Tra Aspiranti Aspiratori, anatomia ed abiti spellati | intervista a Sissi

Frankenstein, corpo, cadaveri eccellenti, infanzia, anatomia, misure, nido/tana, parassita, parole/neologismi, artigianalità, armadio, trasformazione, personaggio-Sissi. Sono le parole chiave che mi sono appuntato per un’intervista che – mentre la preparo, davanti alla solitudine di uno schermo – mi spaventa un po’. Di solito sono io che tento di spiegare quello che mi si presenta davanti agli occhi; sono io che provo a tracciare percorsi, ad avvistare i fili e a districarli a beneficio del lettore. Ma da quello che sono riuscito a capire dalle interviste che ho letto e dai video che ho guardato, Sissi riesce benissimo a fare tutto da sola. In realtà è lei ad intervistare se stessa. E lo fa percorrendo strade tortuose che da sola decide di intraprendere, quasi le domande degli intervistatori fossero una pura formalità, piccoli paletti simbolici messi lì ad abbellire quello che in realtà è un monologo.

Sissi parla a getto continuo e si può solo provare ad appuntare mentalmente i concetti che rapidissima ti srotola davanti, tutti potenziali appigli per ulteriori domande, inneschi per infinite discussioni che chissà dove ti (e la) porterebbero. Ma nella vita, a differenza del registratore che tieni in mano, il tasto pausa non c’è e né tu né lei avete l’intera giornata (che non basterebbe, servirebbero mesi e sai già che il rischio sarebbe quello di diventare tu stesso l’oggetto di una sua performance) da dedicare l’uno all’altra dunque come una barchetta di carta senza timone ti lasci trasportare, provando solo di tanto in tanto ad avvicinarti alla costa e a piantare una bandierina sul terreno – Simone (mentalmente) è stato qui – prima di tornare tra le movimentate acque del discorso, che si dipana ininterrotto come il filo di un abito di cui hai tirato la cima non appena sei entrato nel suo studio e che continua a sciogliersi davanti ai tuoi occhi, superando intrecci, collegando ogni cosa. Ecco: Sissi è un abito tessuto intrecciando sapientemente un unico, infinito filo. Sotto all’abito c’è Daniela, ma nell’istante in cui inizi a tirare il filo sai già che non avrai mai la fortuna di arrivare in fondo, di trovarti in mano tutta la matassa; non avrai mai la fortuna, in pratica, di parlare non con Sissi ma con la sua creatrice.

Lo studio è grande – un ambiente spazioso dai soffitti altissimi dove le voci rimbombano e sembrano inseguirsi in mezzo ad una sorta di mostra totale e perpetuamente in fieri – ma sembra restringersi ed allargarsi di continuo, man mano che le parole aprono mondi e ne chiudono altri (mai del tutto: l’uscio, come la porta della stanza, è sempre aperto). I tavoli sono pieni di stoffe, fogli, matite, pennarelli, macchine da cucire.
Sissi, con un abito spellato (cosa significa lo vedremo in seguito) è alle prese con dei giganteschi schemi di parti anatomiche.

Sono lì per parlare di Aspiranti Aspiratori, una performance che unisce arte e industria e che Sissi ha realizzato con la collaborazione di Elica – leader mondiale nel settore delle cappe aspiranti – e della Fondazione Ermanno Casoli, con la curatela di Marcello Smarelli, costruendo una sorta di nido dentro all’azienda stessa, dove l’artista si è installata per sei mesi. Performance che è stata poi documentata in uno splendido libro d’artista, rilegato a mano ed edito da Corraini.

L’intervista va avanti per due ore e mezza e non sono del tutto sicuro che sia ancora finita. Alcune domande lo ho fatte davvero. Altre, come ho scritto prima, sono semplici paletti. Niente più che comodi confini. Dentro i quali ricostruire il puzzle del discorso e dandogli la forma di risposte.

Ciao Sissi, ti disturbo al lavoro.
Cosa stai preparando?

Sto lavorando ad un trattato di anatomia, un libro d’artista che si chiama Anatomia Parallela. Lo sto editando manualmente e lo pubblicherò in sei copie.
Ora sto preparando un’installazione perché per presentare il mio saggio farò una vera e propria lezione anatomica. Sto stampando delle gigantografie delle pagine del libro.

E’ evidente che l’anatomia sia parte integrante del tuo percorso artistico, fin dalle prime opere.

