente troppo in colpa (certo un mega hamburger con salse e bacon fa più impressione di tanti ma piccoli).
Ci sarò pure io lì. Non a scambiare capi con voi ma a fare qualche foto mentre vi strappate i capelli per il capo più bello!
Il prossimo Swaporama si terrà martedì 23 Marzo a Milano e per chi è davvero interessato ci sono ancora disponibili 40 posti. Per prenotare e avere tutte le info (luogo, ora, come funziona) scrivete a swaporamalovers@gmail.com.
Il costo per la partecipazione: 10€ (aperitivo con vino). [...]

Dopo aver fatto un giro di telefonate poco modeste, del tipo “ma come non sono stato invitato?!… non sa chi sono!” :-) sono riuscito ad intrufolarmi alla presentazione del nuovo i-Suite Hotel del gruppo Ambient Hotels. Un nuovo concept hotel catalogabile nel range di strutture che vivono letteralmente nel confine tra architettura,design, moda, arte e tecnologia. Questo, effetivamente, aveva catturato la mia attenzione.
Incamminandomi verso la presentazione ecco che, nel mezzo di viale Regina Elena a Rimini, sboccia questa creatura bianca, circondata dalle favelas della periferia marittima riminese, morta, in questo inverno che non si decide ad iniziare definitivamente. Un totem di purezza colpito da giochi cromatici rilassanti.
Già dopo poche presentazioni ed un piccolo giro per visitare la struttura, ci offrono le loro coccole facendoci mettere in costume e lasciandoci alle cure della spa all’ultimo piano, tutta vetrata che dà sul mare. Poche chiacchere in compagnia di altri giornalisti e amici, un po’ di relax e si decide di prendere l’ascensore per il pool floor, la piscina riscaldata all’aperto.
Consiglio vivamente di darci un’occhiata, a questo piccolo mondo dentro una “metropoli” spenta dall’inverno… ma nella stagione in cui è più valorizzata.
Dopo il salto, altre immagini [...]

A volte per il proprio brand si scelgono nomi che possono essere collegati a ricordi (come se si volesse rendere omaggio a qualcosa), a sensazioni, ad esperienze o semplicemente perchè piace come suonano. A volte però questi nomi sono come dire… importanti. Quindi è spesso difficile trovarli su internet, in quanto, appunto, c’è sempre qualcosa di più cliccato, più famoso con lo stesso nome. Un caso a caso (concedetemi il gioco di parole) è quello dei Leitmotiv (dei quali si è già più volte parlato), che sono preceduti da una band napoletana, se non erro, e dalla nostra amica Wikipedia che gentilmente ci spiega l’etimologia del termine.
E’ per questo che ho deciso di parlarvi di Ground-Zero, anche perchè dopo la 9° pagina di google ho perso la speranza e la voglia di cercarli… Ground-Zero sono due fratelli, Eri e Philip Chu. La cosa che mi è piaciuta molto è il concetto No Rules che portano avanti. Ogni collezione è fondamentalmente un casino di stili. Da oversize a super skinny, da stampe quasi da mercatino a total black, da tessuti ultra sintetici a quelli ecologici e riciclati.
Fanno sempre capo a quella moda un po’ postatomica che è iniziata negli anni 70. Però ci ironizzano su e la fondono con stili streetwear molto londinesi.
A voi l’ultimo giudizio…
Dopo il salto altre immagini [...]

Lo scorso weekend ci hanno invitato alla presentazione della Nuova Citroën C3: prove su strada e serata in SPA, per un po’ di relax dopo la guida!
Non preoccupatevi, se c’è una cosa certa è che non vi bombarderò con schede tecniche, cilindri, prestazioni motore… Diciamocela tutta, a noi poco interessano. A noi piace che una macchina sia comoda, piacevole alla guida, silenziosa e soprattutto bella da guardare. Dopo quest’esperienza direi che alla Citroën ci hanno proprio azzeccato.

Ma bando alle ciance. Pensavo di raccontarvi quest’esperienza accompagnato da un’auto che in qualche modo abbiamo (dico abbiamo perché eravamo in tre) portato allo stremo delle sue possibilità.
Vi presento quindi tutti e tutto: la nostra Uga (new Citroën C3); la compagnia (qui sopra, Giacomo, per il Corriere dell’Umbria, Luna, per Autocar, ed infine io per Frizzifrizzi), il percorso (qui sotto).

