Frizzifrizzi è in vacanza fino a inizio settembre.
Illustrazione di Leire Salaberria da Io, Qinuq, Copyright Kite, 2013

Intervista a Davide Calì: quattro libri in arrivo e tanto da raccontare

Abbiamo conosciuto Davide Calì attraverso gli articoli che ha scritto per Frizzifrizzi: da quando ha iniziato a collaborare con noi, esordendo con le sue provocatorie 10 buone ragioni per smettere di fare l’illustratore, ha lanciato proposte da vero sognatore, ha dispensato consigli su come presentare i propri lavori durante le fiere, ha raccontato i suoi viaggi ed ha affrontato temi scottanti come la collaborazione con le case editrici, il lavorare senza budget, il sessismo nei libri per bambini, scatenando sempre vivaci discussioni.

Quando ricevo una mail di Davide non so mai cosa aspettarmi: lui è un vulcano di idee e ogni volta riesce a stupirmi. Chiaro, sintetico, preciso, arriva subito dritto al punto—cosa apprezzabilissima quando ricevi decine e decine di mail al giorno—pronto a lanciarsi in un nuovo progetto o disponibile a raccontare un pezzetto della sua vita, a farci entrare nel mondo dell’illustrazione per ragazzi vista dagli occhi di un addetto ai lavori.

Quando lasci il tuo posto, che sia paese o città, in qualche modo torni bambino: tutto ti stupisce, ti meraviglia, ti affascina

Perché non dobbiamo dimenticare che Davide è anche e soprattutto un autore prolifico ed un illustratore di libri per bambini e ragazzi, lavora con diverse case editrici europee e pubblica i suoi libri in tutto il mondo.
Recentemente ha anche lanciato un concorso, insieme a Kite Edizioni, per tutti coloro che vogliono provare ad illustrare un libro e vederlo pubblicato con un vero contratto, anticipo e royalties.
Grazie a lui, dunque, ci siamo fatti un’idea un po’ più chiara di come funzionino le cose, di cosa cerchino le case editrici e come affrontarle senza restare scottati (o almeno cercarndo di “limitare i danni”).

Illustrazione di Leire Salaberria da Io, Qinuq, Copyright Kite, 2013
Illustrazione di Leire Salaberria da Io, Qinuq, Copyright Kite, 2013

Quando mi sono trovata a leggere quattro delle sue prossime uscite editoriali, quindi, ci ho messo un po’ di tempo a capire cosa potergli chiedere visto che nei suoi articoli ha già ampiamente raccontato la sua vita professionale.
Allora ho deciso di leggere i libri con mia figlia e dopo averla fatta accomodare sulle mie gambe, ci siamo tuffate nei quattro mondi raccontati da Calì e illustrati da quattro giovani talenti: La regina delle rane non può bagnarsi i piedi (illustrato da Marco Somà ed edito da Kite); Mio padre, il grande pirata (illustrato da Maurizio Quarello ed edito da Orecchio Acerbo); Io. Qinuq (illustrato da Leire Salaberria ed edito da Kite); Polline (illustrato da Monica Barengo, uscirà ad ottobre sempre per Kite).

Le reazioni e i commenti di mia figlia sono sempre candidi e sinceri—ha solo 4 anni—e da quelli capisco se un libro funziona o meno. E tra sorrisi, tenerezza e stupore (e anche un po’ di commozione), quelli di Davide li ho—anzi li abbiamo—amati sul serio.
E visto che ho l’onore di conoscere personalmente l’autore, me li sono fatta raccontare da lui.

