Qualche giorno fa, girando per il centro di Bologna, ho intercettato il breve dialogo tra due turisti mentre con passo spedito li sorpassavo lungo via dell’Indipendenza.
«Lucio Dalla diceva che qui a Bologna non si perde neanche un bambino», ha spiegato uno.
«Ah, forse un bambino no, ma Lara e Michela invece si sono perse», ha ribattuto l’altro.

Quel piccolo frammento di conversazione, seppur minimo e banale, è però riuscito a disegnare nella mia mente la mappa della città. La vedevo, così familiare, con la sua struttura a raggiera — piazza Maggiore al centro1 e le dieci porte tutt’attorno — e, mentre ormai ero già lontano dai due, li visualizzavo dentro a un pallino blu stile Google Maps, che lentamente percorreva la via diretto a sud, mentre Lara e Michela, beh, loro erano un altro pallino, senza voce e senza volto, che vagava e vagava e vagava. Finché, fattosi tardi, un pallino avrebbe chiamato l’altro al telefono e, dentro a piccoli pezzi di mappa incorniciati dai rispettivi smartphone, si sarebbero finalmente riuniti per tornarsene verso la stazione o verso il parcheggio, in ininterrotto “io sono qui”, “io sono qui”, “io sono qui”.

Martina Zena, Tipografia Altedo, “The Blind Line”, 2018
(fonte: tipografialtedo.com)

Le mappe, che fino all’avvento della geolocalizzazione a portata di tasca erano strumenti sui quali ritrovarsi, perdersi e poi di nuovo ritrovarsi attraverso un piccolo sforzo di “traduzione” tra lo spazio reale e quello ideale rappresentato sulla mappa stessa, oggi funzionano seguendo un paradigma completamente diverso. Non ci sono più le mappe ma la mappa, una sola, in tante versioni diverse quanti sono i software che la disegnano, d’accordo, ma sostanzialmente è sempre la stessa, senza confini, che abbraccia l’intero pianeta e ti mostra di volta in volta unicamente il pezzetto che ti interessa. Uscire dalla mappa, finché si ha i piedi ben piantati su questa nostra Terra, è impossibile.

E in questo delirio di onnipotenza la mappa ti convince di poterti offrire il mondo nella sua totalità. Ti indica i monumenti, ti suggerisce i ristoranti, ti dice i prezzi degli hotel, ti mostra il traffico in tempo reale, ti dà gli orari dei mezzi pubblici, ti fa entrare nei musei, ti ricongiunge con le Lara e le Michela smarrite su un’altra schermata, ti spiega come tornare a casa, arriva a disegnare i palazzi come fossero in 3D e ti invita a immergerti dentro alla mappa stessa, camminando virtualmente per strade in cui tutto è immobile, congelato nel tempo, come in un film di fantascienza.

Martina Zena, Tipografia Altedo, “The Blind Line”, 2018
(fonte: tipografialtedo.com)

In questa illusione, concreta ma allo stesso tempo intangibile, ciò che perdiamo è lo spaesamento, e soprattutto la conseguente necessità di prestare attenzione, di attivare i sensi per “riappaesarci” e conquistare familiarità con ciò che abbiamo attorno.
Proprio sul concetto di spaesamento e sul risveglio delle percezioni gioca The Blind Line, un progetto commissionato dall’artista italiana Martina Zena in collaborazione con Tipografia Altedo.

The Blind Line è una mappa, ma è anche un’opera d’arte interattiva e un capolavoro di cartotecnica, che rappresenta il centro di Bologna come un territorio da riscoprire per mezzo di un’esperienza tattile e uditiva, oltre che visiva.

Martina Zena, Tipografia Altedo, “The Blind Line”, 2018
(fonte: tipografialtedo.com)

«È necessario risvegliare lo sguardo, affaticato e distratto, e fidarsi del sistema sensoriale nella sua completezza per tornare a rivivere a pieno il mondo che ci circonda, renderlo significativo attraverso tutti i sensi, le percezioni, le emozioni e la memoria, personale e collettiva», spiega il testo che accompagna l’opera, recentemente insignita di un premio speciale durante gli ultimi Gmund Awards, le onorificenze assegnate ogni anno dalla cartiera tedesca Gmund ai migliori progetti realizzate con le loro carte (tra l’altro la categoria nella quale The Blind Line ha vinto, quella dedicata alle opere “cross mediali”, non esisteva, ed è stata creata appositamente perché — cito — «la straordinaria idea ha fatto guadagnare un premio speciale ai suoi inventori».

Prodotta utilizzando diverse carte e tecniche moderne e tradizionali come l’incisione, la stampa offset e il taglio laser, la mappa si può fruire innanzitutto visivamente, con la carta grigia a rappresentare le strade, quella nera per le case e i palazzi, quella bianca per i monumenti più interessanti, il plexiglass per laghi e parchi, e i dettagli dorati per le zone interattive che, quando viene avvicinato uno smartphone, attivano contenuti speciali, cioè dei piccoli video d’animazione dedicati a luoghi come la stazione, la zona universitaria, i canali, la Bologna di Lucio Dalla (eccolo di nuovo), per ascoltare — e immaginare — il luogo da prospettive differenti, mentre la fruizione tattile aggiunge un ulteriore livello all’esperienza.

Martina Zena, Tipografia Altedo, “The Blind Line”, 2018
(fonte: tipografialtedo.com)

Martina Zena, Tipografia Altedo, “The Blind Line”, 2018
(fonte: tipografialtedo.com)

Martina Zena, Tipografia Altedo, “The Blind Line”, 2018
(fonte: tipografialtedo.com)

Un capolavoro di tipografia per far “sentire” Bologna attraverso una mappa