E’ il caso di dirvi che, da bravi giovani insurrezionisti, abbiamo deciso, in comune accordo, di fare gli anarchici. Perché seguire un percorso prestabilito da una stupida voce di un navigatore? Macché, ignoriamola! Dritti verso Roma. Con il senno di poi oltretutto, è il caso di dire che la Nuova Citroën C3 ha un suo ambiente naturale proprio in città! Quindi perché non provarla direttamente li?

Il turno di guida in città nell’ora di punta è capitato a me, vi lascio immaginare dov’è finita la mia pazienza.

La giornata stupenda e il parabrezza zenit di questa macchina (per chi non lo sapesse, il parabrezza di questa macchina si prolunga fino alla metà del tettuccio, permettendo visuali non da poco), hanno permesso degli ottimi scatti.

Dopo un breve giro e una sosta sui colli ho ceduto la chiave della Uga a Luna che ci ha portato al Lago di Bracciano. Che dire di Luna, una pazza 19enne che guidava la C3 davvero da gran esperta. In realtà lo era. Poche chiacchere insieme e mi ha definitivamente spento. Credo che possa smontare e rimontare un motore di un TIR in 7 minuti, non di più. Un genio dell’auto. Io ho ascoltato ed imparato sia da Giacomo che da Luna. Loro mi raccontavano tutto e io assimilavo facendo ogni tanto delle domande che li lasciavano forse attoniti (probabilmente erano stupide). Poco male: ovvio che se mi si parla di motori non è come parlare di arte, design e moda.

Comunque, ritornando alla nostra New Citroën C3, al Lago di Bracciano abbiamo fatto l’ultimo passaggio di testimone, dando le chiavi a Giacomo. L’ultima tratta da fare era da Bracciano all’Argentario, in Toscana.

Ormai quasi buio siamo arrivati. Una luce rossiccia all’orizzonte ci diceva che eravamo in ritardo per il check in all’hotel. Accompagnati dalle musiche selezionate per noi da Citroën siamo arrivati all’Hotel Argentario Golf Resort & Spa. Una cena in compagnia, un’ultima chiacchierata sulla New Citroën C3, un ultimo bicchiere di vino nella grande terrazza mentre le valige mi aspettavano in camera e una vasca era completamente piena di bolle per un’immersione eterna.

Pronto per il giorno dopo, un’ultimo giro con la macchina e via verso l’aeroporto lasciando alle spalle persone e cose che, anche solo in 24 ore, sono diventate care.

E questa sera (22 ottobre) alle 21:05 ci sarà un piccolo evento sul sito della Citroën.
Per la presentazione di questa nuova C3, in vendita da novembre, verranno posizionate sotto la Tour Eiffel un gruppo di macchine munite di web-cam che guarderanno la Torre e lì… sorpresa.
Intanto, per chi non si accontenta del mio piccolo reportage, godetevi dopo il salto le immagini ufficiali. [...]
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add, piumino dalle linea che tutti noi ben conosciamo, compie 10 anni. Per l’occasione è andato a ripescare nell’archivio le linee più retrò presentandole in una nuova rivisitazione che porta il nome di Icon10. Però, non è tanto il piumino in sé che mi ha colpito. Ho trovato interessante il packaging.
Ormai l’involucro è diventato forma d’arte, scandalo, stupore, sorriso. Sono simpatici, brutti, belli, divertenti, innovativi. E spesso, si sa, quello su cui mettiamo gli occhi è il contenitore più che il contenuto.
add non ha voluto esagerare ed ha scelto il cilindro: semplice, essenziale, riutilizzabile.
Quindi buon compleanno add e buon acquisto, nel caso decidiate di prendervi un cilindo. Pardon, un piumino…

A tutti è capitato di avere a che fare con i cantieri. Sporchi, polverosi, assordanti! Ma la moda trova il lato positivo anche in questi.
Non per servizi fotografici stile Steven Meisel, ma per pescare anche lì l’accessorio più giusto da sfoggiare in qualche serata. Perché, quindi, non molliamo le solite borse super costose e glamour (anche se a noi piacciono tantissimolo stesso!)?
Ma sì, facciamoci la nostra borsa dal cantiere.
Resistenti a qualsiasi peso, le Ornj Bags sono state ideate da David Shock, artista di Detroit che, stufo di brillocchi e pelli pregiate, di notte si intrufola quatto quatto nei cantieri abbandonati della città per recuperare residui di materiale da costruzione per creare queste shopping bags con gli scarti più brutti e fluo che si possano trovare.
Dove si comprano? Su Etsy!