* * *

Illustrazione di Leire Salaberria da Io, Qinuq, Copyright Kite, 2013
Illustrazione di Leire Salaberria da Io, Qinuq, Copyright Kite, 2013

Vado nell’ordine in cui li ho letti. “Io, Qinuq” è una storia semplice, di quelle che piacciono ai più piccoli. Un alieno, Qinuq, arriva sulla Terra dal suo pianeta, Qinoq, e pian piano, tra la nostalgia del suo vecchio mondo, impara a conoscere il nostro, proprio come farebbe—ed in effetti fa—un bimbo: prima arriva l’incontro con la diversità poi c’è lo stupore e infine l’elaborazione delle informazioni. Cose che a noi adulti sembrano del tutto normali, per non dire banali, come ad esempio un albero o una pianta, per un bambino o un alieno possono diventare meravigliose o comunque curiose, inaspettate. Mi sono sempre chiesta: come fa un autore di libri per ragazzi ad entrare in questo sistema di pensiero, ad aprirsi di nuovo alla sorpresa, per un momento cancellando tutta l’esperienza del mondo accumulata negli anni? Tu come fai? È una questione di studio del linguaggio e della psicologia infantili, di opere di altri autori oppure semplice “osservazione sul campo”?

Devo dirti che la parola “studio” mi mette sempre in difficoltà. Non ho fatto studi accademici, mi considero—e sono a tutti gli effetti—un autodidatta, quindi non so mai rispondere alle domande sulle analisi psicologiche. Credo di essere un buon osservatore e questo, unito alla voglia di raccontare, origina le mie storie.

La storia di Qinuq, per esempio, è una storia di immigrazione, nata da questa riflessione: quando lasci il tuo posto, che sia paese o città, per un altro paese o città, per un’altra regione o un’altra nazione, in qualche modo torni bambino: tutto ti stupisce e ti meraviglia, tutto ti affascina. Questo è il lato positivo e piacevole dell’incontrare qualcosa di nuovo.
Poi, inevitabilmente però, vedi cose e persone che non capisci, scopri somiglianze che talvolta ti confondono e scopri la nostalgia per ciò che hai lasciato, per ciò che hai perso, che prima, quando ce lo avevi, non ti sembrava così bello.

Certe volte vedo un illustratore o un’illustratrice che piacciono e scrivo qualcosa appositamente per lui o per lei

Negli anni ho spesso trasferito sentimenti e concetti complessi, che potremmo definire adulti, nelle mie storie per bambini. Io, Qinuq è una storia semplice e colorata, che però racconta com’è difficile stare in un posto in cui non capisci cosa dicono le persone. Infatti le cose cominciano a cambiare quando Qinuq impara la sua prima parola.

Illustrazione di Leire Salaberria da Io, Qinuq, Copyright Kite, 2013
Illustrazione di Leire Salaberria da Io, Qinuq, Copyright Kite, 2013

Le illustrazioni di Leire Salaberria le ho trovate perfette per la storia. Essenziali, stile collage. Come funziona il rapporto tra autore e illustratore? Una volta creata la storia scegli (o scegliete, insieme alla casa editrice), quello più adatto? O prima si instaura la collaborazione con l’artista e poi si lavora sulla storia?

Dipende dalle volte. Nel caso di Leire prima ho proposto la mia storia con il mio storyboard all’editore, poi abbiamo scelto l’illustratrice. Certe volte la collaborazione nasce prima: per esempio per Polline e La regina delle rane, ho cominciato prima a lavorare con gli illustratori.
Non è facile farlo, perché chiaramente non c’è nessuna garanzia di vendere poi il libro finito. Monica e Marco sono stati molto disponibili e devo dire che questa disponibilità unita alla loro enorme bravura, ci ha premiato tutti.

Dall’anno scorso ho cominciato anche a scrivere su misura. Ormai Sarbacane mi gira i book degli illustratori che passano in redazione e con i quali gli piacerebbe lavorassi. Non sempre riesco a trovare una storia, ma spesso sì. Altre volte semplicemente vedo qualcuno che mi piace, e scrivo qualcosa.

Illustrazione di Marco Somà da La regina delle rane non può bagnarsi i piedi, Copyright Bruaà 2012 - Copyright Kite per l’edizione italiana, 2013
Illustrazione di Marco Somà da La regina delle rane non può bagnarsi i piedi, Copyright Bruaà 2012 – Copyright Kite per l’edizione italiana, 2013

Passiamo a “La regina delle rane”. La storia, rispetto a “Io. Inuq” è rivolta a ragazzini più grandi, ma sicuramente anche gli adulti apprezzeranno vista l’allegoria sul potere, sui simboli e sui feticci del medesimo. Complice una corona caduta da chissà dove, uno stagno, da uno stato di felice anarchia, diventa una monarchia assoluta. Nella storia—correggimi se sbaglio—mi è sembrato di trovare un riferimento ad una tipica caratteristica italiana: cercare sempre e comunque il Salvatore, l’uomo della provvidenza, per poi lamentarsi e infine dargli addosso quando il suo potere finisce.