La trasformazione delle cose mi affascina, è un aspetto che sento molto istintivo, e penso che il paesaggio interno sia uno dei luoghi più dinamici: pulsa di vita. E l’esterno, quando ci entra dentro, ci muove, ci veste, ci trasforma.
L’interiorità è il terreno più fertile. Mi piace pensare che la mia bussola parta da dentro.
La mia visione è votata all’espansione: quello che è dentro esce fuori e viceversa. E mi piace molto usare come unità di misura, come metafora, come interpretazione l’anatomia.
Questo approccio mi porta a considerare come forme vitali anche le cose materiali. Non che io sia panteista, è la metafora che mi attrae, perché mi porta in un certo senso a potenziare quello che c’è attorno a me, reinterpretandolo, scomponendolo, masticandolo. E qua torniamo all’anatomia, che dopotutto è dividere, aprire.
Si può anatomizzare di tutto – una frase, le parole che dico, un foglio di carta, un disegno, un’idea – che è poi ciò che faccio io nel mio lavoro.

Quindi immagino che tu abbia studiato davvero l’anatomia che si insegna nelle facoltà di medicina.

Sì, l’ho studiata come mi piaceva studiarla.
Il mio trattato parla effettivamente di anatomia ma l’ho riscritta come pensavo fosse giusto riscriverla, valorizzandone degli aspetti, aggiungendone altri. Ad esempio considero l’anatomia emotiva, quindi un’anatomia che sente.
L’anatomia, la medicina, la scienza in generale, agli inizi in fondo erano fantasia. Partivano da un approccio fantastico. Anche oggi, con la sperimentazione di nuove tecnologie e nuove teorie, c’è sempre un po’ di follia.
Il mio studio sull’anatomia emotiva l’ho iniziato nel ’98, quando mi sono laureata in Accademia, ed è una ricerca che partiva proprio da tavole anatomiche e che negli anni ho continuato a fare, accumulando, stratificando. Una ricerca che poi, pur senza mai esplicitarlo, ha in qualche modo accompagnato tutto il mio percorso artistico. Oggi però mi sono resa conto che è come se fosse un po’ il mio manifesto emotivo ed ora ho voglia di cantarlo, di mostrarlo e la mostra ed il saggio che sto preparando sono la conseguenza di tutto ciò.

Quindi potremmo considerare la tua Anatomia Parallela come una sorta di manuale dal quale poi sono partiti tutti i tuoi lavori passati, paragonabile al Simarillion, la cosmologia che ha scritto Tolkien e sulla quale ha basato le sue opere?

Sì, ho lavorato come un ricercatore, che prima fa degli studi ma che poi ha bisogno della sperimentazione prima di poter certificare la sua teoria, o la sua tecnica o il suo prodotto.
Io ho sperimentato attraverso performance, installazioni, anni di mostre, ed ora credo che le mie teorie del sentire e del sentirsi – intrinseche a tutti i miei lavori – possano e debbano essere esplicitate, spiegate. Dal sotto-cutaneo passare in superficie.

Aspiranti Aspiratori, libro d'arte/diario del progetto, edito da Corraini
Teorie che poi hai applicato nel lavoro che hai fatto per Elica.
Mi chiedo, alla luce di quanto hai detto, se il “nido” che hai creato all’interno dell’azienda, non fosse da considerare una sorta di parassita nel corpo-fabbrica.

Io lo consideravo un utero che da dentro alla fabbrica produceva qualcosa. Un utero è comunque una sorta di navicella spaziale che comunque ha un contatto verso l’esterno ed ha una certa autonomia rispetto al corpo che la ospita. Il nido l’ho immaginato così però effettivamente era una presenza che si andava appunto ad annidiare dentro a qualcos’altro.
Il termine che ho coniato in occasione del progetto fatto da Elica – Organindustria – lo definisco come la metodologia che entra in gioco quando un corpo ospita un altro corpo, in questo caso di natura creativa, che con la sua potenzialità elaborativa, espansiva e virale contagia il corpo ospitante, creando osmosi collaborative. Dunque è un parassita buono, che chiede aiuto per dare aiuto.

Come mai hai avuto l’idea di creare nido ed andare letteralmente a vivere dentro all’azienda?

