#Fotosociality | Retrobottega

speciale Fuorisalone

16.4.2013 / / design, featured, interviste
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Tra scatoline, scatoline, scatolette, vecchi scaffali che arrivano fino al soffitto, viti e bulloni, etichette, cavi, barattoli, lunghe barre di ferro, chiavi di ogni misura, martelli e mazze e morse e pinze, mura scrostate, cose che forse non saprò mai a cosa servono—c’è un signore anziano che cerca delle rondelle, un ambulante che ha bisogno di un cacciavite, mentre dietro al bancone si danno da fare con gentilezza e competenza, come in una qualsiasi ferramenta di quartiere. C’è odore di ferro e di legno. Di grasso e olio. Sono nipote di un falegname e di un fabbro e pure se sono abituato all’odore di niente di una tastiera e una scrivania, non l’ho dimenticato il profumo del fare.
Arrivo in anticipo ma mi fanno entrare lo stesso.
«Passa di qua, imbocca il corridoio e vai fino in fondo, nel retrobottega».
Lì, mentre ancora fervono i preparativi per la mostra che di lì a poco inaugurerà, incontro Paolo Ceresatto, uno dei fondatori di Sfuso, collettivo/studio di architettura e design che in una storica ferramenta—la Ferramenta Viganò di via Montevideo 8, a Milano, aperta dal 1927—ha organizzato Retrobottega Exhibit, esposizione dedicata ai giovani designers, tra gli eventi più interessanti del pur gigantesco programma del Fuorisalone e risultato di una “open call” lanciata giusto qualche mese fa, che ha ricevuto oltre 100 progetti da tutto il mondo.

Partiamo dall’inizio, Paolo.
Cos’è Sfuso? E perché avete organizzato una collettiva come Retrobottega?

Sfuso è un collettivo nato per caso. I componenti, pur se in anni diversi, hanno frequentato tutti il Politecnico. Siamo quasi tutti architetti, oltre ad un fotografo ed un graphic designer. Ci siamo buttati in questa iniziativa perché, soprattutto nel contesto del Fuorisalone, era una bella occasione per riflettere su quello che è il mondo del progetto, in questo caso il progetto su scala molto più piccola di quella con cui, in quanto architetti, siamo soliti lavorare, e soprattutto i meccanismi che a partire dagli ultimi anni stanno rivoluzionando il mondo del design.
Oggi il designer può diventare produttore di se stesso, può fare a meno di avere come tramite la grande azienda che prototipa, produce e poi mette sul mercato. C’è un grande ritorno alla bottega, come in passato, ma con una grande differenza rispetto al passato.

Quale?

Purtroppo prima il saper progettare era quasi del tutto esclusiva dell’industria. Il saper fare, invece, era “relegato” all’artigiano, che però non aveva le competenze progettuali e la qualità del suo lavoro artigianale sicuramente ne risentiva. A parte le poche eccellenze che sono rimaste e sono attive ancora oggi, è innegabile che oltre a restare schiacciati dalla concorrenza delle grandi aziende e del low-cost, ci sia stato pure un declino qualitativo, proprio per carenza di progettualità, del piccolo artigiano.

Un posto come questo, una vecchia ferramenta dunque simbolo del fare ma riempita nel retro di opere di giovani designers, credo simboleggi perfettamente questa evoluzione.

Qua dentro c’è la storia. Gli scaffali sono dei primi del ’900. Conoscevamo i proprietari ed abbiamo pensato di coinvolgerli nel progetto che, credo, possa essere una bella occasione anche per loro. Dopotutto la ferramenta è l’ossatura del mondo del design, soprattutto quello autoprodotto. Chiunque debba fare un prototipo va dal ferramenta a comprarsi i materiali.
Siamo abituati a vedere prodotti belli e finiti nello spazio neutro di uno showroom spesso dimenticando che vengono concepiti in posti del genere.
Quando siamo arrivati qua, questo retrobottega era pienissimo di roba. Abbiamo aiutato i proprietari a svuotarlo e quando hanno visto lo spazio che c’era sono rimasti davvero sorpresi ed ora vorrebbero organizzarci delle cose di questo genere.

