Ci sono due tipi di bambini. Quelli (pochi) a cui piacciono i canditi e quelli (la maggior parte) che invece li odiano. Ogni Natale, in quasi tutte le case in cui ci siano un bambino e un panettone classico, delle piccole dita si fanno largo scavando tra le fette per togliere quelle minuscole gemme dolci e colorate dalla consistenza strana, disponendole magari in mucchietti sul bordo del piatto o al centro del tovagliolo.

Anche alla piccola Elsa i canditi non piacciono. Ma invece di accatastarli sul tavolo lei ne regala uno al suo cane Karl e un altro lo mette in un vasetto di vetro. Uno a Karl e uno al vaso. Uno a Karl… Oppure li nasconde: sotto la tovaglia, fra i giocattoli, nella lavatrice, nelle scarpe del padre, nel bagnoschiuma al muschio bianco della madre. Finché a Elsa non balena in testa un’idea. I canditi sembrano pietre preziose, perché non utilizzarle per costruire dei gioielli?

Comincia così I gioielli di Elsa, albo a fumetti firmato da Sarah Mazzetti e pubblicato nella collana Dino Buzzati di Canicola Bambini, progetto editoriale per i piccoli che è stato lanciato lo scorso anno da Canicola e che punta su fumetti realizzati da autori che abitualmente non lavorano per bambini.
Anche Sarah, celebre a livello internazionale come illustratrice (collabora con le più prestigiose testate e ha vinto numerosi premi), è per la prima volta alle prese con una storia per l’infanzia e — aggiungo io — se l’è cavata egregiamente.

Lo scorso novembre I gioielli di Elsa è stato presentato a Bologna durante il festival BilBOlbul con una mostra e un incontro presso il MAMbo, incontro che io ho avuto l’onore e il piacere di condurre.
Per nostra fortuna (e, spero, anche dei lettori) la redazione di Canicola ha registrato tutto e quindi proponiamo qui la trascrizione del dialogo/intervista tra me e Sarah.

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Sarah Mazzetti, “I gioielli di Elsa”, Canicola Bambini, novembre 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Sarah Mazzetti, classe 1985, Bologna, città in cui sei tornata recentemente a vivere e lavorare. Insegni illustrazione allo IED di Milano. Lì hai anche studiato, ma prima ti sei laureata in Scienze della Comunicazione. Come mai la decisione di cambiare completamente disciplina?

Nel momento in cui dovevo scegliere che specialistica fare dopo la triennale ho avuto l’illuminazione. Era l’occasione per cambiare completamente direzione e l’ho presa al volo. Ho scelto lo IED un po’ casualmente — all’epoca era l’unica scuola italiana che formasse in quel senso — ma non avevo un’idea precisa dell’ambito lavorativo che presentava l’illustrazione. Semplicemente ho seguito una passione molto forte, che mi porto dietro da quando sono nata: disegnare.

Una volta mi hai raccontato che da bambina disegnavi bambine senza naso. Ora i nasi ci sono, quindi siamo già piuttosto avanti rispetto a quando eri piccola. E dire che semplicemente disegni è dire poco. Lavori principalmente come illustratrice ma sei anche fumettista, realizzi animazioni…

Sì, ma le animazioni sono piccoli esperimenti. Non prenderei mai un lavoro come animatrice.

Sarah Mazzetti, “I gioielli di Elsa”, Canicola Bambini, novembre 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Per una vecchia intervista che uscì su Frizzifrizzi mandasti dei collage, ma è da molto tempo che non ne vedo più nella tua produzione. È una cosa che hai abbandonato del tutto?

I collage effettivamente non li faccio più. Li uso ogni tanto in privato, quando disegno sui miei sketchbook, quando sono più libera, ma non li uso e non li ho mai usati lavorativamente.

Andando sul tuo sito c’è ancora un link al tuo tumblr pieno di collage. Ho un grandissimo rispetto per chi lascia i propri “resti” online, perché c’è tanta gente che cerca di cancellare quello che ha fatto in passato, considerandolo impresentabile e controproducente per la propria carriera.

Le cose che ho lasciato magari non sono professionali, però ci vedo un’istintività, una voglia di fare che ancora mi comunica qualcosa, che secondo me ha ancora un senso vedere.

Parlando di istintività, so che non lavori mai direttamente al computer ma cominci ogni tuo lavoro su carta.

Non so nemmeno comporre un immagine direttamente al computer, quindi ho sempre bisogno di disegnare su carta.