Ho applicato le mie teorie di anatomia parallela. Ho pensato: «devo esser parte di questo corpo, perché un corpo aziendale è talmente esterno a me, così lontano che se non riesco a fare una trasfusione immediata non riuscirò mai ad entrare». E quindi mi sono abituata a far parte di quel corpo, ad avere dei fili che mi giravano attorno, a pensare di aver dentro un motore, a dover accendermi e spegnermi, proprio come una macchina. Allo stesso modo io mi nutrivo di queste condizioni.
Piuttosto che stare a spiegare a parole un concetto del genere a figure aziendali, quindi lontane dalla pratica artistica, ho preferito fare, mostrandoglielo direttamente.

E come ti sei trovata a lavorare in fabbrica, con gli operai?
So che loro sono comunque abituati ad avere “attorno” degli artisti, visto i continui progetti nei quali sono coinvolti.

Il fatto di essere una donna dava all’ambiente un tocco di esotismo ma è forse la cosa che più ci ha permesso di avvicinarci, visto che in questi casi si mettono in moto meccanismi di protezione, di aiuto: ad esempio dovevo saldare, e loro erano sempre molto presenti.
Dopo sei mesi sono diventata praticamente una di loro.
Il mio nido, che ho chiamato Cubatrice l’ho voluto nella Sala Prototipi, dove ognuno di quelli che lavorano lì ha il proprio tavolo da lavoro, il proprio spazio. C’è quello specializzato in meccanica, quello che lavora con le materie plastiche…

Ci sono stato, sembra una via di mezzo tra la bottega di una volta e lo studio di un inventore…

Infatti. Ma io che non sono un prototipista, ma un’artista, io che sono megalomane, ho bisogno delle pareti, il tavolo non mi basta. In un tavolo ci devi star dentro, con le pareti puoi “uscire”, guardare da lontano.
Con quelli della Sala Prototipi mi sono trovata benissimo, perché sono effettivamente degli artigiani e generalmente chi fa le cose, chi sa fare, è abituato da sempre all’elasticità, ad un approccio con il divenire, con il mettersi in gioco. Ovvio che c’è anche rischio che il fare diventi meccanico ma il prototipista, visto che prova deve sempre portar con sé il concetto di fallimento, quindi di nascita e di morte, un ciclo vitale che sicuramente lo può accomunare all’artista.
Certo, poi quando proponevo delle idee a loro magari sembravano impossibili, visto che nel loro mestiere c’è il bisogno di portare il concetto ad una finalità pratica, a qualcosa che funzioni.
Invece la finalità di questo progetto era solo apparentemente creare qualcosa che potesse funzionare quando in realtà ciò che doveva muovere era il modo di pensare.
Lo stesso nome – Aspiranti Aspiratori (vogliono diventare purificatori) – è un gioco di parole, talmente musicale che poi diventa un unico flusso, aperto, indefinito, che si muove.
Secondo me un concetto nuovo deve muoversi, deve attecchire, deve capire dove vuole andare e come porsi.

Il libro edito da Corraini che racconta tutto il progetto fin dall’inizio è davvero interessante. Hai documentato tutto il lavoro fin dalle primissime fasi, compresa la lettera che hai ricevuto dalla Fondazione Ermanno Casoli [dedicata alla memoria del fondatore di Elica e nata con l’obiettivo di favorire il rapporto tra il mondo dell’arte e quello dell’industria, ndr], che ti invitava come ospite da Elica.

Io documento ogni cosa. Da quindici anni creo libri raccogliendo disegni, foto. Ed ogni volta che inizio un nuovo progetto inizio anche un nuovo capitolo o, come in quel caso, un nuovo libro.

Torniamo all’anatomia. Hai mai pensato di lavorare sull’integrazione tra tecnologia e biologia? L’ibridazione tra corpo e macchina, l’intelligenza artificiale…

Sai che il cervello è uno degli argomenti che affronto di meno?
Nella prima parte della mia Anatomia Parallela parlo dell’emotività, quindi di tutti quegli organi contenitori, come lo stomaco, il cuore, l’utero. I corpi che accolgono. Poi c’è una parentesi sull’impalcatura ossea.
Anatomia II invece è sulla pelle, l’esterno, e si chiama Analisi del lembo scucito.
Ma il cervello, le vie nervose, sono cose che tratto poco, solo superficialmente. Perché in fondo cerco di dimenticarlo: il cervello e il corpo si boicottano a vicenda. Ed io parteggio per la parte emotiva, quindi per il corpo. Forse, per approfondire il cervello, prima dovrei fare un corso da elettricista.

