Elica | tra pensiero laterale ed ispirazioni aspiranti

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Come si fa a vincere il premio come miglior posto dove lavorare?
E non dico vincerlo una volta, ma farlo diventare una regola. Qualcosa come piazzarsi in testa alle classifica italiane negli ultimi due anni ed in quella europea nel 2011.
Con una ricetta fatta di internazionalità e genuinità, mecenatismo e curiosità, innovazione ed artigianalità, investimenti ed un’attenzione maniacale al fattore umano: chi lavora, chi crea, chi inventa, prova, costruisce, analizza, sogna; chi è in busta paga, chi fa lo stagista o il freelance o passa semplicemente per una visita all’Elica – come è capitato a me giusto poche settimane fa – fa fatica a tener su quella maschera che anni di lavoro, formazione ed occasioni formali ci hanno abituati ad indossare per obbligo, contegno o convenienza, a scapito di… noi stessi.

La piazza, centro ideale e fisico dell'head quarter Elica di Fabriano (An)
In piazza c'è pure una nave

Essere se stessi, anzi dei sé al 200% con tutti i sensi spalancati e la testa pronta a far capriole in aria quando è il caso, sembra essere il segreto dietro agli sguardi fieri dei dipendenti che in pausa caffè passano per la piazza (sì, nel quartier generale dell’azienda, a Fabriano, tra le colline e le montagne marchigiane, c’è una piazza), si siedono ai tavolini a chiacchierare, si incontrano nel giardinetto (sic! E decisamente zen), passano tra le innumerevoli opere d’arte disseminate ovunque (su questo tornerò dopo).

Il giardino scoperto

All’Elica, per chi non lo sapesse, fanno cappe.
Cappe d’aspirazione. Quelle che hai in cucina, per intenderci. Quel voooooooooooo di quando tua madre fa il fritto. O quel vooooooo un po’ più basso per un bistecca o qualche cavolo messo a bollire.

Se la tua, di cappa, se ne sta nascosta da qualche parte tra un pensile e l’altro – timida perché bruttina, come potevi essere tu, io o la tua amica di banco alle superiori – allora probabilmente non è una cappa Elica.

Loro le riconosci perché si fanno vedere. Sono le star della cucina e, a dirla tutta, stanno pure un po’ sul cazzo agli altri elettrodomestici, tanto belle da sembrare quasi snob (la cappa dopotutto se la tira per definizione), essenziali come un pezzo di design minimalista o esibizioniste e vezzose, col gusto per il travestimento, tanto da sembrare lampadari di ultima generazione o aspiranti rockstar sotto forma di amplificatore.

Roba da ripensare tutta una cucina o un appartamento intero se decidi di portarti a casa uno di questi alieni.
Per non parlare poi di tutti i fantascientifici prototipi che chissà se vedranno mai la luce (e che purtroppo non ho potuto, per ovvii motivi, fotografare).

Vedi cose del genere – cose che voi umani… – e ti immagini ingegneri in camice bianco e grugni freddi e duri come l’acciaio.

Poi invece capita che ti venga a prendere in stazione il responsabile della comunicazione, Riccardo Diotallevi, che poi è pure l’uomo che si è inventato “la piazza con gli uffici attorno”, l’architetto che ha preso un vecchio capannone, ne ha mantenuto la struttura e l’ha trasformato completamente, scoperchiando, giocando di trasparenze, dando alla luce naturale quel ruolo che negli uffici tradizionali te lo sogni, col sole, di solito relegato a ospite indesiderato fuori dalle finestre, che qui invece torna ad essere il principe del cielo.

Riccardo Diotallevi e lo spaziale tavolo riunioni in carbonio. Ergonomico

E capita che la macchina di Riccardo puzzi di pesce perché il mercoledì e il venerdì lui sbatte fuori sua moglie dalla cucina, va al mercato in centro a Jesi (e scopro pure che da ragazzino abitava vicino alla bottega di falegname di mio nonno) e si riempie l’auto di mare: quel giorno, nel portabagagli, c’era un rombo da quattro chili che avrebbe poi cucinato la sera assieme a noi, annaffiato da tanto di quel vino da farti ricordare a lungo perché poi sei tanto orgoglioso di esser marchigiano. Oltre a panorami come questi, ovviamente.

Vista dallo stabilimento di Serra San Quirico (An)

Oppure che il responsabile marketing Alessandro Ciabatti ti prenda da parte per chiederti un parere sincero su (non posso dirlo: ho fatto giurin giurella. Probabilmente lo scoprirai nel 2012).

O ancora che Fabrizio Crisà, il responsabile design, ti parli di ogni cappa come un padre parlerebbe di sua figlia, raccontando i prossimi esemplari da lanciare con quella luce negli occhi di chi sta per accompagnare il suo pargolo al primo giorno di scuola: orgoglioso, fiero e preoccupato allo stesso tempo mentre, iPad in mano, sfiora, gira, indica, spiega con l’abilità di uno showman ogni feature, aspirazioni laterali, aspirazioni a 360°, cappe a scomparsa, cappe che sembrano quadri dell’avanguardia russa, cappe che sembrano prese direttamente dalle fiabe (ma niente foto ai prototipi, please, dice il papà preoccupato).