Per la terza volta lo Iuav, e più precisamente il Corso di Laurea in Design della Moda diretto da Maria Luisa Frisa, ha dato una scossa a quelle farfalle che, a periodi alterni, si addormentano nel mio stomaco. Annuncio il loro ennesimo risveglio, grazie a Collecting::Connecting 3!
Questo Corso di Laurea, e tutti gli eventi che durante l’anno ci girano vorticosamente attorno, ha saputo nel tempo darmi tante altre emozioni: dall’ansia vissuta indirettamente per cari amici che si confrontavano con progetti apparentemente impossibili ma che, in qualche modo, hanno portato a termine, alle notti in piedi per consolarne altri che volevano gettare una spugna che, in realtà, non ha mai visto il pavimento, al primo amore (quel corso ha sfornato anche quello) ed a nuove e ben consolidate amicizie che spero di poter portare avanti per molto.
Credo che l’introduzione sia durata abbastanza ed ora è il caso di fare i più sentiti complimenti a tutte quelle giovani e nuove menti creative che giovedì scorso hanno portato le loro collezioni sul palco del Teatro Comunale di Treviso e per tutti quelli che hanno lavorato alla mostra.
Iniziamo appunto da quest’ultima. La mostra Newcomers (vedi immagini* qui sopra), a cura di Judith Clark con i suoi due fidati assistenti Francesco Casarotto e Giovanni Dario Laudicina, ha portato gli ospiti attraverso una selezione di progetti (abiti ed accessori) dei primi laureati del corso, usciti dalla facoltà appena qualche mese fa.
L’esposizione continuava poi con una selezione di costumi prodotti dagli attuali studenti del corso per il progetto di Arto Lindsay. Camminando per la lunga scalinata della sede del corso di laurea, ci si imbatteva in un muro di combattenti che avevano a tratti sapori mistici, a tratti rudi e preistorici, lasciando me, e chi con me osservava ad occhi sbarrati, una poetica dark che, come un collante, si univa a quella latente sensazione di paura.
Dalla mostra sono corso alla sfilata (vedi immagini* qui sopra), curata da Angelo Figus ed Els Proost.
Qui ancora nuove sensazioni. Guardando sfilare uno per uno gli studenti con le loro collezioni (piccole opere d’arte dove il lavoro e le notti in bianco a bere caffè e Redbull sembrano essere la chiave per l’ottimo risultato) si sono messe a svolazzare le farfalle, quelle famose che spesso scioperano come gli operai delle slums.
Grandi applausi per alcuni, più moderati per altri, ma c’è da dire che non tutti in sala erano grandi esperti del taglio e cucito e forse si chiedevano come potesse essere indossabile quel capo o come quell’altro potesse affrontare la legge di gravità senza fare un piega.
*foto sono di Mich Renate
Avete voglia di qualcosa di diverso dalla solita, benché romantica, cena a lume di candela? Ecco quello che fa al caso vostro. Gambrinus, ristorante rinomato nelle campagne trevigiane, organizza per voi una Cena Futurista nel centenario del Manifesto Futurista del nostro caro amico Marinetti.
Io, dopo aver contattato l’organizzatore, mi sono permesso di indagare più approfonditamente su come si svolgeranno le cose, e ve le annuncio con gran anticipo (la cena si svolgerà in ottobre) perché i posti sono estremamente limitati (per chi è interessato lascio i contatti a piè di pagina).
Le sensazioni futuriste per questa serata viaggeranno a gran velocità, come futurismo vuole, a 360 gradi, tra installazioni d’arte, cabaret futurista, ambientazione riadattata, cibo ed ovviamente il dress code (quello che a tutti noi mette irrimediabilmente nel panico!). Dal momento che l’arte, sì mi piace, ma non è il mio campo, e di cibo, nonostante sia una buona forchetta, non me ne intendo troppo, ho deciso di raccontarvi il famigerato abito futurista, cercando di darvi dei consigli su come organizzare il vostro outfit per questa così unica serata, ed anche per omaggiare la storica avanguardia in occasione del suo centenario.
Riesumando vecchi libri di moda impolverati e dispense di vario genere, ecco il manifesto del “Vestito Antineutrale” di Giacomo Balla datato 20 Febbraio 1909. Tralasciando esclamazioni come “Glorifichiamo la guerra sola igiene del mondo” che, diciamocela tutta, non rientra di certo nelle nostre corde dopo 100 anni, vado a ripassare le regole dell’abito futurista cercando di proporvi come, adesso, ogni regola possa essere interpretata con quello che la moda ci offre e, soprattutto, ci offrirà in vista della cena ad ottobre.