E gli innesti artificiali? Protesi, esoscheletri, arti meccanici per sostituire quelli amputati o per acquisire una sorta di superpoteri.

E’ un argomento che mi piace molto se lo approccio dal punto di vista mentale. Non sono affascinata dall’oggetto quanto più dal concetto di riflessione. Cose tipo i cosiddetti neuroni specchio, che richiamano ad impulsi che arrivano da una memoria profonda.
Ma dietro a questa memoria ce n’è una ancora più nascosta, antichissima, che ereditiamo, e che parte dalla materia emotiva. Non è qualcosa che si possa apprendere, ma che abbiamo quando nasciamo.

Mi ricorda il racconto di Oliver Sacks, dove parla di una sua paziente che dopo un incidente perde la “propriocezione”, ovvero quella ancestrale percezione di sé che fa in modo che camminare, prendere oggetti, sedersi, sia un’attività istintiva, che non richiede ragionamento. La signora in questione riusciva a muoversi, comunque con fatica, solo se vedeva letteralmente con gli occhi il suo corpo. Coprirle gli occhi o bendarla significava vederla cadere come un burattino.

Interessante. E’ per questo che sono così affezionata al corpo. Non trovo che sia soltanto materia. L’organicità è come la fermentazione. Come un formaggio. Pensare che il gorgonzola sia vivo ti sembra un concetto assurdo ma lui continua a fermentare tutto il tempo.
Mi considero comunque una persona anti-tecnologica. Ma ammetto di utilizzare molto l’iPhone, pure se a volte – non so come – riesco a farlo impazzire e si spegne tutto.

Parliamo delle parole. Anche lì noto un procedimento à la Dr. Frankenstein, con te che prendi pezzi di sostantivi, verbi, aggettivi, e li attacchi insieme per dar loro significati nuovi o chiarire meglio i concetti.

Sì, la parola deve descrivere.
E allora lo spazio è la Cubatrice.
La metodologia è l’Organindustria, ovvero l’artista che entra nell’industria ed osmoticamente inizia a funzionare assieme a lei.
Gli Aspiranti Aspiratori sono idee. Idee che fanno un provino.

[Parliamo del web, mi chiede qualche consiglio su come fare un suo sito, che non ha.]

Cosa devo fare, un archivio? Metto tutto? Metto solo le ultime cose? Con che logica poi lo aggiorno?

Secondo me, visto il tuo tipo di lavoro, sarebbe più funzionale trasportare il formato “diario”, senza dare troppe spiegazioni. Una sorta di diario di lavorazione, in progress.

Il sito del progetto è nato in pochi minuti: ho preso un foglio di carta e l’ho disegnato. Poi ovviamente qualcuno l’ha realizzato. Era una cosa che avevo già talmente interiorizzato che lo schema è arrivato subito.
E allora mi chiedo, com’è possibile che per il mio potenziale sito personale non mi vengano idee? Se non ce l’ho dentro io, la soluzione, chi potrebbe averla?
Quando poi penso a come farlo mi dico sempre che dovrei farlo per bene, mettendoci dentro pure tutta la roba passata, divisa anno per anno, un archivio. Ma sarebbe troppo impegnativo. Aggiungere le novità… Così alla fine non lo faccio mai.
Poi già il nome “Sissi”… Cercando su Google trovi gatti, ovviamente la Principessa Sissi… [ride, ndr]

Già come mai il nome Sissi?

Ho sempre avuto i capelli lunghi e di solito mi facevo le trecce quindi fin da quando avevo 15/16 anni tutti hanno iniziato a chiamarmi Sissi.
L’intrecciare, poi, è sempre stata una costante nella mia vita e nel mio lavoro: disegnavo continuamente trecce e intrecci.
Verso i 18 anni, durante le prime mostre e performance in Accademia, vedevo che la gente si ricordava di me più con il soprannome che con il nome.
Se scrivevo Daniela Olivieri non veniva nessuno, con Sissi c’era sempre il pienone, così l’ho adottato come nome d’arte. Ma la cosa è stata talmente istintiva che poi non ho pensato ad un cognome d’arte ed è rimasto solo Sissi. Ed ora su Google combatto con la Principessa [ride, ndr].