Due esemplari della serie Feel, con rettangoli touch (due cappe ed una luce) a scomparsa, sensibili al tocco di due dita.
Mod. Seagull, con cappa a scomparsa
Da sx, mod. Clip, Mini Skin, Bubble

E tra tecnologie del genere (con investimenti di milioni di Euro ogni anno, che se solo il nostro povero paese destinasse la stessa percentuale del Pil alla pubblica istruzione e all’università, rispetto a quanto l’Elica investe in ricerca, saremmo un Paese migliore) la fabbrica, pensi, sarà il regno dei robot.
No!
Se parlare di artigianato sarebbe sicuramente esagerato c’è però da dire che, seppur tra macchinari all’avanguardia, la maggior parte del lavoro la fanno gli uomini e le donne che lavorano nei nove stabilimenti (in Italia quattro, tutti in zona; quelli esteri, invece, con una produzione destinata ai mercati internazionali).

Poi, forse ispirato dal design delle cappe, mi sono lasciato andare a velleità artistiche e alla composizione delle immagini.

Una piccola parte dell'archivio con tutti gli schemi di ogni singola parte di ogni singola cappa

In una vera fabbrica non possono mancare. E te lo dice un ex-tornitore
Il vecchio logo di Elica

Ma dov’è che si fanno gli esperimenti? Dov’è che vengono testati i prodotti?
C’è un vero e proprio laboratorio, all’avanguardia in Europa, dove si provano materiali, potere d’aspirazione, rumorosità, sicurezza.
E scopri che gli americani le cappe le vogliono gigantesche e più rumorose possibile (sono americani, dopotutto) ché se sono silenziose poi pensano che non funzionano…

Queste macchine testano la capacità di aspirazione
Per testare bisogna (virtualmente) cucinare
Non ho idea di cosa faccia ma come resistere alle lucine luminose...

C’è pure una stanza che sembra uno studio di registrazione, realizzata in collaborazione con due università, dai muri “sghimbesci” (nessuna superficie ne ha una parallela) e dalle fondamenta speciali – unica in Europa – dove il suono si riflette in ogni punto della stanza in maniera identica.
E quando provi a parlare, la sensazione di stare in un altro mondo mette i brividi.

Una delle aree più “calde” dell’azienda, invece, non ho potuto fotografarla.
E’ lì che si costruiscono i prototipi ed è quello il regno di una manciata di esperti artigiani che martellano, stampano, limano, osservano con occhio clinico, creano meccanismi e inventano soluzioni.
Sembra una via di mezzo tra un reparto d’elite ed una squadra di elfi in ritiro dentro ad una bottega che è una versione in miniatura di una fabbrica e dove si respira pure aria d’altri tempi.

Che è anche uno tra i pochi luoghi, là dentro, dove non trovi le decine di opere d’arte che, dalla piazza centrale ai corridoi, dagli uffici alla palestra per i dipendenti, disseminano gli stabilimenti Elica.

Proprio in piazza, ad esempio, c’è questa enorme parete piena di fogli A4 con sopra altrettante immagini astratte.
Sono opere realizzate dai dipendenti durante un workshop con l’artista Cesare Pietroiusti. Utilizzando due elementi imprevedibili come un liquido (vino, ovviamente: Rosso Piceno) e delle candele per decorare i fogli, si è scelto di giocare sui concetti di errore e casualità, solitamente bestie nere all’interno della mentalità manageriale/industriale, compagni di strada, al contrario, di ogni artista.

Una delle opere "dipinte" col i Rosso Piceno

Una volta appesi, però, i lavori continuano a vivere e l’opera non si conclude.
Chiunque passi di lì, dipendente o meno, può prenderne uno a patto di compierne il ciclo: bruciarlo e riportare le ceneri nel caso di un opera “a candela”, tenerlo con sé per un anno, usarlo (ad esempio utilizzandolo come tovaglietta per la colazione, asciugamani, foglio per prendere appunti) poi riportarlo indietro.

Non c’è da meravigliarsi, dunque, nel trovare un’azienda di gente dagli occhi che brillano, dove il mito assoluto non è il capo (pure lui, ovviamente, però in altri termini) ma il “pensiero laterale”, il saper scavalcare gli ostacoli e trovare nuove idee adottando punti di vista diversi. Possibilmente i meno banali.
E una realtà lavorativa che ogni anno, attraverso la Fondazione Ermanno Casoli (intitolata al padre del presidente, già fondatore di Elica), finanzia il lavoro di un artista, andando ben oltre il semplice – e pur lodevole – mecenatismo ma dandogli la possibilità di lavorare (fisicamente o concettualmente) dentro all’azienda, insieme ai dipendenti.

Se non è innovazione questa, che qualcuno mi fulmini, mi trasformi in concime e mi sparga sopra ad una manciata di semi d’erba di campo appena piantati (quelli puoi prenderli direttamente dal distributore automatico che c’è davanti al bar).

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