Illustrazione disegnata da Bianca Bagnarelli per l'ultima edizione del concorso Xanadu

Xanadu, comunità di lettori ostinati: intervista a Nicola Galli Laforest

Xanadu è un progetto meraviglioso, una “comunità di lettori ostinati”, come si definisce.
Nato per promuovere la lettura nelle scuole (superiori e media), oggi coinvolge centinaia di insegnanti, bibliotecari e operatori culturali in tutta Italia.
Senza Xanadu probabilmente le biblioteche scolastiche sarebbero piene di volumi vetusti e anacronistici (molte purtroppo lo sono ancora), tutt’altro che attraenti per un quindicenne o un sedicenne che dentro ha tutto il fermento, lo spaesamento, la rabbia dell’adolescenza.

In questi giorni Xanadu—che non punta mica solo sui libri, ma sulle Storie, e le storie stanno pure dentro ai film, nei fumetti, nei videogiochi, dentro a un disco—partecipa al bando cheFare, che premierà con 50.000 Euro ciascuno tre progetti culturali.
Per raccogliere voti, oggi hanno lanciato l’iniziativa Bookface, in cui chiedono ai lettori di ogni età di fotografarsi con il libro che a 15 anni ha cambiato loro la vita e di metterlo sui social network.

Per saperne di più ho intervistato Nicola Galli Laforest che di Xanadu è uno dei fondatori.
Alla fine dell’intervista, oltre a un senso di depressione per com’è messa la scuola italiana, avrai di sicuro voglia di supportare e votare il progetto—è lo stesso Nicola a spiegarmi, e a spiegarti, come verrà utilizzato il denaro dell’eventuale vittoria.
Ma io nel frattempo il link per votare te lo metto fin da ora… bando.che-fare.com/progetti-approvati/xanadu/

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Nicola Galli Laforest (a destra), insieme allo scrittore Gianni Biondillo
Nicola Galli Laforest (a destra), insieme allo scrittore Gianni Biondillo

Come e soprattutto perché è nato Xanadu?

È nato nel 2004. All’epoca con Hamelin facevamo già dei laboratori di promozione della lettura con i più piccoli ma abbiamo iniziato a lavorare anche con le scuole superiori, a Bologna e dintorni. Lì, alle superiori, abbiamo trovato tanti insegnanti entusiasti ma distrutti dal fatto che non sapevano più come lavorare a scuola, soprattutto sulla lettura.
Avevamo già un gruppo di biblioteche che tentava di affacciarsi in quel settore, che però praticamente non esisteva perché in Italia la letteratura per adolescenti è nata dopo Moccia [Nicola fa un grande, largo sorriso rassegnato, ndr], tanto per intenderci.

Quindi è da questa mancanza che siete partiti.

Sì, memori anche delle nostre rispettive esperienze come studenti e consci del fatto che in Italia di fatto la lettura non esiste o è limitata ai soliti classici, abbiamo tentato, insieme alle varie biblioteche di Bologna e alcuni insegnanti in gamba, di capire cosa si poteva fare, quali fossero gli obiettivi di un nuovo modo di fare lettura a scuola.

Quali sono stati i primi passi?

Costruire una prima bibliografia di testi che non fossero soltanto per ragazzi, perché l’idea era di cercare nella letteratura cosa potesse dire ancora oggi ai ragazzi il leggere.

Uno dei percorsi di letture e visioni di Xanadu
Uno dei percorsi di letture e visioni di Xanadu

Qualche esempio?

Dürrenmatt. Che uno direbbe «non lo darei mai ai ragazzi», e invece abbiamo trovato qualcosa di Dürrenmatt che va benissimo.
O, più banale ma non così tanto: Stephen King. A scuola non c’è mai entrato ma noi facciamo corsi di aggiornamento in cui imponiamo agli insegnanti di leggersi Stephen King.
Per cui al di là dell’alto e basso, o presunto tale, noi abbiamo cercato tutte cose che sembravano importanti dal punto di vista estetico ma anche emotivo, per chi legge.