Sarah Mazzetti, “I gioielli di Elsa”, Canicola Bambini, novembre 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Finora hai sempre realizzato fumetti molto brevi, soprattutto per delle collaborazioni o per Teiera, piccola etichetta di autoproduzioni che hai fondato nel 2011 insieme a Giulia Sagramola e Cristina Spanò… A proposito, esiste ancora Teiera?

Teiera non è mai finita ufficialmente. Ma è anche vero che non facciamo più cose da tanto tempo — sicuramente non c’interessa più realizzare la classica antologia che usciva ogni anno con la scadenza di Lucca Comics. Però se dovesse capitare, in futuro, di fare cose diverse rispetto a quelle che abbiamo fatto finora, sarebbe bello (come è successo con Limbos e la residenza di Roman Muradov che abbiamo organizzato durante BBB 2014).

Con le autoproduzioni funziona spesso così: quando sei più giovane hai meno impegni lavorativi, meno cose da gestire, e quindi hai tempo per dedicarti anima e corpo a un progetto di questo tipo — anche perché pur essendo finita la scuola, sei ancora nel periodo di formazione rispetto alla professione che vorresti intraprendere. Poi, crescendo, il tempo è sempre meno. È nella natura delle cose.

I gioielli di Elsa è il tuo primo libro a fumetti, e anche il tuo primo libro per bambini. Ti confesso che associare “Sarah Mazzetti” e “bambini” nella stessa frase non è una cosa che avrei immaginato potesse succedere. Ma hai tirato fuori un’opera davvero interessante, e assolutamente atipica.
Ti riporto anche la recensione di mia figlia, 9 anni. «È un fumetto molto strano», ha detto, ma so che le è piaciuto tanto.
Com’è nata l’idea? L’input iniziale è arrivato da te o da Canicola?

Liliana Cupido di Canicola mi ha chiesto, ormai più di un anno fa, di progettare la grafica per Canicola Bambini. Poi ha aggiunto: «se ti va, ci piacerebbe l’idea anche di un libro».
Per un po’ non abbiamo più affrontato il discorso, finché un giorno Liliana mi ha messo alle strette, e allora ho cominciato a lavorare su un’idea che avevo già da più di due anni. La scintilla iniziale, infatti, nasce da un vecchio disegno di un panettone gigante e una bambina che prendeva un candito come se fosse un gioiello, una pietra preziosa. Ai tempi volevo utilizzare quello spunto per una storia breve per Teiera, per un’antologia o qualcosa del genere, ma alla fine non se ne fece niente.
Quel disegno e quell’idea, però, mi rimasero impressi ed è da lì che sono partita per I gioielli di Elsa.

Sarah Mazzetti, “I gioielli di Elsa”, Canicola Bambini, novembre 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Quanto lavoro c’è stato dietro, dall’idea iniziale al libro?

Non è stato tanto un lavoro lungo — alla fine ci ho messo quattro mesi — ma è stato intenso, molto intenso.

All’inizio del libro c’è Elsa che lascia i canditi dappertutto, nei cassetti, nelle scarpe del papà. È una cosa che facevi anche tu? Perché ho notato che nella storia ci sono tanti piccoli gesti tipici dei bambini e mi chiedevo come ti fossero venuti in mente.

Io non nascondevo le cose, però sì, faccio molta attenzione ai “piccoli gesti” come dici, dei bambini e degli adulti, li trovo molto significativi diciamo. Mi ricordo che da piccolina, quando ero all’asilo, staccavo le ventosine del polipo e me le mettevo in tasca, poi le portavo a casa. Pensavo fossero occhi.
I bambini fanno queste cose che non hanno molto senso e io mi diverto ad analizzare un piccolo gesto quando disegno qualcosa. Mi piace andare nel dettaglio.

Sarah Mazzetti, “I gioielli di Elsa”, Canicola Bambini, novembre 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Sei andata a fare stalking nelle scuole, per osservare i bambini?

No, zero, è stato tutto un “vediamo cosa mi viene in mente”.

Però l’hai fatto dopo, perché ogni albo di Canicola Bambini nasce in collaborazione con un progetto e I gioielli di Elsa è anche frutto di una partnership con Uovokids, festival milanese dedicato alla creatività contemporanea per bambini.
Durante il festival hai tenuto dei workshop basati su questo libro, giusto?

Sì, non sono abituata ad avere a che fare con i bambini però è stato divertente.
Non sapevano cosa fossero i designer e designer è una delle parole che non sono riuscita a tradurre, perché non c’è una parola italiana per dire designer, non esiste. Non si dice “progettista di gioielli”, si dice designer.

Effettivamente nel libro ci sono parole come atelier, soubrettine, che non sono immediatamente comprensibili per i bambini.

Sono forestierismi però son sempre parole!