Penso sia una caratteristica comune a tutti i popoli che devono ancora sviluppare una società realmente evoluta e di quelli che vivono in uno stato di crisi profonda.
Non pensavo all’Italia mentre scrivevo, ma è vero che da tanto tempo lo considero un paese che, aldilà dei presunti colori della sua politica, è rimasto fondamentalmente monarchico. Voglio dire, l’attitudine ad attendersi sempre qualcosa che cade dall’alto, un salvatore come dici tu, contro il quale però rivoltarsi quando tradisce le proprie aspettative, ne fanno—secondo me—un paese populista e monarchico nell’intimo.

Mentre scrivevo la storia non pensavo esplicitamente all’Italia, che considero comunque nell’intimo un Paese monarchico e populista

Mi pare che il risultato delle ultime elezioni ne sia la conferma: i tre partiti che si sono divisi i seggi in Parlamento sono un campione di populismo esemplare: Bersani che fa i comizi in piazza descamisado come a suo tempo faceva Péron, Grillo che attacca la legittimità del potere politico in quanto tale, Berlusconi che ancora parla di pericolo comunista (penso sia rimasto l’unico a credere che di comunisti ne esistano ancora).

È populista anche ciò che è capitato dopo: il PD che sostituisce Bersani che lo ha portato al governo, sostenendo di seguire il volere dell’elettorato (che però è lo stesso elettorato che ha scelto Bersani alle primarie e poi lo ha votato alle elezioni), Grillo che vuole nuove elezioni perché secondo un sondaggio le vincerebbe lui, Berlusconi che, scaricato l’idealismo federalista della Lega Nord sostenuto per 15 anni, improvvisamente si trova in perfetto accordo con il PD e ci fa un governo insieme.

In tutto questo, nel discorso di presentazione del suo governo, Letta riceve un applauso convinto solo quando parla di riforma della legge elettorale, riprova che non solo nessuno ha in mente una singola idea sull’economia, il lavoro e le altre tematiche di cui dovrebbe occuparsi un qualsiasi governo civile, ma nemmeno gli interessa: l’importante è cambiare la legge elettorale.

Illustrazione di Marco Somà da La regina delle rane non può bagnarsi i piedi, Copyright Bruaà 2012 - Copyright Kite per l’edizione italiana, 2013
Illustrazione di Marco Somà da La regina delle rane non può bagnarsi i piedi, Copyright Bruaà 2012 – Copyright Kite per l’edizione italiana, 2013

Detto questo, gli italiani non sono gli unici ad attendere il salvatore: gli americani sono rimasti delusi da Obama, perché lo hanno idealizzato troppo, nel perfetto stile del sogno americano. Poi però lo hanno rivotato. In Francia è accaduto lo stesso con Hollande: i francesi lo hanno votato per sbarazzarsi di Sarkozy, ma hanno investito troppo nella speranza che portasse idee nuove, per risolvere la crisi economica, tema di cui non mi sembra abbia per altro mai parlato come se avesse piani sul da farsi. Risultato: ora 2/3 di quelli che lo hanno votato—secondo alcuni sondaggi—sarebbero delusi.

Non riesco a capire se questo dipenda da un impoverimento culturale generalizzato o da cosa, ma mi pare che capiti sempre più di frequente.

Tornando alla rane invece, il senso della storia è rivolto più a raccontare una favola sul potere, sul come cambia le cose e le persone. È una storia universale, che parla di rane, perché chiunque, ovunque, possa immedesimarsi o trovare un’attinenza con la propria realtà, non necessariamente politica. Il potere guasta le persone a cominciare dal piccolo, dalla scuola, dal quartiere, senza bisogno di scomodare re e regine.

