Perché noi siamo quella crew di spiantati che corrono nel panico alla ricerca della prossima metà.

Inizierei così un articolo alla fine del secondo giorno della settimana della moda a Milano, vista l’ora (1:27) e guardando dei piedi che fatico a riconoscere.
In realtà siamo partiti molto più lanciati il primo giorno.

Chi è questa Crew? Presto spiegato: io, Amelia (la mia cara coinquilina newyorkese che si adopera per me con scatti improbabili in questi giorni e che addolcisce le mie fasi nervose con un semplice “Giulio, remember.. there’s always a tomorrow”) e Giovanni (assistente stylist dalla gamba troppo lunga per seguirlo da presentazione a presentazione). Perchè in questo periodo di alta tensione, di STANDING sofferti (anche sitting spesso incomprensibili come C III R 45 che poi si scopre “settore C -3° fila- posto 45 o TBS… To Be Seat (?!)), ora dopo ora, premettendo che nessuno sta facendo operazioni a cuore aperto ma di vestiti si parla (!!!), ci vuole una compagnia di mezzi spiantati con i quali passare da una sfilata all’altra senza macchine presidenziali, taxi o elicotteri. Noi siamo quelli dello Zoo della Fashion Week, cartina alla mano scarpe comode e un sacco di giri in metro.

Iniziando a parlarvi di ciò che abbiamo visto, toccato, emozionato e sofferto incomincerei con uno schema a me ancora poco chiaro, ma spero che nel work in progress di questi giorni si definisca, si modifichi o si sconvolga.

Da Alberta Ferretti ero in compagnia della mia cara amica Benedetta (filosofa di vita: “la prendo con softness”). Si contemplava piacevolmente attratti una collezione rilassante/ta, con sandali flat che sconfinavano la donna con i piedi per terra, senza puntare ad un’estate pesantemente “alta”. Le modelle camminavano dolcemente accompagnate da abiti floreali fluttuanti che, toccando terra, lasciavano la frenesia all’esterno, creando un’armoniosa e svanita camminata in un prato pieno di profumi primaverili.

Tra Ferretti e le sucessive un break ci stava già (la forza lavoro della crew iniziava a percepire i primi acciacchi). E’ stata l’occasione per entrare nuovamente nel mondo (de)costruito di A-lab Milano, di cui vi ho parlato prima dell’estate. Un’esposizione come piace a me. Semplice lineare che lascia spazio alla presentazione dell’abito super costruito, in un ambiente spoglio delle sue parti essenziali.

Rincorrendo letteralmente il calendario della giornata ci siamo spostati alla sfilata di Francesco Scognamiglio. Per celebrare il suo 10° anniversario è stata scelta una location unica nel suo genere, la Loggia dei Mercanti. Qui ha sfilato una collezione sublime dove il pezzo forte era rappresentato da una maschera oro che copriva la bocca di Chloe Memisevic lasciandone liberi solo gli occhi color del ghiaccio. Il purple elettrico e il pvc ne facevano da padroni creando forme sintetiche e trasparenze plastiche, mentre le scarpe sfoggiavano un tacco scultura spaventosamente costruito.

Con Henrik Vibskov la nostra giornata volgeva al suo termine. Dalla super patinata moda milanese alla quale siamo sempre stati abituati, ci siamo trovati letteralmente in un mondo diverso. Musica ancestrale e super ripetuta nelle sue poche battute accompagnava modelle e modelli in una processione lenta e quasi affaticata quasi trascinandosi a stenti, mentre delle pareti meccaniche striate crescevano a poco a poco, sempre più in alto, come dovessero raggiungere un qualcosa di non ben definito. Gli abiti si discostano dalle forme vestibili di una Milano Moda Donna commerciale (nel senso buono ovviamente). Corde spesse per collane e scarpe con applicazioni geometriche. Una classica stringata contaminata da cubismi dai colori opposti. Un altro mondo, un’altra storia per concludere una giornata pesantemente piacevole.