Sarah Mazzetti, “I gioielli di Elsa”, Canicola Bambini, novembre 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Anche secondo me è giusto semplificare ma senza esagerare. Trovo molto bello che i bambini si fermino, chiedano, si facciano spiegare da qualche adulto.

Ci sono tante informazioni. È una lettura complicata rispetto a un albo illustrato, che è una lettura proprio pensata per i bambini in quanto c’è molto respiro sia nel testo che nel disegno.
C’è stato un grosso lavoro, con Canicola, per portare la storia e il linguaggio in direzione dei bambini. Essendo abituata a scrivere per adulti, senza quindi pensare a un pubblico specifico, sono solita usare il sarcasmo, per esempio, che per i bambini non sarebbe comprensibile.

A circa metà libro la storia prende una piega strana: sembra una detective story e poi diventa una storia di avventura — quasi fantasy perché si entra nell’antro delle formiche.

Sì, quello che avevo in mente come struttura era però il percorso delle fiabe classiche.

Sarah Mazzetti, “I gioielli di Elsa”, Canicola Bambini, novembre 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Poi c’è anche una busta parlante, una sportina. Ci sono tanti elementi strani e apparentemente dissonanti. Come hai lavorato sulla struttura? Avevi in mente tutto dall’inizio oppure le idee sono venute in corso d’opera?

L’idea della busta biodegradabile è nata per caso, però con un’intuizione molto specifica: avevo bisogno di un elemento tipico della fiaba classica, cioè l’aiutante che aiuta il personaggio principale a risolvere l’inghippo, ma con un determinato lasso di tempo per farlo. La sportina biodegradabile, che pian piano scompare e poi si dissolve, è come Cenerentola che deve rientrare entro mezzanotte.

Ci sono tanti personaggi — Elsa, il cagnolino Karl, le due zie, Jean Jacques, le formiche e poi la grande antagonista che è Antéf. Per quanto il fumetto sia breve, capisci che sono tutti personaggi che hanno una vita al di fuori della storia, anche un po’ misteriosa. Non sono macchiette e basta, sono personaggi con una loro dignità e complessità. Ad esempio le zie, che hanno un ruolo pedagogico un po’ discutibile.

Le zie rappresentano lo stereotipo del personaggio che lavora nella moda milanese, e sono positive e negative allo stesso tempo, nel senso che spingono Elsa nel mondo degli adulti, in cui si ritrova sballottata qua e là, e non l’aiutano molto.

Sarah Mazzetti, “I gioielli di Elsa”, Canicola Bambini, novembre 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Invece la mamma? Si vedono solo le scarpe della mamma.

La mamma non mi serviva nella storia. Sono le zie a rappresentare la dimensione famigliare, ma non mi interessava approfondire quell’aspetto e coinvolgere anche la mamma. Quindi rimane solo citata e chiamata.

E il papà?

Del papà compaiono le scarpe in cui Elsa infila i canditi. Abbiamo dei genitori ma non compaiono.

Per quanto riguarda la scelta cromatica?

Puntare su due soli colori è stato più semplice e più veloce. Questo fumetto l’ho realizzato in poco tempo ma avevo bisogno di trovare una combo che mi rendesse istintiva almeno la colorazione. Non c’è un significato preciso dietro la scelta delle tonalità: quel rosso e quel verde funzionavano bene come pantoni di stampa — e poi ovviamente il rosso richiama il colore dei canditi.

Sarah Mazzetti, “I gioielli di Elsa”, Canicola Bambini, novembre 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Nel libro dipingi il mondo della moda in maniera molto interessante. E si capisce che non è tutto campato per aria ma che conosci bene ciò di cui parli.
Tu segui il mondo della moda?

Sì, a livello superficiale. Mi diverte, mi divertono i personaggi paradossali. La seguo per un discorso di design e di cultura visiva, che m’interessa, e poi per voyeurismo di basso livello verso quei paradossi che mi infastidiscono ma che allo stesso tempo mi divertono molto quando li incontro nella vita vera.

Elsa, la protagonista, porta il nome di una designer realmente esistita.

All’inizio il libro doveva chiamarsi I gioielli di Lisa. Lisa era un nome a caso. Poi, un giorno, stavo guardando dei documentari di Agnès Varda, regista francese che è entrata in contatto con varie correnti artistiche. Ha anche realizzato un documentario che parla dell’amore tra il poeta surrealista Louis Aragon e sua moglie, Elsa Triolet. Il film mi ha molto colpita e quindi sono andata ad approfondire la figura di lei, scoprendo che era una scrittrice e poetessa russo-francese e che per un periodo della sua vita è stata anche designer di gioielli e che, tra l’atro, come la bambina del libro, li realizzava con materiali non preziosi.
Quindi la mia Lisa non poteva che chiamarsi Elsa.

