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Non è da tutti esser stati in un posto ancora prima di arrivare. Ma alla fine, annunciata da un hashtag, #mariwashere, e da una serie di bollini verdi sparsi nei luoghi più interessanti di Bologna, Mari Kanstad Johnsen ufficialmente is here da qualche giorno, alle prese con un frenetico tour di visite nei locali di-verde-bollati e per le mostre e gli eventi di Art City (che inaugura ufficialmente proprio oggi) e, anzi, nel momento in cui scrivo la biondissima illustratrice norvegese se ne sta a lavorare sull’instant book frutto di questa mini-residenza bolognese, che verrà presentato domenica 26 gennaio al MAMbo, che seguirà la mostra ospitata da OpenQuadra prevista per domani sera, in cui verranno esposti vecchi lavori e nuove tavole realizzate ad hoc, il tutto organizzato e curato dall’associazione culturale Hamelin nell’ambito del progetto #aspettandoBilBOlBul, che consiste in una serie di eventi “spalmati” per tutto il 2014, in attesa della prossima edizione di BilBOlBul, il festival internazionale di fumetto che tornerà il prossimo novembre, a quanto pare con un concept totalmente rivoluzionato rispetto agli anni passati.

Da quando è a Bologna ho avuto modo di seguire Mari in diverse tappe del suo tour, cercando di essere il meno invasivo possibile mentre documentavo il suo percorso su Instagram e Twitter, ben conscio di trovarmi di fronte a un’artista che oltre a essere un monumento alla calma e all’umiltà, è pure molto timida, e basta uno sguardo per capire quanto preferisca lavorare ai suoi disegni e prendere “appunti visivi” con la fotocamera del suo telefono piuttosto che mettersi davanti a un obiettivo e sorridere come un burattino.

Cinque minuti dopo essermi presentato sono andato da lei con un accordo: lei avrebbe dovuto sopportare per qualche giorno me e la mia macchina fotografica e io avrei cercato di ritrarla “a frammenti”.
Stretta di mano. We have a deal.

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Dopo averla vista mangiare, sorseggiare lentamente un espresso, camminare con disinvoltura sotto la pioggia in mezzo a un mare di ombrelli (we have a lot of rainy days in Oslo and I can walk even without an umbrella… no problem!), girare per le sale del MAMbo, sbirciare tra le pagine di libri vecchi, libri nuovi e libri antichi, guardare i maghi della tv, “circumnavigare” con un groppo in gola la carcassa ricostruita del DC-9 del disastro di Ustica, vagare ammirata per la camera-studio di un genio come Giorgio Morandi, assorbendo come una spugna tutte le informazioni che via via le guide, la gente, la premurosissima squadra di Hamelin e io stesso continuavamo a passarle, al contempo chiedendoci tutti, ma in silenzio, in cosa si sarebbero trasformati, una volta arrivati su un foglio bianco, tutti quegli input (a un certo punto, mentre le indicavo la statua di Garibaldi lungo via dell’Indipendenza, raccontandole di come fosse il monumento preferito da mia figlia, che ogni volta che passiamo di lì vuole sedersi ai suoi piedi per un po’, mi sono chiesto se non la stessi(mo) semplicemente confondendo riempiendola di pezzetti di vita, rapidi come panorami sconosciuti visti dal finestrino di un treno).

Dopo averla, poi, sentita parlare pochissimo—ascoltando però, sempre con grandissima attenzione; dopo aver origliato non volendo una sua telefonata con la madre, in un appuntito norvegese; dopo averla sorpresa a sorridere (molto) e a emettere un bizzarro sospiro ogni volta che diceva uno dei suoi yes, l’ho finalmente spiata di sottecchi mentre passava ore a lavorare alle illustrazioni per i poster della mostra e per il libro, ospite di Inuit, anzi ospite dell’innesto di Inuit dentro ad Officine della Stampa Bologna, splendida realtà che è diventata di fatto un co-working dove da una parte lavorano le Officine e dall’altra Marco Tavarnesi di Inuit sperimenta con la sua risograph, e in un via vai continuo tra le due stanze si collabora, ci si presta le attrezzature, si suda assieme.