Il potere guasta le persone a cominciare dal piccolo, dalla scuola, dal quartiere, senza bisogno di scomodare re e regine

Attraverso la letteratura per l’infanzia è possibile dare una propria visione civica, storica e politica della società. Uno come Gianni Rodari, dopotutto, era un maestro in questo genere di cose. Vuoi raccontarmi da dove arriva l’idea per storie di questo tipo? E quali sono gli strumenti narrativi che usi per non trasformare una lettura rivolta ai più giovani, in propaganda?

Illustrazione di Marco Somà da La regina delle rane non può bagnarsi i piedi, Copyright Bruaà 2012 - Copyright Kite per l’edizione italiana, 2013
Illustrazione di Marco Somà da La regina delle rane non può bagnarsi i piedi, Copyright Bruaà 2012 – Copyright Kite per l’edizione italiana, 2013

Che domanda difficile! Non so raccontarti gli strumenti: credo di aver imparato tutto quel che so fare leggendo.
Io ho letto molto, quindi ho imparato a raccontare in modi diversi. Ho letto libri belli che sono diventati i miei modelli, e libri brutti che invece ho preso ad esempio di quel che non volevo fare.

La maggior parte delle volte mi viene in mente una storia da raccontare. Poi piano piano prende forma e mi rendo conto di quello che sto raccontando. Altre volte ho invece in mente un sentimento, un qualcosa che vorrei esprimere con una storia che ancora non ho. Allora l’idea rimane lì per un po’, anche per anni, prima di venire fuori da sola.

Credo di aver imparato tutto quel che so fare leggendo: libri belli che ho preso a modello e libri brutti come esempio di quel che non volevo fare

Sai dirmi qual è stato il lavoro fatto da Marco Somà sulle illustrazioni? Sia io che mia figlia abbiamo notato i tantissimi, divertenti particolari, soprattutto il fatto che le rane hanno riutilizzato i prodotti di un fantomatico marchio che inizia per “Squa…” per costruire di tutto, dai tavolini al palco su cui tenere discorsi. Particolari del genere nascono già in fase sceneggiatura o è l’illustratore che li inserisce nella storia?

Marco mi ha decisamente sorpreso in questo lavoro. Quando gli ho passato la storia siamo rimasti d’accordo che avrebbe fatto uno storyboard, ma dopo qualche mese ancora non avevo ricevuto nulla. Così gli ho riscritto per capire a che punto era e mi ha detto che era in difficoltà con lo storyboard, però aveva fatto alcune tavole.

Le “alcune tavole” erano, praticamente l’intero libro ed erano quelle che vedete nell’album. Tutto quello che vedete quindi, l’abbigliamento, le architetture, l’art déco che riempie le tavole, sono il frutto della sua ricerca. Sono rimasto davvero sorpreso: avevo visto il suo lavoro e mi aspettavo un bel libro, Marco invece ha fatto un lavoro eccezionale, trasformando il progetto in un autentico capolavoro!

Illustrazione di Marco Somà da La regina delle rane non può bagnarsi i piedi, Copyright Bruaà 2012 - Copyright Kite per l’edizione italiana, 2013
Illustrazione di Marco Somà da La regina delle rane non può bagnarsi i piedi, Copyright Bruaà 2012 – Copyright Kite per l’edizione italiana, 2013

“Polline” è una storia d’amore. O meglio, sull’amore. Simboleggiato dalla cura di una donna per dei fiori spuntati all’improvviso e che poi smettono di crescere e di rinnovarsi. “Dovresti amare solo per amore, né per dare qualcosa né per essere ricambiata. Dovresti godere di ciò che hai, non di ciò che ottieni” dice ad un certo punto una cornacchia. Immagino sia tu la cornacchia… E questa la tua visione sull’amore?

