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Fashion Inside Day#2: quota 2 su 6

Come avevo accennato nella prima puntata questo è il giorno dove i piedi hanno preso forme non del tutto umane. Il calendario era decisamente fitto, non lasciava molto tempo per mettersi a pensare che qualche parte del corpo potesse avere qualcosa da controbattere.

È stato anche il giorno dove la crew si è leggermente sfaldata. Dovrebbero organizzare l’entrata alle sfilate un po’ più umanamente e un po’ meno come fossimo carne da macello da smistare. E qui ci si è persi di vista, ripresi e ripersi ancora. Amelia aveva l’occhio disperato da “ma a NY queste cose non si son mai viste” mentre io cercavo di spiegarle che, se nel mondo si fanno le cose dall’alto verso il basso, qui è il contrario. Benvenuta in Italia.

Tornando alle collezioni, il bianco sembrava padroneggiare all’apertura di quasi tutte le sfilate, scongiurando lo stereotipo colore -> stagione. Mentre le performace entravano in passerella dando (o provando a dare) una spallata alla rigidità e alla formalità.

Da Frankie Morello un caravan metallico US stile coast-to-coast si presentava all’inizio di una grande passerella sabbiosa. Tre modelli chiacchieravano divertiti mentre una quarta modella usciva dalla roulotte con il primo outfit della sfilata. Un gioco di entrate ed uscite tra dentro e dietro questo caravan che mostrava abiti freschi dei colori pastello. Le modelle che sfilavano erano irriverenti teenager rock star con birra e sigaretta in mano, vestite di giacche decostruite e lingerie. Sul fil rouge dell’inside-outside.


Da D&G le modelle camminavano a “six feet up” nelle loro espadrillas zeppate. Come già detto riguardo Alberta Ferretti, anche D&G ritorna al concetto del open air e del giardino. Giardino ripreso in modo più fluo rispetto alla collezione Ferretti. Qui i rimandi al pic-nic e alla vita bucolica sono molto evidenti, non solo negli abiti, ma anche nella costruzione della passerella stessa, che presentava al suo inizio una grande parete coperta di verde e fiori e le modelle camminavano circondate da una stretta aiuola che delimitava il perimetro del loro percorso. Già l’invito dava, in forma citazionale, una preview di ciò che si sarebbe visto in sfilata.

L’impatto rinfrescante è tornato con Luisa Beccaria che ha sfilato nel porticato della Pinacoteca di Brera, nonché sede dell’Accademia delle Belle Arti. Circondati da colonnati datati fine 1700 hanno scivolato dolcemente abiti tenui con lavorazioni squadrate nei tessuti, appoggiati su corpi armonici.

Infine una Daniela Gregis hyper-performer ci ha lasciato qualcosa di più di una semplice sfilata. Uno spettacolo dal gusto teatrale. In passerella le modelle erano letteralmente disturbate da due attori che le fermavano, le facevano girare su loro stesse, sembrava le portassero a sbagliare, perché (come la presentazione indicava) l’errore è, a suo modo, un’intuizione. I tessuti richiamavano l’idea di healthy, tra lino e seta a farla da padroni. Abiti quindi stropicciati – bando al ferro da stiro – e che cambiano di continuo, perché con un colpo di mano tutto può diventare qualcos’altro: nuove forme per raccontare l’abito.

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