Quella sarà dura scalzarla dai motori di ricerca. Comunque, ripeto, secondo me per il tuo tipo di lavoro credo sia meglio un sito web con poche o nessuna spiegazione sui tuoi lavori.
[Assumendo uno sguardo sadico, ndr] Perché secondo te che tipo di lavoro ho?

Provo a deviare la domanda elencandoti la serie di parole chiave che mi sono segnato prime di venire qui: Frankenstein, corpo, cadaveri eccellenti, infanzia, anatomia, misure, nido/tana, parassita…
[Mi interrompe]

Secondo me le cose più belle vengono sempre fuori dal brutto. La bellezza porta con sé un senso di ordine, precisione, invece l’errore è lo scarto che ti porta alla creatività, alla riscoperta. Il colpo di scena, l’imprevisto, se sai vederlo, è fondamentale. Ad esempio la prima parola che hai detto, Frankenstein. La storia è il massimo della modernità: il corpo che si scompone, la mostruosità, mettere insieme cose che non dovrebbero stare insieme, l’interpretazione, l’innovazione.
E in effetti si collega ad Aspiranti Aspiratori, dove prima ho concepito delle identità, delle caratteristiche, che poi però si fondevano l’una con l’altra, si ibridavano. Io stavo operando alla Frankenstein su dei corpi.

Come pure per quanto riguarda il lavoro fatto con Furla, realizzando una performance itinerante dove pezzi di borsa (Candy) realizzati ad hoc venivano assemblati, smembrati e riassemblati da una serie di “attori” vestiti da scienziati con il camice bianco, creando modelli sempre diversi.

Il 2011 per me è stato un anno rivolto all’industria. Un revival del Bauhaus, potremmo dire.
Il lavoro con Furla, che aveva il titolo di Candybrissima show in tour, è una performance che ha girato il mondo e proprio in questo periodo faremo l’ultimo viaggio, destinazione India.
La cosa più bella del progetto è il fatto che tutte le ragazze vestite da scienziate fossero delle studentesse e questo mi ha dato modo di parlare con loro in maniera più diretta, spingendole ad esprimere loro stessa attraverso la borsa: costruendola dovevano creare delle combinazioni, delle associazioni, realizzando così quella che non era più la mia Candy ma la loro. All’inizio mi chiedevano sempre come dovevano farle ma la mia era solo una base ed era loro compito farla crescere. Non c’è un modo giusto e uno sbagliato per farla. Se ti ci riconosci significa che è tua.

Oltre alla borsa il tuo rapporto con la moda è comunque molto stretto.

Da quando faccio l’accademia ogni cosa che mi metto addosso la faccio io. Quasi tutto quello che io indosso è creato da me.

Quello che stai indossando ora, ad esempio?

A parte le scarpe e la giacca il resto è mio. Spendo pochissimo in abbigliamento ed accessori. Se compro qualcosa è perché poi so che gli taglierò una manica, o lo poterò, oppure lo innesterò con qualcos’altro.
Tutto nasce perché da quando avevo 15 anni ho iniziato a trasformare gli abiti che avevo e da allora ho sempre accumulato e accumulato. Finché nel 2010 Angela Vettese – insieme a Milovan Farronato – ha curato una mia personale presso la Fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano. L’idea era di mostrare tutto quello che c’era dentro di me.
Sicuramente la mia vita performativa è pure la mia vita tout court perché io ogni giorno mi alzo e mi costruisco. Mi prendo cura di me mettendo insieme dei pezzi quindi se mi guardo e mi sento qualcosa in più lo taglio via o se mi manca qualcosa me lo cucio addosso.

Quindi se venissi a trovarti domani potrei trovarti con lo stesso abito, ma diverso?