Sarah Mazzetti, “I gioielli di Elsa”, Canicola Bambini, novembre 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Altre fonti di ispirazione sono state Gli Aristogatti e La spada nella roccia.

Una delle cose su cui abbiamo lavorato molto è stato asciugare i dialoghi, perché io ho nella testa, come linguaggio per bambini, quell’ipercaratterizzazione dei film Disney degli anni ’50 e ’60. Quando faccio parlare le zie, ho in mente la signora degli Aristogatti.

Ci sono anche i Barbapapà.

Si, i Barbapapà per una questione prevalentemente estetica, nel senso che magari ci sono alcune influenze molto forti per me, ma che non si vedono così tanto. Quando ho realizzato la tavola con Elsa! strillato, avevo in mente questi personaggi di Julius Klinger, designer ustriaco di inizio ‘900, che a loro volta somigliano ai Barbapapà – o almeno, per me quelli sono i Barbapapà di Julius Klinger, ma è un collegamento assolutamente arbitrario e personale.

Io ci vedo dei collegamenti che mi influenzano. È come se certi elementi di cultura visiva si collegassero fra loro e tornassero nel mio lavoro in un modo non troppo palese a chi legge. Anche la Nidasio è un mio grande amore. La tavola in cui Antéf fa l’incantesimo è molto fluida, morbida, e io, quando disegno in quel modo, ho in mente la Nidasio.

Sarah Mazzetti, “I gioielli di Elsa”, Canicola Bambini, novembre 2017
(foto: Frizzifrizzi)

Ho notato che nelle tue interviste non citi quasi mai le ispirazioni.

L’ispirazione non è un autore, ma è la cultura visiva, la letteratura. Ti appassionano, in qualche modo entrano dentro di te e, quando lavori, tornano in superficie. Poi quando ti fanno una domanda del genere — «quali sono le tue fonti di ispirazione?» — non ti viene in mente nessun nome perché sono tante le cose diverse che ti influenzano.

Dalle opere che realizzi è evidente che la tua cultura visiva sia molto ricca.

Mi piace quello che faccio da tutti i punti di vista: sono appassionata di immagini. Non saprei spiegartelo meglio di così. Ma mi piacerebbe essere molto più “studiosa”, dedicare più tempo alla ricerca in generale, in maniera più strutturata, ma la parte principale del mio lavoro rimane comunque “il fare”, e va benissimo così.

Sarah Mazzetti, “I gioielli di Elsa”, Canicola Bambini, novembre 2017
(foto: Frizzifrizzi)

In una vecchia intervista si diceva che il filo che collega tutti i tuoi personaggi femminili sia il fatto di essere forti.

In realtà, quando disegno, i miei personaggi vengono fuori in modo naturale, non pensato.
Elsa poteva anche essere un maschietto. E poi Elsa, secondo me, non è così forte.

Cosa ne pensi di tutti quei progetti che stanno nascendo e che riguardano la creatività al femminile? Uno fra tutti, Women who draw, ideato da due illustratrici per sopperire alla carenza, secondo loro, di illustratrici nel mondo dell’editoria. È un’iniziativa che ha fatto molto discutere.

Quella è una cosa super americana di reazione a Trump. Secondo me non ha senso essere pro o contro. Io personalmente non ho mai mandato i miei lavori, perché all’inizio non mi piaceva il fatto che ci fossero molte etichette — dalla razza all’orientamento sessuale — né il meccanismo di autodefinirsi all’interno di una nicchia.

Capisco anche che per superare una situazione di sottorappresentazione è determinante dare spazio in modo anche programmatico alla categoria non rappresentata, altrimenti lo status quo continua a perpetrarsi acriticamente. Negli Stati Uniti è anche molto sensibile la questione sulla presenza di persone di colore che lavorano in campo creativo, c’è una forte consapevolezza della necessità di creare una società più paritaria e inclusiva, e un’agire molto concreto in quella direzione.

Mi rendo conto, quindi, che certi meccanismi sono legati a contesti specifici, e che si ha sempre una percezione relativa alla propria cultura di provenienza, il punto è essere in grado di andare alle radici di queste cose, dargli senso. Davvero non c’è nulla da “giudicare”.

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I gioielli di Elsa, di Sarah Mazzetti, pubblicato da Canicola edizioni, è in vendita nelle migliori librerie e sul sito di Canicola.

Sarah Mazzetti, “I gioielli di Elsa”, Canicola Bambini, novembre 2017
(foto: Frizzifrizzi)