Ho scritto diversi libri sul tema dell’amore. È probabilmente uno dei temi più ricorrenti nei miei libri, ma non so se posso dire di avere una visione sull’amore. Come dico sempre ai bambini che incontro nelle classi e che chiedono la risposta alla domanda Che cos’è l’amore?—titolo di un mio libro uscito per Sarbacane, tradotto in Italia da Arka—penso che l’amore sia un grande mistero.
E non scherzo!

Illustrazione di Monica Barengo da Polline, Copyright Kite, 2013
Illustrazione di Monica Barengo da Polline, Copyright Kite, 2013

Quando pensi di aver capito qualcosa, ti sbagli di grosso perché in amore, sei sempre al primo giorno di scuola.
Forse per questo, ogni volta che scrivo un libro sull’amore mi dico: questo è l’ultimo, e poi immancabilmente dopo qualche mese me ne viene in mente un altro. L’amore è un tema pieno di risvolti.
Quanto alla cornacchia, potrei essere io solo perché vesto sempre di nero, altrimenti non saprei: non penso di essere così saggio!
Quando ho scritto la storia penso di essere stato piuttosto il fiore.

Ho smesso da tanto tempo di pensare a un’età quando scrivo. Lascio che sia l’editore a decidere. Quanto all’amore, quello in qualche modo lo capiscono anche i più piccoli

A chi è rivolto questo libro in particolare? A che età credi si possa iniziare a “capire” l’amore?

Polline fa parte di una quadrilogia sull’amore che ho scritto l’anno scorso. I libri non usciranno necessariamente tutti con lo stesso editore e non saranno illustrati dalla stessa mano. È più una quadrilogia nella mia testa che un progetto editoriale.
Ho scritto le quattro storie sapendo di valicare forse in modo definitivo il confine tra l’album illustrato per bambini e il libro per adulti, ma quando tua figlia andrà a scuola ti renderai conto di quanto i bambini della stessa età siano diversi tra di loro.

Ho smesso da tanto tempo di pensare a un’età quando scrivo. Lascio che sia l’editore a decidere e l’ho fatto anche per queste storie un po’ particolari.

Quanto al comprendere l’amore, gli adulti mi stupiscono: pensano sempre che l’amore non interessi ai bambini, ma di solito hanno 4-5 anni quando leggono i miei libri sull’amore e apprezzano anche quelli scritti idealmente per bambini più grandi o per gli adulti. Nei miei libri i bambini vedono sé stessi innamorati adesso o in futuro. Alcuni riconoscono i propri fratelli e sorelle grandi oppure i propri genitori e mi dicono: «Anche mamma e papà si baciano così!»

Quanto a Polline, non so a che età possano capire il testo. Se ci pensi il senso profondo della storia, l’accettazione del fatto che l’amore finisce ma non muore, semplicemente rinasce altrove, è complesso anche per gli adulti.
Nelle classi in cui vado mostro sempre i miei progetti in uscita e negli ultimi mesi ho proiettato le tavole di Monica raccontando la storia: non me lo aspettavo ma è piaciuto a tutti.

Le illustrazioni di Monica Barengo le ho trovate perfette per la storia. Sembrano bozzetti, un lavoro “in fieri”. Come lo è dopotutto l’esperienza dell’amore. Qualcosa in continua costruzione. La narrazione, qui, sembra ritagliata su misura per lo stile dell’illustratrice. Rispetto agli altri due libri di cui abbiamo parlato finora, qui l’integrazione tra testo e immagini pare totale.

Ho conosciuto Monica in una situazione curiosa: sono stato membro esterno alla commissione d’esame della sua classe, l’estate scorsa allo IED di Torino.
Mi ha colpito subito la maturità del suo segno ed ero appena salito sul treno che ho pensato a lei per questa storia. Il paragone che fai è divertente, perché Monica aveva già finito il libro quando ha deciso di rifare un paio di tavole e poi… di rifarlo tutto!

Monica Barengo, l’illustratrice, aveva già finito il libro ma ha deciso di rifare un paio di tavole e poi… di rifarlo tutto!

Pensavo che questa cosa ci avrebbe trascinato lontano, verso un libro difficile da completare, mentre invece molto rapidamente ha finito le tavole.
In effetti, come capita in amore, pensava di aver trovato lo stile giusto e solo a libro finito si è resa conto di voler fare un’altra cosa.