Com’è stata accolta questa prima bibliografia?

Molto bene, al di là di ogni aspettativa perché nel giro di un anno il progetto ha fatto subito un salto. C’è stato un tam tam tra le scuole bolognesi e della provincia, più o meno fino a Modena, per cui l’anno dopo era già diventato un progetto grosso.
E lì ci siamo resi conto che doveva esserci anche un altro obiettivo fondamentale: la formazione degli insegnanti. Insegnanti non aggiornati e, ancor peggio, insegnanti che non leggono. E noi comunque avevamo a che fare con uno zoccolo duro di insegnanti molto interessati a cambiare le cose a scuola, quelli ancora pieni di entusiasmo.

Quindi figurati gli altri…

Sì, tra gli insegnanti interessati c’erano ovviamente dei lettori però girando molto per le scuole—noi quasi ogni giorno siamo in una scuola diversa, vediamo circa 3000 ragazzi all’anno—ti rendi conto che ci sono dei buchi spaventosi, che ti viene da chiederti “ma questo insegna lettere?”.
Poi le biblioteche scolastiche, che non esistono o, se esistono, sono dei luoghi orribili, laddove l’ultimo testo acquistato e utilizzato è Calvino.
Abbiamo quindi cominciato ad andare in giro per l’Italia, soprattutto nei posti dove c’era già anche un solo insegnante interessato che riusciva a creare un breccia per farci entrare.

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Quando avete cominciato a vedere i primi risultati di quest’attività?

La soddisfazione di questi anni è stata vedere che lontano da Bologna, anche molto lontano, in posti dove non siamo mai stati, nelle scuole viene data una serie di libri che noi riconosciamo come “nostri”.
È chiaro che può essere un caso, però se trovi in un Liceo Classico un docente che fa leggere ai ragazzi Io sono leggenda, che abbiamo lanciato noi nel 2004, quand’è stato ristampato da Fanucci, e poi fa leggere Grossman, o King, cominci a riconoscere i tuoi libri, sai che da qualche parte li hanno trovati. E in quel momento, anche davanti allo scoforto per il fatto di andare avanti comunque troppo lentamente, ti rendi conto che però la cosa ha preso piede anche da sola, molto più di quello che potevamo pensare, e che quindi era una cosa importante su cui continuare a lavorare.

Quanti siete a seguire il progetto?

Al progetto lavora tutto il gruppo Hamelin. Ma poi siamo io, Simone Piccinini, Federica Rampazzo, Barbara Servidori e Giordana Piccinini [una delle fondatrici di Hamelin, nrd], a girare tutti i giorni scuole e biblioteche italiane, talvolta con qualche giovane brillante che ci accompagna, che però prima deve fare molta preparazione.
Di fatto negli ultimi anni siamo stati in due e mezzo. Per questo dico che si procede lentamente.
D’altra parte però Xanadu è diventato un punto di riferimento a livello nazionale perché chiunque faccia bibliografie per adolescenti o blog o siti sul tema si confronta con quei titoli lì.
Mi capita spesso di andare a fare convegni in posti dove non sono mai stato e di trovare gente che mi dice che i libri li “tira giù” dal nostro sito.

Sul sito mettete anche le schede dei libri che consigliate.

Sì le scriviamo noi, invece di fare il copia/incolla da internet.
Di cosa parla questo libro? Chi è quest’autore?
Negli ultimi anni abbiamo poi cominciato ad aprire la cerchia dei titoli anche ai ragazzi, chiedendo quali fossero i libri importanti per la loro generazione, naturalmente con tutti i limiti che comporta questa cosa.
Però per noi è tutta aria nuova che entra, perché il rischio è che tu invecchi, la vita ti travolge con tutte le tue cose, hai sempre quei 100 libri, che diventano 101, 102, 103, e invece devono rinnovarsi, devono diventare 500.

