– Ciao Mami, lo sai che il prossimo mese faccio un workshop e l’ho intitolato: ‘Il graphic design spiegato a mia madre’?
– Bello, grazie! mmm ma cos’è un worcsciop?!

E poi un bel giorno, mia madre chiese “beh ma cos’è che fai in pratica”? Voleva che gli spiegassi il mio mestiere, quello che faccio tutto il giorno spesso fino a notte inoltrata. Fu in quel momento che – un po’ costretto dagli eventi – provai a riferirmi per la prima volta al mondo della cucina, un linguaggio che mia madre conosce benissimo, anzi ne è maestra. “Ecco, fare il grafico è un po’ come cucinare…” esordii “non puoi cucinare se non hai ingredienti, così come non puoi comunicare se non hai nulla da dire …” e via così continuando con metafore e riferimenti, magari non sempre appropriati ma che raggiunsero lo scopo.

Lo trovai un espediente interessante e quando la facoltà per la quale insegno, lo IED – Istituto Europeo di Design, mi chiese di progettare un workshop per introdurre la mia professione, pensai di ripetere l’esperimento.
Iniziai un laboratorio con i miei studenti, fatto di lezioni e animate discussioni nelle quali il tema era la cucina e il suo possibile rapporto con la comunicazione grafica. In classe non si portavano più disegni di caratteri tipografici o layout d’impaginazione, ma pentole e ingredienti che ci avrebbero ispirato e che ci avrebbero portato nuovi stimoli e temi di discussione: non si parlava più di “grafica”, o meglio, se ne parlava, ma attraverso la cucina.

All’inizio la confusione era tanta, il rischio di non trovare una strada, il fatto di non aver intenzionalmente voluto delineare un risultato specifico rischiava di far diventare quel percorso fine a se stesso. Il lavoro fu dunque quello di abbandonarci alle sensazioni e trarne solo successivamente tutti i dovuti spunti progettuali.

Mentre l’odore del rosmarino e della salvia si propagavano nell’aula, utilizzavamo i colori dei peperoni e delle melanzane per creare nuove cartelle colori. Mattarelli, padelle, pentole, mestoli, presine, scolapasta, potevano trasformarsi in texture, pattern o elementi iconici. Il cibo, le materie prime, i sapori, l’estetica dei piatti sono diventati la nostra guida, il nostro spunto di riflessione. Ognuno di noi ha portato le proprie esperienze riguardanti il grande mondo della cucina, i sapori, i ricordi, gli strumenti. Successivamente abbiamo analizzato la lingua dei ricettari, dall’accademico e aulico Artusi fino al mainstream di Cotto e mangiato.

Abbiamo poi analizzato la rappresentazione che si fa della cucina in televisione; cosa succede nei mercati in strada; abbiamo ricercato il valore semantico del cibo. Tutta questa ricerca è stata fondamentale: proprio come un cuoco ha bisogno degli ingredienti per realizzare un piatto, il grafico ha bisogno di contenuti per comunicare. La verità del concetto sta nella sua banalità: prima di comunicare qualcosa bisogna avere qualcosa da dire.

La classe si è trasformata in una grande cucina, piena si colori, sapori, odori, ma anche disegni, collage, schemi fino ad approdare ad un workshop-evento che è arrivato alla terza edizione e che abbiamo intitolato Il graphic design spiegato a mia madre (qui la pagina Facebook).

Chi ha partecipato ha realizzato una ricetta visiva, una sorta di info-ricetta, ciascuna della quali ha raccontato molto delle persone che le hanno realizzate: chi ci ha parlato del suo paese attraverso piatti e ingredienti a noi sconosciuti, chi ha raccontato le fasi per ordinare una pizza da casa come manifesto della ricetta contemporanea. Tutti hanno dato una loro visione di cucina, tutti hanno utilizzato gli strumenti della grafica.
Abbiamo scoperto, con un po’ di sorpresa, un linguaggio comune e comprensibile anche da chi viene da altre culture o da chi non ha mai toccato una padella o una matita!

Proprio come il cuoco ha bisogno di una ricetta per cucinare il graphic designer ha bisogno di un metodo progettuale per realizzare i propri progetti: “le idee senza ricetta, sono aria fritta” è stato il nostro slogan.

photo credits: Isabella Ahmadzadeh, Marta Hofer, Giulia Mucci