Sulle tavole abbiamo discusso moltissimo, prima noi due, poi con Valentina Mai di Kite. Monica ha fatto molte prove, tutte bellissime, prima di arrivare al risultato finale. Penso che di base si sia ritrovata molto nella storia, il che mi fa piacere: è bello quando ti sembra di vedere qualcosa in qualcuno, e poi il risultato non solo è positivo, ma come nel suo caso e di Marco, supera notevolmente le aspettative.

Illustrazione di Maurizio Quarello da Mio papà, il grande pirata, Copyright Orecchio Acerbo, 2013
Illustrazione di Maurizio Quarello da Mio papà, il grande pirata, Copyright Orecchio Acerbo, 2013

Ecco, ora mi tocca raccontare di quando ho pianto. Detesto parlare dei fatti miei e ancora di più dei miei sentimenti ma “Mio padre, il grande pirata” non ti lascia scampo. Devi avere una pelliccia di spine sulla stomaco per non commuoverti almeno un po’. La storia, illustrata da Maurizio Quarello, ruota attorno alla miniera di Marcinelle, in Belgio, dove nel ’56 a seguito di un incidente, morirono quasi tutti i lavoratori, tra cui decine di emigrati italiani. Ma è soprattutto una storia di crescita, di formazione, di sogni perduti, fiducia e speranze. E di lavoro. Nell’Europa in cui ci troviamo a vivere in questa fase storica, il libro appare come un monito.
Che lavoro di ricerca hai fatto per scrivere il testo? Parlo di ricerca storica ma soprattutto di ricerca interiore, emotiva.

Per questo libro, come per altri, ho mescolato le carte di diverse cose che volevo raccontare: una storia di emigrazione, che in qualche modo riguarda la mia famiglia (io sono nato in Svizzera perché i miei genitori erano emigrati per cercare lavoro. Mio padre però non era un minatore, ma un muratore. Mia madre lavorava in una fabbrica) e una storia di incomprensione e poi riscoperta del proprio padre.

“Mio padre, il grande pirata” è una storia di emigrazione, di incomprensione e di riscoperta

Non ricordo come mi sia venuta in mente l’idea della miniera: il riferimento va chiaramente all’incidente di Marcinelle che segnò la memoria degli italiani, ma poi nel libro abbiamo deciso di togliere la localizzazione precisa, per non farne un libro necessariamente italiano. Del resto miniere in Europa negli anni 50-60 ce n’erano in diversi paesi: Francia, Belgio e anche Italia e i minatori che vi lavoravano provenivano da tanti paesi. Oggi le miniere sono sparite dal nostro continente e sono spuntate in Cina, dove i crolli come quello di Marcinelle non sono infrequenti, anche se la distanza e il nostro disinteresse li rendono meno appetibili per la cronaca.

Ancora una volta ho voluto raccontare diverse cose, principalmente un rapporto tra padre e figlio e il sogno di un ragazzo che voleva fare il marinaio ma poi si è ritrovato a lavorare un chilometro sottoterra.
In qualche modo il libro è il prodotto di un altro libro, inedito, che scrissi anni fa intervistando i miei genitori. Lo scrissi per non perdere la memoria di famiglia del loro viaggio da emigranti, che mi avevano raccontato centinaia di volte da bambino ma il cui ricordo cominciava a scolorire.

Illustrazione di Maurizio Quarello da Mio papà, il grande pirata, Copyright Orecchio Acerbo, 2013
Illustrazione di Maurizio Quarello da Mio papà, il grande pirata, Copyright Orecchio Acerbo, 2013

Ascoltando le risposte alla mia intervista mi resi conto di che coraggio avessero avuto nell’affrontare il viaggio: mia madre era ancora minorenne quando partì per la Svizzera tedesca, praticamente al confine con la Germania, senza sapere una parola di tedesco. In Svizzera nevicava sei mesi l’anno e a Sassari aveva visto la neve solo una volta in vita sua. Nemmeno se lo immaginava che potesse fare così freddo.

