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Fenomenologia grafica del brutto. Ma non il brutto casuale, inconsapevole e dunque comico (per quello basta guardare i volantini dei circoletti di provincia, una qualsiasi sezione del PD, il biglietto da visita di un programmatore). Qua si parla di brutto volontario, quello che trova le sue origini nel cubismo di Picasso, nei collage dadaisti di Braque, nelle prime entusiastiche e mostruose post-produzioni fotografiche con delle storiche vecchie versioni di Photoshop, nei bottoni arrotondati e finto-3d e tutti gli effettazzi in java di quando “l’internet” era ancora giovane (questi ultimi esempi da considerare come dei brutti fisiologici alle tecnologie del tempo), utilizzati oggi come ispirazione per una delle ultime correnti estetiche che come un virus ha contagiato tutti i campi dell’arte e della comunicazione, dalla grafica al design, dai video alla fotografia, dal web alla scultura: il New Ugly, che oggi trova in blog come manystuff uno dei massimi punti di riferimento.

Per il primo, vero saggio sull’argomento bisogna tornare al 1993, quando la rivista inglese Eye Magazine pubblicò una riflessione di Steven Heller (qua la traduzione in italiano) sul culto del brutto, dove l’autore, partendo da una pubblicazione di otto pagine intitolata Output e realizzata nel ’92 dagli studenti della Cranbrook Academy of Art del Michigan, dopo aver parlato di Futurismo, Cubismo e Dadaismo, di readymade e punk, di modernismo e post-modernismo, citando maestri dell’arte moderna e contemporanea, pezzi di storia dell’editoria e poeti e lanciando, alla fine del suo saggio, avvertiva:

Il problema con il culto del brutto nell’ambito del progetto grafico, diffuso dalle più importanti scuole e dai suoi laureati, consiste nell’essersi trasformato presto in uno stile che attrae chiunque non abbia l’intelligenza, la disciplina e il buon senso per fare qualcosa di più interessante. Mentre i fautori di certe teorie stanno inseguendo le loro varie muse, i seguaci stanno abusando della firma dei maestri progettando con uno stile privo di sostanza. La bruttezza come strumento, come arma, persino come codice non è un problema se risulta da forme che seguono la funzione. Ma la bruttezza come virtù di sé stessa – o come reazione di riflesso allo status quo – sminuisce tutto il design.

Steven Heller, Cult of the Ugly [trad. Stefania Fucci]

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A coniare la definizione di New Ugly fu però Patrick Burgoyne in un articolo apparso nel 2007 su Creative Review, nel quale Burgoyne per la prima volta definiva i canoni estetici del movimento i cui punti di riferimento dell’epoca – il restyling di un magazine blasonato come 032c, una rivista dalla grafica “flashante” come Super Super, il logo delle ormai prossime olimpiadi inglesi realizzato da Wolff Olins – suscitarono non poco dibattito (e vivaci scontri) tra gli addetti ai lavori.

Pochi mesi dopo, sul Design Observer, Michael Bierut tornò sull’argomento, analizzando il punto di vista del suo collega Burgoyne e concludendo il suo articolo in questo modo:

Dunque il New Ugly è qui per restarci. Se sei pratico di arte e design conosci bene i pericoli del condannare il brivido della novità. Dopotutto nessuno vorrebbe rischiare di esser preso per uno di quei borghesi che assumono un’aria accigliata e preoccupata all’inaugurazione de Les Mademoiselles D’Avignon o che fischiano al debutto de Le Sacre du Printemps.
Ma capita di rado che ciò che ti fa fare quel piccolo saltello sulla sedia si riveli poi essere un Picasso o uno Stravinsky. La maggior parte delle volte è solo un dolore al culo. Fino a nuovo avviso sta attento a dove scegli di sederti.

Michael Bierut, How to be Ugly

Ora, in pieno 2012, mentre il “nuovo brutto” pare si stia avviando verso la fine della sua parabola, un libro appena pubblicato da Gestalten ed intitolato Pretty Ugly lo celebra con un retrospettiva curata da Martin Lorenz e Lupi Asensio, dello studio TwoPoints.Net di Barcellona (ti consiglio di leggerti anche l’intervista del sito Sight Unseen a Martin Lorenz).
Un volume che vale sicuramente la pena acquistare, per fare il punto su una “scena” che ha prodotto gran parte della comunicazione visiva di fronte alla quale ci troviamo oggi.

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