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Come li scegliete i libri?

Noi ci facciamo tutta la nostra riflessione teorica ma poi tutti i giorni stiamo con i ragazzi e quindi i libri li testiamo continuamente.
Poi ci sono dei testi che riteniamo fondamentali e che continuiamo a martellare anche dove vediamo che fanno fatica. E altri che invece vanno moltissimo tra i ragazzi ma che noi invece respingiamo, però dicendolo, spiegando ai ragazzi perché. E va benissimo che loro li leggano ma non dobbiamo essere noi a presentarglieli perché il ruolo dell’adulto non è cercare di “gattonare” i ragazzi coi librini furbi. Il ruolo dell’adulto è proporre la propria scelta, cercando di farne capire i motivi.

Una scelta che, da quanto ho capito, non è soltanto di letteratura “alta”.

No, anzi, ci sono molte letture “pop”. E questo ha creato una sorta di “atmosfera Xanadu”. In alcune biblioteche scolastiche dove prima non c’era nulla adesso c’è l’armadio o lo scaffale o il muro Xanadu.
La biblioteca dell’Istituto Tecnico di Modena, che ha iniziato con noi il primo anno, ora è meravigliosa. C’è tutto un muro pieno di libri contemporanei ed è la biblioteca scolastica che ha più prestiti in tutta l’Emilia Romagna. È da queste cose che capisci che funziona.
È anche vero che la scuola lì ha investito moltissimo: tutti gli anni a fare corsi con gli insegnanti con noi, e i laboratori con i ragazzi.

Oltre alla promozione della lettura il libro viene utilizzato anche come dispositivo per…? Comunicare coi ragazzi, far comunicare tra loro i ragazzi…

Esatto. La grossa differenza tra il nostro metodo e quello di tanti altri è che mischiamo—per indole e per preparazione—il livello estetico, artistico, letterario, con quello pedagogico. Il libro, così come il film, il fumetto, il videogioco, tutti i linguaggi che utilizziamo: sono comunque storie. Storie che tanto più sono finte, tanto più, in realtà, sono vere. Quindi si cerca proprio di immergersi nella “verità della finzione”.

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Cosa vi chiedono, cosa si aspettano da voi gli insegnanti?

Insegnanti e bibliotecari ci chiedono a volte cose orribili, tipo “un libro sul disagio giovanile”. Richieste che noi però rimanipoliamo. Se ad esempio dobbiamo parlare di identità—che il ragazzo potrebbe dire «Caspita, ho 15 anni e devo anche sorbirmi l’espertone che mi parla di identità?»—ci siamo inventati un progetto sul noir, in cui a differenza del giallo c’è di solito il personaggio che sta male, che lotta contro il mondo. E lì abbiamo scoperto che tra i personaggi del noir e l’adolescenza c’è moltissimo in comune. E vai a scoprire appunto Dürrenmatt o Lansdale, autori del genere.

Un altro esempio?

Il futuro. Cosa pensano le nuove generazioni sul futuro. E vai a scoprire ciò che ora è diventato persino banale ma che nel 2004-2005 non lo era affatto, e cioè che il futuro ha cambiato di segno, nessuno ci crede più, l’età dell’oro è già passata.
Su questo tema usavo sempre una graphic novel intitolata In una lontana città, di Jiro Taniguchi, che parla di un uomo di quasi cinquant’anni che per uno strano miracolo, mentre è al cimitero, si trova a tornare indietro nel tempo, si trova a quindici anni, e deve rivivere tutto. Per noi adulti che lo leggiamo è un salto nel passato. Per i ragazzi è anche «cosa succede se faccio quella mossa lì?».

Immagino che durante i laboratori qualcosa possa anche andare al di là delle aspettative, trascendere gli obiettivi iniziali.

