Canon EOS M Diary | De Vecchi

26.1.2013 / / design, eos m diary
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Per l’ultima tappa “sul campo”, a provare la Canon Eos M, di cui sono — con gran giubilo — italico ambasciatore, sono andato alla scoperta di una bottega, in quel di Milano, che da quasi ottant’anni è considerata in tutto il mondo un’eccellenza per la lavorazione dell’argento: De Vecchi.
Una storia che prosegue da ben tre generazioni e che inizia in un laboratorio artigiano della Milano degli anni ’30, quando Piero De Vecchi — apprendista incisore poi progettista, artista, innovatore nel campo della lavorazione dell’argento e dell’alluminio — inizia a produrre oggetti che nel ’47 finiscono addirittura alla Triennale di Milano, dove quella piccola impresa verrà premiata per ben tre volte nella stessa edizione (premi che entreranno poi nel nome stesso dell’azienda: Premiata Ditta De Vecchi, che continuera ad accumulare vittorie e segnalazioni in tutte le principali fiere e competizioni sul design).

Servizio pic-nic in alluminio - progetto Piero De Vecchi, realizzazione Metallarte - diploma d'onora alla VIII Triennale (da Domus n.221, 1947)

Di quel periodo purtroppo non rimane quasi nulla nell’archivio storico: era l’epoca del Futurismo, il passato era visto come un peso e non come un valore e Piero, detto Pierino, pare fosse un futurista, sebbene atipico (come tutti gli spiriti davvero liberi).
Da allora comunque le strade tra arte, design, impresa, artigianato si incroceranno spesso tra le mura della De Vecchi, con collaborazioni con alcuni tra i più grandi designers dell’epoca — Gio Ponti, tanto per citarne uno.

La vera svolta però arriva negli anni ’60, quando entra in azienda Gabriele De Vecchi, figlio di Piero, genio visionario, uomo di ricerca, artista cinetico (su questo poi tornerò più avanti) che, non senza qualche dubbio — mettici tutte le dinamiche padre/figlio e le differenze generazionali, mettici le tensioni artistiche, politiche, sociali dell’epoca — prima affianca il padre (che si dimostra un gran talent-scout ed “allevatore” di talenti), poi lo sostituisce alla guida dell’impresa, portandola ai vertici internazionali in quanto a qualità ed innovazione, progettando oggetti che riescono a far dialogare tra loro estetica, funzione e concettualità, senza dimenticare l’aspetto ludico dell’oggetto.

Gabriele De Vecchi è infatti un pioniere dell’arte interattiva e tra i fondatori del cosiddetto gruppo T (dove T sta per Tempo), tra i più importanti gruppi artistici dell’epoca insieme al coevo gruppo N (dove enne, numero indefinito, simbolegga il collettivo, quello all’interno del quale fare ricerca).
Facciamo un passo indietro: il dinamismo futurista del primo novecento prosegue idealmente, soprattutto in Italia, negli anni ’50 e ’60 in quella che viene chiamata arte cinetica che, risentendo anche degli influssi di dadaismo e costruttivismo, si propone di creare opere (sculture, macchine, disegni, oggetti) dotate di movimento proprio o che interagiscono e si “attivano” grazie all’intervento del fruitore.
Se da una parte uno dei più grandi protagonisti dell’arte cinetica, Bruno Munari, crea macchine in movimento (Macchine Inutili, Macchine Aritmiche), il gruppo N ed il gruppo T di De Vecchi puntano sulla percezione, l’interattività e l’illusione, con l’ideazione di oggetti ed ambienti davanti ai quali — o nei quali — è il fruitore, attraverso il movimento nello spazio e/o nel tempo, a far “lavorare” l’opera.

Gruppo T - da sinistra: Gabriele De Vecchi, Davide Boriani, Giovanni Anceschi e Gianni Colombo; in piedi L. Zanoni

Il giovane De Vecchi riesce a dividersi tra la dimensione artistica ed il mondo aziendale, contaminando l’una con l’altro e viceversa, riuscendo a tradurre le sue sperimentazioni all’interno dell’azienda di famiglia, creando negli anni tutta una serie di oggetti in argento che faranno la storia del design e dell’arte in generale — non soltanto cinetica.

La dimensione ludica e interattiva – brocche che al passaggio dell’acqua si animano, oggetti dalle superfici riflettenti che dialogano con il mondo attorno a loro, deformandolo, spezzandolo, inglobandolo – entra nell’ambito degli oggetti per la casa e se da una parte Gabriele De Vecchi è affascinato dal design industriale (le cui pratiche introduce in azienda) e dalla produzione in serie, dall’altra continua a lavorare a pezzi unici pensati per pochi clienti o addirittura a divertissement che non arriveranno mai in commercio, prendendo in seguito la via dei musei (Moma, Guggenheim, Triennale tra gli altri), delle case d’asta e delle collezioni private.