Gli abiti futuristi saranno dunque:
1) Aggressivi: tali da moltiplicare il coraggio dei forti. E noi, per il prossimo fall-winter 09/10, ne abbiamo di abiti aggressivi, dal momento che lo stile preponderante sarà il punk. Comunque vi consiglierei di ragionare su questo outfit di Prada (foto 1).
2) Dinamici: soprattutto nelle forme, con triangoli, ellissi, coni, spirali. In questo caso rischiamo di inoltrarci su stampe e forme che ricordano più la musica elettronica. é meglio reinterpretare le forme ed i volumi di abiti che trovate nell’armadio, ad esempio, distruggendo una maglia lunga, già togliendole le maniche diventa un rettangolo. Per darvi un’idea (non di certo cheap e molto improbabile) vi propongo questo abito di Gareth Pugh (foto 2).

3) Asimmetrici: qui la difficoltà aumenta. Il futurismo vorrebbe maniche l’una quadrata e l’altra rotonda. Ma noi lavoriamo sull’asimmetria del taglio, cercando giacche con lunghezze diverse oppure abbottonando il nostro gilet alle asole della giacca, come Ann Demeulemeester (foto 3).
4) Breve durata: per rinnovare incessantemente il godimento. In questo caso siamo già più fortunati in quanto, un secolo fa, la moda non era veloce come lo è oggi. Quindi, per chi se lo può permettere, è possibile cambiare il guardaroba ogni 3 mesi circa (Pre collezioni, Collezioni, Cruise ecc). O in alternativa possiamo farci ammaliare dall’usa e getta, che oggi può essere paragonato a magliette comprate da H&M o Zara che hanno un ricambio continuo nelle loro collezioni.
5) Variabili: per mezzo di modificanti come pezzi di tessuto da applicare con bottoni a pressione, oppure, l’abito stesso come elemento unico che può variare in base a come si decide di indossarlo. In questo ultimo caso mi sento di consigliarvi l’Egg dress di Lemuria, del quale ha già parlato la mia cara amica Cinzia qui su Frizzifrizzi. (foto 4).
Ovviamente non posso elencarvi tutte le leggi dell’abito antineutrale, mi sono limitato a quelle più simpatiche. Spero che questa cena abbia il successo che si merita e di essere stato utile nel consigliarvi come non entrare nel panico quando il dress code è un obbligo.
Per informazioni e prenotazioni: pierchristian.zanotto@gambrinus.it.

Ero alla disperata ricerca di una borsa nuova da sfoggiare la prossima settimana al Pitti. Dal momento che, ultimamente, tanto tempo per lo shopping non ne ho, mi sono buttato letteralmente nel web, forse nella speranza di trovare qualcosa di “croccante” e dai prezzi accessibili. Fluttuando fra i soliti noti della rete (Yoox.com & co.) sono scivolato in questa piccola azienda canadese, Ouno Design, e vi dirò che non ho ancora capito come!
Dal sito molto semplice, Ouno Design è specializzata nel riutilizzo di materiali vintage e di scarto. I pezzi forti, però, fra cuscini e biancheria da camera, sono le loro borse, sottoforma di tracolla. Questi piccoli gioielli sono costruiti completamente con Trench ripescati in vecchi mercatini, mantenendone la marca all’interno della fodera (il più delle volte Burberry ed Aquascutum).
Un nuovo modo di pensare il nostro evergreen, che un afascinante Humphrey Bogart e una dolcissima Ingrid Bergman hanno reso così noto già nel 1942 con il loro Casablanca.