Può succedere nel bene e nel male. L’intelligenza dei ragazzi a quell’età è spaventosa rispetto a noi e può esserci tutta una classe che ti spinge ad andare verso una direzione. Allora tu devi essere bravo, furbo e intelligente per tentare di dare degli strumenti per seguire quella direzione lì.
Altre volte vedi che la direzione che si prende o è un vicolo cieco o è proprio “malata”.

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Del tipo?

A me è capitato di lavorare con una classe, in Veneto. Si parlava di eroi e tutti i ragazzi si sono alzati in piedi col braccio teso a fare il saluto romano.

Mammamia. A quel punto cosa fai?

Di sicuro non continui il laboratorio sugli eroi! Ti fermi e cerchi di riflettere con loro sulla cosa che hanno fatto.
A parte casi del genere, c’è sempre un punto da cui vogliamo partire e delle domande a cui vogliamo arrivare. Se in mezzo a questo succede qualcosa, in positivo o in negativo, dobbiamo avere l’elasticità di lavorare su quello, ma sempre attraverso il filtro delle storie, perché non siamo né guru né psicologi che possono permettersi di intervenire nelle vite dei ragazzi.

Quanto dura un laboratorio?

Due ore senza interruzioni, con una sola classe.
Quando c’è la possibilità ci si rivede, dopo qualche settimana, per altre due ore, e se ancora c’è la possibilità, altre due. Lo standard è di due incontri. Nel primo siamo noi a raccontare storie. Arriviamo in classe senza sapere cosa racconteremo. Prima chiacchieramo un po’ coi ragazzi guadagnandoci la fiducia reciproca dopodiché, a seconda di quello che viene fuori, si sceglie una storia e si tracciano dei collegamenti con altre storie.

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Per l’incontro successivo?

Chiediamo ai ragazzi di portare loro, ciascuno, una propria storia. Ovviamente con degli espedienti.
Del tipo: sta arrivando un meteorite che distruggerà la terra, possiamo scappare su un’astronave ma nello zaino ci sta solo una storia, quale portate? E loro portano il disco, il libro, il film che reputano fondamentale per rifondare una nuova civiltà, lo presentano alla classe e noi “rilanciamo”, cioè consigliamo altre storie che potrebbero piacere in base alla storia che scelgono.
L’intento è far scattar delle scintille. Se funziona è il massimo che puoi sperare di raggiungere. Se non funziona hai parlato comunque di storie, fatto vedere che ci sono sempre dei collegamenti, segreti o espliciti, e che non esistono la cultura di Serie A e quella di Serie B, non c’è una gerarchia dei linguaggi, una separazione tra il libro scolastico e quello della vita…

Te ne accorgi lì, in diretta, quando la scintilla è scattata?

Sì, subito, dagli occhi. E poi da come i ragazzi cominciano a interagire con noi. Magari ti scrivono… Quello è il nostro “stipendio” più importante.
Naturalmente capita anche che con qualcuno non funzioni. Dipende pure dal tipo di scuola, dalla zona geografica, anche se sta alle nostre capacità il cercare di capire gli strumenti a disposizione dei ragazzi e adattare di conseguenza il laboratorio.
Una cosa che abbiamo scoperto è che molto spesso quelli che emergono di più durante i laboratori sono gli “outsider”, quelli che vanno male, quelli che sembrano non avere trovato nulla nella scuola o nella cultura.

Che tipo di ricerca fate per creare la bibliografia e per i laboratori?

I normali canali del lettore: il passaparola con altri lettori, i giri in libreria, le riviste.
Il gruppo che sceglie i libri per Xanadu negli anni è diventato grandissimo e ora abbiamo una rete di centinaia di persone, tra insegnanti, bibliotecari ed esperti vari che ci aiutano da tutta Italia.
Ogni anno mettiamo nuovi titoli in lista, tra libri, fumetti, film, videogiochi e musica.

