I genitori non possiamo sceglierceli — e già questa, a volte, può essere una maledizione. Ma non possiamo scegliere — e la disgrazia, in questo caso, può pure essere peggiore — neppure ciò che da loro ereditiamo: i gesti, la mimica facciale, il timbro della voce, il modo di parlare, un particolare carattere fisico che impariamo a detestare non solo perché, semplicemente, lo troviamo antiestetico, ma anche perché — ecco il trauma — quella strana connessione la viviamo come un marchio: io sono come lui, io sono come lei. E, soprattutto, non c’è assolutamente niente che io possa fare.

Per il designer e artista dell’animazione Kangmin Kim il trauma è una voglia, una grossa voglia scura sul posteriore che ha ereditato dal padre, e alla quale ha dedicato non uno ma ben due cortometraggi d’animazione. Il primo, 38-39°C, parla di un ragazzo che, in una sauna, a causa del vapore e della temperatura, vive una sorta di allucinazione in cui incontra suo padre, che ha una voglia come la sua, e prova cancellargliela (come pure lo stesso Kim ha provato a fare fin da quando era piccolo con quella che si porta addosso, sfregando e sfregando, ovviamente invano).

(fonte: studiozazac.com)

Il secondo, che arriva a sette anni di distanza dall’altro ed è una sorta di seguito, si intitola JEOM, che in giapponese significa appunto voglia.
Più poetico e introspettivo rispetto a 38-39°C, affronta il tema dell’inevitabilità dei caratteri ereditari.

Potente, disturbante, JEOM è stato realizzato con la carta (alcuni “dietro le quinte” della lavorazione si possono vedere sul profilo Instagram di Studio Zazac, fondato da Kangmin Kim) e selezionato da alcuni tra i più prestigiosi festival del mondo, tra cui il Sundance.