Open up and say AAAAAAAAAA™!
No, non è un urlo disperato perchè non trovo nessun designer emergente. Quest’urlo è di Daria Dazzan e Matteo Cibic.
AAAAAAAAAA™ è la voglia di far sentire il loro progetto/brand/workshop, tutto unico nel suo genere. Probabilmente si sono stufati della ciclicità delle stagioni della moda. Stanchi della velocità con la quale gli stili cambiano e diventano out, passati, non più mettibili. Ecco, quindi, un nuovo modo di pensare la sartorialità che, di questi tempi, si annebbia, quasi eclissandosi, dietro il fumo dei camini di enormi industrie.

Un modello di pantaloni, si tutto qui! Un solo modello, evergreen.
Però, ragazzi, che pantaloni. Tutti fatti a mano, fino ai più piccoli particolari. Bottoni, asole, cuciture. Una costruzione sartoriale non da poco. C’è una ricerca affannosa di tessuti vecchi e nuovi che vengono abbinati in tutta la creatività sfornata da “i due dell’urlo”.

Ma quello che li contraddistingue davvero è l’unicità di ogni pezzo. Sono tutti numerati (io ho il numero 7!!) e ne vengono prodotti solo 10 al mese.
Quindi, stop al pensiero malefico di ogni serata di gala “speriamo che nessuno abbia il mio stesso vestito!” (anche se non è il mio caso, io ed i gala siamo due cose separate).
Ah, dimenticavo, finalmente tornano le brettelline incorporate nel pantalone. Bando ai jeans che tagliano in due il sedere mostrando mutande spesso poco sorridenti.

Camminando per la Londra un po’ mainstream e un po’ underground a caso, senza meta, si incappa sempre nelle migliori realtà. Forse una cartina con tutti i posti più giusti da visitare non serve più, il segreto è prendere la prima strada, quella che per luce o per gente ti ispira di più.
È così che sono scivolato dietro l’angolo, dopo Notting Hill Gate, e mi sono perso per lunghe ore fra negozietti di ogni genere. Solo uno, o meglio 4, mi hanno lasciato veramente a bocca aperta. Parlo dei Retro Shops. Uno dopo l’altro come 4 fratelli. Fuori non dicono granché effettivamente, però solo avvicinandosi alle piccole vetrine si viene a scoprire un grande mondo. Entrando, un odore che definirei quasi profumo, cuoio, lana, pelle, mischiati a polvere e detersivo per pavimenti. Tutto accatastato, alla rinfusa.
Questi 4 “fratelli” sono: il primo Retro Woman, il secondo Retro Man seguito da accessori per la casa e concludendo con l’ultimo, All 3 pounds. Tutti e quattro vendono e comprano, valutando il tuo usato in base al brand ed allo stato. In quello da donna, tutto apparentemente sporco e disordinato, si trovano abiti con grandi gonne in crinolina di Comme des Garçon piuttosto che giacche di Marni, Versace, Dolce&Gabbana, pantaloni di Dries Van Noten o qualche gilet di Ann Demeulemeester. Il tutto dal 50 all’80% di sconto se non il 90 in alcuni casi (ed è il caso di urlare “Urrà”).
Per quanto riguarda gli accessori: le scarpe storiche di Moschino con Prada e Dolce&Gabbana, tutte impilate in una grande credenza-vetrata nella quale perdono completamente la loro identità e il loro potere dato dal nostro desiderio.
Io, dopo aver sognato per qualche decina di minuti, mi sono fiondato nel quarto, nell’ All 3 pounds Retro e lì, preso dalla disperazione, ho fatto man bassa.
Però il poter toccar con mano, stringere e provare quello che potevi vedere solo in sfilata o al massimo in qualche boutique con l’occhio di una famelica commessa alle spalle, è stata un’emozione non da poco. La prossima volta si parte con valigie piene di vestiti che non si usano più e si torna con una montagna di nuove cose, probabilmente non spendendo neanche poi tanto.