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Prima parlavi di “collegamenti”. Di linkare tra loro opere, formati, alto e basso…

Sì, se a teatro non bisogna mai rompere la rensione del racconto, durante i laboratori invece giochiamo a interromperla continuamente, proprio per fare collegamenti. Con un film, un videogioco, un altro libro.

A proposito di teatro: serve una formazione teatrale per fare il vostro lavoro?

Nessuno di noi ce l’ha. E abbiamo proprio scelto di non averla. Perché il gioco è mettersi al servizio del libro e della discussione con i ragazzi ma non ci interessa fare uno spettacolo. È un’altra cosa.
Ma devi riuscire a “bucare le pance” di quelli che hai di fronte, che sono persone tra i 14 e i 16 anni, con tutto il rimescolio che hanno dentro. Questo senza fare l’amicone, ma col ruolo dell’adulto che riesca a far capir loro di sapere cosa stanno provando, essendoci passato a sua volta. Che pur essendo diversi c’è un terreno comune su cui confrontarsi.

Tu che tipo di formazione hai?

Ho fatto pedagogia poi, sempre all’interno di pedagogia, storia e filosofia. Infine la scuola di specializzazione per l’insegnamento, quella che una volta si chiamava SIS. Non che sia servito a nulla tutto questo! È vero però che se non avessi fatto quel percorso non avrei incontrato le persone che mi hanno portato a fare questo lavoro.

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Un bilancio di questi primi undici anni di Xanadu?

Il fatto che anche se mentre ci sei dentro non te ne rendi conto, se guardi da lontano realizzi che i segni li hai lasciati.
In più hai sempre la speranza, pur senza poter controllare, di aver lasciato qualche piccola traccia nella crescita di questi ragazzi. Però due ragazzi che ora lavorano qui ad Hamelin, dieci anni fa hanno fatto i laboratori con noi.

E la scuola? Come dipingi la situazione attuale?

La situazione è oltre la frutta. Non solo per tutto ciò che già conosciamo, e cioè che non ci sono soldi, non ci sono attrezzature e, laddove ci sono, sono disastrose. Il vero dramma è che non c’è più voglia da parte degli insegnanti. Io vedo che anche i migliori—e intendo quelli che hanno amato alla follia il loro lavoro, quelli che stavano in piedi la notte per lavorare per i ragazzi—, anche loro non ce la fanno più. Se viene a mancare anche il loro entusiasmo, e i giovani insegnanti che incontriamo sono meno vitali (sto generalizzando, ma lo sento in maniera particolarmente forte, e la causa è anche il fatto che la nostra è una generazione di “ricattati”, e chi arriva deve difendersi), cos’è che vedono i ragazzi? Vedono degli adulti spossati che non ne vogliono saper di loro. E si trovano dentro a delle stanze piccole, uguali a quelle dei loro bisnonni, con tavoli piccoli e rovinati e la cartina dell’Italia degli anni ’60, mentre in tasca cos’hanno?

Uno smartphone.

Che potenzialmente può portarli dappertutto. E quindi che senso ha, per loro, la scuola? È lì dentro che ci stiamo giocando il rapporto tra generazioni. La situazione che vedo è da “saccheggio”, da “prendiamo quello che c’è e scappiamo”.

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Con Xanadu state partecipando al bando CheFare. Che farete in caso di vincita, col denaro?

La situazione delle scuole è così drammatica che non puoi che pensare di fare delle attività gratuite per le scuole e per le biblioteche.
Sono in tanti quelli che ci chiamano e ci dicono che però non hanno soldi. La famosa storia della carta igienica che manca purtroppo è vera. Quindi l’attività che vorremmo fare è anche quella di ri-illuminare un po’ quegli insegnanti che ne avrebbero ma che hanno nascosto le energie e la voglia di fare.

Per votare Xanadu, ora che ti sei reso conto di quanto sia importante farlo, puoi seguire questo link: bando.che-fare.com/progetti-approvati/xanadu/

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