Disegnare l’utopia: la nuova edizione del Concorso per illustratori di Tapirulan

Un luogo che non è, oy + tópos, così nel ‘500 Thomas More chiamò l’isola-regno abitata da una società ideale, coniando il termine utopia. Nei successivi cinquecento anni filosofi, scrittori e sognatori hanno provato a dar forma ad altre (im)possibili utopie — dalla Città del Sole di Tommaso Campanella a L’Isola di Aldous Huxley, fino alla “utopia ambigua” del pianeta Anarres, raccontata da un’autrice superlativa come Ursula K. Le Guin ne I reietti dell’altro pianeta.

Oggi, col vecchio mondo ormai entrato nella fase di convulsione, ci troviamo probabilmente sulla soglia di un mondo nuovo che però facciamo fatica anche solo a immaginare.
Il pensiero distopico ha molti modelli a cui attingere. E, anzi, l’intreccio tra le strutture del potere, della comunicazione e della finanza sembrano fornire strumenti poderosi e concreti a chi ha tutto da guadagnare in un futuro prossimo all’insegna della distopia.
Quello utopico, di modelli, ne ha sicuramente meno. Perché, come molta letteratura lascia intuire, dentro a ogni sincera utopia c’è forse già una distopia pronta a prendere il sopravvento, e perché, come capita con la religione, dove si pretende che sia il non credente a dover dimostrare l’inesistenza di Dio e non viceversa, è l’utopista a dover dare le prove della praticabilità di un’idea di società, mentre al cosiddetto realista capilista (e il realismo capitalista che regge il mondo — Mark Fisher insegnaè una religione, coi suoi dogmi: crescita infinita, nessuna alternativa) non si chiede altrettanto, pur nell’assoluta, lapalissiana evidenza di come il sistema abbia portato il pianeta sull’orlo del collasso.

L’utopia sta all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Faccio dieci passi e l’orizzonte si allontana di dieci passi. Per quanto cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? A questo: serve a camminare.

Eduardo Galeano

Sinonimo di illusione, miraggio, ingenua fantasticheria: dunque a che serve un’utopia? Magari a fare un passo, poi un altro e un altro ancora, come suggerì lo scrittore Uruguaiano Eduardo Galeano, che disse «L’utopia sta all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Faccio dieci passi e l’orizzonte si allontana di dieci passi. Per quanto cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? A questo: serve a camminare».
L’utopia spinge l’orizzonte — e dunque il confine delle possibilità — un po’ più avanti.

In un periodo, come il nostro, affamato di buone idee, non poteva esserci argomento più affascinante e al contempo complicato da dare in pasto a chi, per mestiere e passione, dà corpo all’immaginazione: gli illustratori.
E utopia è proprio il tema della sedicesima edizione del Concorso per illustratori indetto dall’associazione culturale Tapirulan.

Illustrazione di David McKee (courtesy: Tapirulan)

«Basta chiudere gli occhi e pensare alle proprie utopie, magari immaginando luoghi senza confini, senza odio e violenza, dove i calzini sono profumati, il cioccolato non fa ingrassare e gli elefanti sono tutti colorati, come quelli dipinti da David McKee», scrivono gli organizzatori, che hanno appunto nominato il “papà” del celebre elefante Elmer come presidente delle giuria del contest, incaricata di scegliere le 48 opere protagoniste di una mostra e un catalogo.
Tra queste, 12 saranno pubblicate anche sull’ormai tradizionale calendario prodotto da Tapirulan, mentre una sarà la vincitrice assoluta, portandosi a casa 2500 Euro e una mostra personale prevista per l’anno successivo.
Altri 500 Euro, inoltre, andranno all’illustrazione più votata dal pubblico.

Tutte le informazioni su come partecipare sono qui.
La scadenza per l’invio delle opere è fissata al 20 ottobre 2020.

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