A proposito degli specchi, una costante nel suo lavoro, sia d’artista che di artigiano/designer, De Vecchi ne studia, osserva, produce di tre categorie: gli specchi tondi, quelli deformanti, tipo luna-park; gli specchi piani, per moltiplicare/dividere l’ambiente circostante; gli specchi “storici”, elementi di design come una superficie piana, semplice, regolare, inserita all’interno di un lavoro cesellato. Questi ultimi, elementi fuori contesto, quasi delle sorprese inaspettate, dei doni, fanno parte dei suoi divertissement d’artista, pezzi unici esattamente come gli animali in argento che “costruisce” attorno a delle pietre scovate un po’ dappertutto.

Tra caveau e cantina oggi in azienda ci sono scaffali su scaffali pieni di stampi, studi di forma, prototipi, pezzi realizzati a mano, negli anni, sia da Piero che da suo figlio Gabriele.
«La produzione, negli anni d’oro dell’azienda, era sterminata» dicono. «Qua dentro abbiamo quintali di oggetti: vassoi, vasi, brocche, caffettiere, legumiere, porta-foto, secchi da champagne… Cose che oggi raramente vengono ancora usate. Erano altri tempi».
Ce n’è di che riempire un museo. E pare che l’intenzione ci sia, anche se per il momento non è una priorità dato che la De Vecchi Milano 1935 – questo il nome completo dell’azienda – è in piena fase di riorganizzazione e rilancio.

Giacomo, Matteo e Gabriele De Vecchi, 2008 - © Tom Vack

Gabriele De Vecchi infatti viene a mancare nell’ottobre del 2011 dopo una lunga malattia ma l’attività viene già portata avanti fin dalla fine degli anni ’90 dai suoi figli, Matteo e Giacomo.

Nel 2008, complice la crisi economica, la continua ascesa dei prezzi delle materie prime e soprattutto un vero e proprio cambiamento culturale nelle abitudini d’acquisto delle famiglie, pure benestanti, in fatto di oggetti per la casa (se un tempo era la norma avere, se non un servizio, almeno qualche pezzo di argenteria pregiata in casa, oggi – guardati attorno – le abitudini dei giovani nuclei famigliari sono più vicine al mondo-Ikea, all’usa-e-getta, al design industriale su larga scala o comunque a tutt’altri), l’azienda entra in una fase buia, superata solo nel 2010 grazie ad un altro marchio che è sinonimo d’eccellenza del made in Italy, la gioielleria Vhernier di Valenza, che in passato ha già collaborato con Piero e Gabriele De Vecchi e che tre anni fa rileva l’impresa, per allargarne il giro d’affari verso nuovi mercati, soprattutto l’Est Europa, Medio ed Estremo Oriente e Stati Uniti.

Oggi l’azienda, oltre a rispolverare gli enormi archivi e a riproporre i pezzi storici o quelli più recenti, magari disegnati da mostri sacri del design come, solo per citarne un paio, Tom Dixon o Patricia Urquiola, collabora anche con giovani realtà emergenti, come ad esempio i milanesi di 4p1b, che si sono presentati in azienda con il loro portfolio trovando un interlocutore apertissimo a nuove sperimentazioni.

L’obiettivo principale è diversificare la produzione, testando nuove lavorazioni ed introducendo materiali che finora sono rimasti fuori dalla catena produttiva, come la ceramica, la porcellana o il vetro – in precedenza utilizzati solo in piccolissima parte – che vengono lavorati però al di fuori dell’azienda ma sempre da laboratori artigianali selezionatissimi in modo tale da mantenere standard qualitativi molto alti, per poi essere combinati con l’argento.

Domestic Landscape, progetto di Gabriele De Vecchi, 2007

Mi chiedo: tra le nuove generazioni c’è chi ha voglia di fare questo mestiere? Di lavorare in un’officina, seppur di altissimo livello come questa, tra torni, fiamme, stampi, levigatrici e martelli di ogni forma e dimensione?
«Di giovani artigiani, con le competenze, il talento ma soprattutto la voglia di imparare se ne trovano pochi» raccontano in azienda. «Sarà dura rimpiazzare la vecchia generazione, che pian piano sta andando in pensione».

Chi arriverà, comunque, avrà modo di lavorare avendo a disposizione un archivio sterminato, che riempie diversi scatoloni ancora tutti da riordinare (beato chi avrà il compito di farlo) e stracolmi di disegni, progetti, appunti ed impeccabili foto still-life in bianco e nero (come non se ne vedono più) di ogni singolo oggetto, in diverse angolazioni, prodotto da De Vecchi negli ultimi cinquant’anni e oltre.

Nel laboratorio, oltre ai macchinari e i tavoli da lavoro, un vecchio tavolino in legno dall’aria quasi spettrale. «È quello dove lavorava Gabriele De Vecchi. lo abbiamo lasciato lì tale e quale. Non lo tocchiamo non lo spolveriamo nemmeno» raccontano. Ci fosse stato bisogno (ma non ce n’era) di una prova tangibile di quanto lo spirito del genio di famiglia fosse rimasto tra quelle mura, eccola là.

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Simone Sbarbati

editor-in-chief a frizzifrizzi
34 anni, papà, co-fondatore ed editor-in-chief di frizzifrizzi, fumatore di pipa, ossessionato da catalogazione e contesto, rispondo alle mail con malavoglia e in ritardo, ho un buco nero in terrazzo, non mi siedo alle sfilate.