Immagino che allestire una mostra in un posto pieno di attrezzi semplifichi comunque le cose, al di là della fatica di svuotare scaffali.

Sì, ogni cosa di cui avevamo bisogno era già qua. Poi il negozio è sempre rimasto aperto, anche mentre montavamo, e ogni tanto venivano qua dietro a tranciare metalli o a prendere qualcosa. È stato tutto molto divertente, oltre che low-cost. Abbiamo organizzato tutto da soli, trovando qualche sponsor “tecnico” del posto per vino, focacce e simili e per il resto ci siamo arrangiati.

Come mai avete deciso di lanciare un bando di partecipazione invece, ad esempio, di selezionare direttamente voi i lavori?

Perché volevamo che la partecipazione fosse il più aperta possibile. E infatti abbiamo ricevuto progetti da tutto il mondo e li abbiamo selezionati seguendo la pura e semplice meritocrazia senza stare a guardare se i designers fossero ancora studenti oppure professionisti affermati… L’unico “filtro” è stato scegliere pezzi pensati per essere riprodotti, dunque non oggetti unici—da artista o da bricoleur—ma realizzati comunque da chi li ha ideati e non da un’azienda. Alla fine hanno partecipato sopratutto italiani, ovviamente per una questione di visibilità del bando, ma anche un collettivo ungherese, un ragazzo greco, un olandese, una coreana, un ragazzo belga…

Questa è una prima di molte edizioni o avete già deciso di fermarvi qui?

La consideriamo come una prima edizione. Ci piacerebbe curare esposizioni del genere anche al di fuori della design week milanese e lavorare, con questo stesso format, anche durante l’anno.
L’intento principale è comunque quello di fare network ed andare a scoprire posti come questa ferramenta in altre parti di Milano o anche in altri centri.

Oltre all’esposizione nel programma dell’evento ci sono pure delle conferenze ed una sorta di garage sale

L’ultimo giorno [sabato scorso, ndr] i designers che non vogliono riportarsi a casa le loro creazioni possono venderle mentre il pomeriggio è dedicato ad un incontro durante il quale verranno raccontate tre esperienze progettuali completamente diverse. Arriverà Antonio Scarponi che presenterà ELIOOO, un libro dove illustra come realizzare in casa proprio un orto per la coltura idroponica. Lui è da anni che progetta e realizza strutture del genere, anche molto complesse. L’hanno chiamato a fare un’installazione e gli hanno chiesto di farla a costo zero visto che non c’era budget quindi lui ha utilizzato pezzi Ikea e cose recuperate. Il libro è nato da lì.
Poi cisarà Matteo Ferroni che presenta Foroba Yelen, un progetto di luce collettiva per l’Africa rurale. Delle illuminazioni a led alimentate da pannelli solari, che Matteo ha sviluppato insieme ad alcuni villaggi maliani. È più un lavoro antropologico che di design in senso stretto: le luci sono molto semplici, realizzate con le stesse tecnologie che usano gli abitanti dei villaggi per costruirsi le cose. Tali illuminazioni poi sono gestite dalle donne, dato che è su di loro che si fonda l’economia del villaggio, e le affittano creando di fatto una microeconomia.
Infine i ragazzi di Q9 Magazine, rivista di architettura fondata da un collettivo di studenti della Scuola Tecnica Superiore di Architettura di Barcellona, in Spagna.

Questo post fa parte di Fotosociality, progetto lanciato da Samsung per promuovere la sua fotocamera “social” Galaxy Camera, con la quale sono state scattate tutte le foto dell’articolo.

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Simone Sbarbati

editor-in-chief a frizzifrizzi
35 anni, papà, co-fondatore ed editor-in-chief di frizzifrizzi, fumatore di pipa, ossessionato da catalogazione e contesto, rispondo alle mail con malavoglia e in ritardo, ho un buco nero in terrazzo, non mi siedo alle sfilate.