Sperimentare i generi attraverso i gioielli: Sari Räthel

Tempo fa discutevo con un caro amico su un tema riguardo al quale avevamo pareri discordi.
La mia tesi era che i più giovani stessero cominciando a vivere e relazionarsi con una mentalità che andava oltre la netta divisione di genere che invece ha influenzato gran parte delle nostre vite e quelle di chi è arrivato prima di noi. Che i più giovani stessero cominciando cioè a vivere in una sorta di dimensione asessuata, o comunque in un mondo interiore (esteriorizzato attraverso le scelte di moda, con la moda che a sua volta le riflette sulle passerelle e nei negozi, in quello che è un continuo gioco di specchi, non sempre consapevole) in cui i generi fossero come stati passati al frullatore.

Le prove che portavo a mio sostegno erano puramente empiriche, frutto soltanto dell’attenta osservazione di un campione umano che di certo non può dirsi rappresentativo: gli studenti di moda, il loro modo di essere, singolarmente e in gruppo, il loro modo di apparire, il loro modo di costruirsi un immaginario (qua l’osservazione esce dal mondo reale per finire sui loro Tumblr, i loro profili Instagram: preciso che non sono uno stalker ma ho svariati contatti su tutti i social con i miei ex e forse futuri studenti), il loro modo di applicare poi quello stesso immaginario nella creazione di moodboard e in seguito di collezioni.

© Sari Räthel
© Sari Räthel

Ma pur non essendo, come ho detto, un campione rappresentativo, non è proprio da certe avanguardie — azzardavo — che vanno colti i segni? (A patto che lo siano, avanguardie: qua ho dato grossa fiducia al mio campione, devo ammetterlo.)

Ovviamente col mio amico non si è arrivati a una conclusione o una sintesi che mettesse d’accordo entrambi. Ma continuo a sostenere la mia tesi e a raccogliere elementi a mio favore, ai quali va ad aggiungersi lo splendido lavoro di Sari Räthel, recentemente laureatasi al Royal College of Art di Londra con una collezione di gioielli che poi qualche giorno fa, a Trieste, ha vinto il Jewelry Award della 15esima edizione di ITS – International Talent Support, uno dei più importanti premi per giovani talenti della moda a livello mondiale.

© Sari Räthel
© Sari Räthel

La collezione, che prende il nome di Gender Blender (a proposito di frullare i generi…), si basa su un concetto semplice quanto intelligente: indossare dei gioielli realizzati ad hoc per sentire attraverso il proprio corpo l’altro da sé: come sarebbe avere il pomo d’Adamo? E le unghie lunghe e ricostruite? E le spalle larghe? E il seno? E i fianchi? E lo scroto?

Ma allo stesso tempo i gioielli/protesi temporanee della giovane designer tedesca — realizzati con materiali che vanno dalla pelle all’oro rosa, dal metallo argentato all’agata e al silicone — possono essere anche il modo per mettere idealmente in mostra il vero sé.

© Sari Räthel
© Sari Räthel

Non so se tra l’altro è solo a me che questa collezione ha fatto venire in mente l’atto psicomagico di Jodorowsky, il travestimento come modalità simbolica e metaforica per parlare al proprio inconscio e sciogliere nodi psicologici.
Ad ogni modo ben vengano tutti i Gender Blender; che si continui a frullare senza sosta e ad abbattere confini fisici e mentali.

Se poi è davvero solo una tendenza passeggera, e solo in alcuni contesti, come sosteneva il mio amico, poco male. I muri si possono abbattere con grandi e spettacolari esplosioni ma anche picconando pian piano, fosse anche perché va di moda farlo.

© Sari Räthel
© Sari Räthel
© Sari Räthel
© Sari Räthel
© Sari Räthel
© Sari Räthel
© Sari Räthel
© Sari Räthel
© Sari Räthel
© Sari Räthel
© Sari Räthel
© Sari Räthel
© Sari Räthel
© Sari Räthel

foto Eliška Kyselová
modelli Jika Edström e Niall Reynolds
acconciature e trucco Roro Cuenca
assistenti Desirée Slabik, Phoebe Argent e Isla Macer Law
assistente tecnico Simon Ward