Mio padre partì da un paesino della provincia di Catania e non parlava nemmeno l’Italiano: passò direttamente dal dialetto al tedesco, imparato sui ponteggi mentre lavorava. Mio padre fino a qualche anno fa si preoccupava se prendevo l’aereo per Parigi o anche solo se andavo a Modena in treno. E lui quando è partito non sapeva niente, non aveva visto niente. Non era mai uscito dal paese, se non per andare a lavorare, fin da bambino, facendo 10 chilometri a piedi.

Il libro nasce da un altro libro, inedito, che scrissi anni fa intervistando i miei genitori per non perdere la memoria di famiglia del loro viaggio di emigranti

Ho pensato spesso che per avere lo stesso senso di spaesamento che può aver trovato arrivando in un posto mai visto, la nostra generazione dovrebbe andare su Giove: voglio dire, siamo cresciuti studiando la geografia, andiamo nei posti sapendo cosa aspettarci. Lui ha preso un treno perché gli hanno detto che dall’altra parte c’era del lavoro. Non sapeva niente.

Illustrazione di Maurizio Quarello da Mio papà, il grande pirata, Copyright Orecchio Acerbo, 2013
Illustrazione di Maurizio Quarello da Mio papà, il grande pirata, Copyright Orecchio Acerbo, 2013

La storia del papà pirata è un po’ la versione romanzata di quello che ho raccolto nelle interviste. L’immaginario della miniera mi piaceva e come documentazione ho fatto una ricerca minima—sulle misure, su come dormivano i minatori—per non commettere errori grossolani, ma poi la maggior parte della storia è basata sui sentimenti più che sul racconto della miniera.

“Mio padre, il grande pirata” è una storia articolata, che ha diversi piani di lettura. Sul sito di Orecchio Acerbo leggo che è indicato per i ragazzini dagli otto anni in su ma credo sia comunque indispensabile che un bambino abbia accanto un genitore al momento nella lettura, per spiegare ad esempio la tragedia di Marcinelle o per dare un nome alle emozioni complesse, difficili da elaborare. Tu, da professionista e da addetto ai lavori, quale credi debba essere il ruolo del genitore nelle letture dei propri figli? Imporre, assecondare, “mettere a disposizione” le letture giuste? E, soprattutto, quali sono, se esistono, le letture giuste?

Di base si tratta di un racconto lungo ed è questo che può essere difficoltoso, ma come ripeto, dipende da bambino a bambino. Ho immaginato questa storia raccontata ad alta voce e infatti mi piacerebbe girare per farne letture pubbliche.
In generale non mi piacciono i libri illustrati basati direttamente su fatti di cronaca, penso che i bambini non abbiano bisogno di questo genere di cose. Ho sempre sostenuto, per esempio, i libri sull’Olocausto per i ragazzi, ma non sopporto quelli illustrati per i molto piccoli, perché mi sembrano un puro esercizio di commozione che non racconta molto e spiega ancora meno.

Penso che questo libro abbia una storia—un’avventura—prima che il racconto di un fatto di cronaca, quindi possa essere adatto ai bambini. Se però vicino c’è un adulto per spiegare cosa erano le miniere, perché no? Un adulto nei paraggi penso che dovrebbe esserci sempre. I bambini assorbono qualsiasi cosa, ma poi sono pieni di domande!

Non mi piacciono i libri illustrati basati direttamente su fatti cronaca: i bambini non hanno bisogno di questo genere di cose

Per il resto, è impossibile dire cosa sia giusto o meno per i bambini. Lo vedo costantemente ai saloni, lo vedo alla consegna dei premi. So di ripetermi, ma continuo a pensare che l’unica risposta alla domanda «qual è il miglior libro per un bambino?», sia: tanti!
Questo mio libro fa piangere, ma non bisogna solo piangere! Per questo scrivo fumetti che fanno ridere, storie d’amore, storie filosofiche: bisogna piangere, ridere, pensare. E innamorarsi, ovviamente.

Altre storie
I blocchi al 100% sostenibili di Hato Press