Questo ormai è arrivato praticamente ad uno stadio finale, dopo una miriade di perfezionamenti. E’ già stato catalogato, numerato… E’ uno spellato, più precisamente uno spellato del 2012.
In occasione della mostra ho recuperato dalla cantina, dagli armadi, dalle valigie, tutte le cose che non buttavo mai via, considerandole delle vere e proprie pelli vissute.
E mi sono accorta, esponendole, che all’interno di tutto il materiale che avevo c’erano delle vere e proprie, chiamiamole così, tendenze, delle linee, specchio della mia psiche in movimento, con i suoi periodi, le sue evoluzioni. Ogni periodo storico aveva le sue necessità, le sue sensazioni: nel 2007 ad esempio le armature, ma nel 2004/05 c’erano stati gli innesti, i potati, i ripresi e gli emersi. Nel 2003 i nidìfici. Poi ci sono i legàmi, nel 2006 i circolari, i pavoneggi, gli slittanti, i budelli, gli assorbiti. E ancora i pendenti, gli esoscheletrici, i mordenti… Tutta una serie di famiglie, con caratteristiche non per forza precise. Ad esempio i mordenti sono un tipo di abito che rappresenta i contrasti di bisogno, cose che stanno insieme – come ad esempio un mollusco su uno scoglio, che quando arriva l’onda s’avvinghia, oppure come un koala con il suo albero – ma che idealmente non dovrebbero stare insieme.
I vari periodi risentono ovviamente di ciò che faccio in quel momento: nel 2004, ad esempio, per un periodo ho abbandonato la performance ed ho realizzato un’installazione per il Macro, dal titolo Nidi, dove ho costruito delle case per il corpo, intrecciandole tutt’attorno a me. E a quei tempi me ne andavo in giro con borse (vedi foto) che si chiamavano appunto Nidi, fatte con budelli di corde. Non era una cosa calcolata. Solo dopo mi sono resa conto di seguire binari paralleli. Quindi tutti gli abiti e gli accessori di quel periodo sono indubbiamente nidìfici, dei nidi da passeggio dove mettere dentro di tutto e da abbandonare a fine stagione.

Quindi la vita che riflette l’arte e viceversa, anche perché poi per quanto ti riguarda non c’è un confine netto, anzi mi viene da crede che un confine proprio non ci sia.

Infatti. Anche se poi ad un certo punto, dal 2010/11, si è tutto mescolato, ho iniziato a lavorare sul concetto di ibridazione ed ovviamente anche la mia vita rifletteva la stessa fase. Vedi quindi Candybrissima, il progetto per Furla di cui abbiamo parlato prima.
Ci sarebbe da chiedersi, a questo punto, chi abita cosa. E’ lui che abita me o sono io che abito lui?

E allora te lo chiedo. Chi abita cosa?

L’abito infondo viene da abitare. I miei abiti sono tutte case che io lascio. In questo periodo però torno spesso indietro a infatti ho inaugurato la fase dei ripresi, nella quale vado a riprendere vecchi abiti e li modifico di nuovo.
Quando ho conosciuto il mondo delle bloggers, un mondo così superficiale ed autoreferenziale, ho pensato «quasi quasi lo faccio anch’io ma da intellettuale, psicanalizzando l’abito!». E proprio in quel periodo ho fatto una performance chiamata appunto Psicanalisi dell’indumento, dove analizzavo freudianamente i miei abiti, come fossero altri corpi da me, cosa che effettivamente sono.
Tieni conto che molte delle mie performance le faccio senza particolare ufficialità. Più che altro sperimento, studio un po’ gli approcci. Potrei andare in mezzo alla strada e fare lì una performance. Un po’ come lo Speakers Corner ad Hyde Park, a Londra.
Per andare in performance però non utilizzo quasi mai i miei abiti perché, come un attore che recita a teatro, devo indossare un costume, perché lo scopo è cambiare personaggio. Ma come faccio a cambiare personaggio se indosso i miei vestiti, e dunque me stessa?
Per ogni abito io faccio una vera e propria cartella medica, con foto, data di nascita, materiali che lo compongono, caratteristiche ed identità, famiglia a cui appartiene.
Per me questo tipo di lavoro è fondamentale. E’ la mia disciplina, mi dà ritmo. E’ attraverso la disciplina che si stratifica la conoscenza. Lo stesso discorso vale per i libri che creo o per gli studi anatomici.

Nel campo moda, a parte Furla hai collaborato anche con altri? Perché visto l’enorme lavoro sull’abito mi sembra strano che non ti siano state proposte collaborazioni su collaborazioni. Magari è perché non sanno come utilizzarti? Eppure basta entrare qua, nel tuo studio, per capire la potenzialità della tua arte, se applicata all’industria della moda.

A volte mi chiedo se magari il mio percorso non sia così esplicito da attrarre l’attenzione di quelli che lavorano nel settore.
Quando le cose che fai appartengono ad un livello così intimo della tua vita poi non è sempre facile riuscire a comunicarle.

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