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Occupandosi della stampa dei poster e del libro, Marco è da giorni chino sulla scrivania a scansionare le tavole di Mari, fare prove di stampa e a confrontarsi con lei in tempo reale, con Mari che alle sue spalle continua a disegnare e si ferma solo per controllare le bozze o per mangiare qualche dolcetto che premurosamente Marco porta in studio insieme a quintali di matite nuove.
Quando vado a trovarli per la prima volta è già pomeriggio avanzato e loro sono lì dalle 10,00 del mattino a lavorare. Lui estrae e inserisce i grossi cilindri d’inchiostro nella risograph, lei è al tavolo luminoso che ha appena finito di dipingere a china una serie di macchie su un foglio. Il tempo di farlo asciugare ed eccola sovrapporre a quello un altro foglio e iniziare a disegnare volti sopra alle macchie.

Mi chiedo se quando realizza il primo strato sa già esattamente cosa andrà a fare sul secondo. Mari mi vede perplesso e assume a sua volta un’espressione perplessa, quindi glielo chiedo.
«No», dice, «non lo so prima, creo le figure in base alle forme che ci sono sotto». Il caso, dunque. Non so come tradurlo e azzardo serendipity. Sì, mi fa lei con la testa.

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Raccontare una città come Bologna, l’arte, la gente, i posti e farlo in pochi giorni, attraverso l’illustrazione, con un programma di visite fitto fitto che lascia poco spazio al momento della “digestione” delle informazioni non è da tutti. Mari fotografa molto ma soprattutto guarda molto. Puoi quasi sentirla “scattare” foto mentali mentre prende appunti visivi e si percepisce anche come quanta parte del lavoro, prima di finire su carta, prenda forma nella sua testa. L’importante poi, mi pare di capire chiacchierando con lei, è lasciare delle metaforiche finestre aperte per far entrare quella ventata d’aria che scompiglia tutto e mette sottosopra le idee: il caso, appunto.

Mari, a quanto pare, ha il terrore del foglio bianco e allora appena ne ha uno sottomano inizia a riempirlo, esattamente come uno scrittore con l’ansia da pagina bianca che usa la scrittura automatica per sbloccarsi.

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Nel frattempo, livello dopo livello, Mari passa i fogli a Marco, che li scansiona e li sovrappone sul suo Mac e li trasferisce poi alla stampante risograph attraverso un vecchio pc sui cui gira Windows (funziona solo con quello, mi spiega). A quel punto, dopo qualche settaggio, parte la stampa. Un colore alla volta, utilizzando quei costosissimi e grossi cilindri. Costosi in realtà solo in teoria perché Marco praticamente vive su eBay e sui siti di annunci, grazie ai quali è riuscito a costruire uno studio di stampa senza doversi svenare. Uno degli ultimi acquisti è appunto il tavolo luminoso dove sta lavorando Mari, che mi mostra gli schizzi fatti durante uno dei primi giorni di residenza, tutta una serie di particolari presi dalle opere viste al MAMbo. Particolari che poi però ha coperto con dei teli, ispirati ai teli da mago, evidentemente frutto della visita alla mostra di Christian Jankowski alla Fondazione del Monte, interamente dedicata alla magia.

Intanto Marco sta stampando un poster. Il primo passaggio alla risograph è con il color borgogna. Il secondo, che corrisponde anche a un altro livello, dovrebbe essere stampato in verde ma c’è un problema col cilindro e allora la prova la si fa col color teal, che in italiano si può tradurre con foglia di tè ma che è anche il nome di un simpatico uccelletto, l’alzavola.
A Mari l’effetto piace però ci pensa un po’ su e dice: «è molto armonico ma non è l’armonia che sto cercando». Vuole qualcosa che risalti di più. More poppy, dice.

Una volta aggiustato il cilindro si prova col verde. Mari tiene la prova in mano, la fissa a lungo. Marco chiede se c’è qualcosa che non va. No risponde lei I’m just feeling the colors.
E se vuoi sentirli anche tu, i colori, l’appuntamento è per il 25 e il 26 gennaio.

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poster realizzato per la mostra di sabato 25 gennaio
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