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Mumbletumble: quando le fotografie parlano

Nel suo saggio Insegnare fotografia. Note raccolte, il fotografo e docente Philip Perkis parla di un concetto fondamentale: l’intenzione.
«Se voglio costruire la cattedrale di Chartres o fare un film drammatico allora è chiaro che la mia intenzione deve precedere l’esecuzione di questi progetti. In ogni momento nella costruzione di una struttura o nel fare un film, si prendono decisioni grandi e piccole, consapevoli e inconsapevoli, che modificano significativamente il risultato. Eppure rimane il fatto che in principio c’era stato bisogno di un “piano” e che quel piano è l’espressione di un intento», scrive Perkis, facendo notare, però, come si possa seguire anche un’altra strada, quella di creare le condizioni per cui “qualcosa può accadere” e stare poi a vedere che cosa succede, “reagendo attivamente a ciò che accade dentro e fuori di me”.

In entrambi i casi ciò che ne uscirà fuori è frutto di una scelta, che talvolta può essere ben chiara — evidente e luminosa — a chi guarda l’opera, oppure necessita di essere esplicitata dall’autore attraverso un testo, il titolo, una didascalia. Ma il fascino della fotografia sta anche nella sua ambiguità, nel fatto che vi si possono leggere diversi significati e informazioni in base a ciò che si conosce (di chi ha scattato, del soggetto ritratto, del contesto, del progetto) e al proprio bagaglio visivo e culturale — proprio su tale ambiguità spesso giochiamo, ad esempio, nella nostra nostra rubrica Flickr/Week(r), dove non di rado “dirottiamo” l’intenzione originaria del fotografo reinterpretando l’immagine.

«Una delle magie della fotografia è quella di ridare vita ai luoghi, raccontarli come fossero persone. Qui negli anni Settanta risuonavano le parole e gli scalpiccii dei bambini che frequentavano questo asilo nido di Forlì. Ma tutto quel frastuono e quella parte di storia sono stati ammutoliti da molti anni di chiusura. Un domani questo luogo dovrebbe riconnettersi con la sua natura: il progetto è quello di costruire una biblioteca multimediale pensata nuovamente per i bambini. Quello che rimane sono gli ampi spazi abitati oggi da una luce che ha fatto percepire sensazioni e ricordi diversi mentre i fotografi erano lì a trattenere un pezzo di passato e intravedere un’idea di futuro. Nell’attesa di tornare a fare rumore».

Foto di Sara Camporesi | testo di Chiara Rainò (courtesy: Mumbletumble)

L’intenzione è dunque in qualche modo sempre inscritta in una fotografia ma può trattarsi di un livello di lettura presente solo in filigrana, invisibile a un primo sguardo, volutamente nascosto o consumato dal tempo.
Quando però la filigrana esce fuori — dichiaratamente — lo spettatore ha un elemento in più sul quale rimuginare, confrontando “ciò che vede” con “ciò che sa”. Questo, tuttavia, implica fermarsi a guardare per qualche istante in più: tutt’altro che semplice nello sterminato oceano di informazioni visive nel quale siamo immersi ogni giorno.

Talora occorre “inciampare” su un’immagine per notarla davvero e indugiare quel tanto che basta per comprenderla e pensarci su, ed è proprio questa l’idea che sta dietro al progetto Mumbletumble, nato su Instagram e lanciato da Federico Salvatore durante le lunghe giornate di quarantena.

«L’esposizione muove l’incertezza.
Tutti tendiamo a nascondere la nostra vulnerabilità e le nostre debolezze, anche inconsapevolmente. In questo caso la vulnerabilità è rappresentata da una schiena nuda, che volgendo le spalle all’osservatore pone nelle sue mani la libera scelta di ferirla o abbracciarla.
Credo sia un forte gesto di fiducia quello di mostrare le nostre debolezze senza stare a guardare. Fiducia non solo in chi ci sta di fronte, ma anche in noi stessi. Fidarci di noi prendendo confidenza e consapevolezza di quel che teniamo nascosto per chissà quale paura».

Foto e testo di Claudia Pradel (courtesy: Mumbletumble)

Mumble, in inglese, significa borbottio, mentre tumble sta per capitombolo, e Mumbletumble «è quando le parole e le immagini borbottano qualcosa che non riusciamo a capire nel nostro flusso caotico di vita quotidiana ma che comprendiamo solo quando inciampiamo e ci fermiamo a leggere e osservare», spiega Salvatore.
L’intento dell’iniziativa è far parlare le foto, chiedendo agli autori di specificare cosa rappresentino per loro, quale sia il concetto che c’è dietro, quale storia, quale ricordo.

«Ci siamo resi conto di essere immersi in un mondo che correva veloce verso l’ostentazione e l’individualismo e abbiamo trovato nelle persone che ci hanno scritto la stessa voglia di fermarsi e raccontarsi, in un momento così adatto a ragionare su quello che siamo come collettività e non come singoli», spiega Salvatore, che a sua volta ha una storia di raccontare.

«Da trent’anni vivo in un eterno presente», dice. «Ora sono uno UX/UI designer freelance, una di queste etichette che piacciono tanto oggi, la verità è che mi sono laureato in Comunicazione e Pubblicità, e ho sempre amato poche cose: le parole, la semiotica, l’ironia, la bellezza e le persone. Alcune di queste non mi deludono mai. A un certo punto qualcuno mi disse che avrei dovuto scegliere tra la scrittura e le immagini, e così ho fatto. Quando ho lasciato il paese non avrei potuto usare le mie di parole, allora ho cominciato senza soldi né solide basi, a fare il web designer in Irlanda e a imparare quelle degli altri. Dublino, città malinconica e di difficile comprensione, ma piena di voglia di vivere a ritmo umano. Dopo tre anni, quando l’Irlanda mi cacciò via — così ho pensato — sono approdato in Germania alla ricerca di una Città maiuscola e piena di libertà espressiva, Berlino. Le storie più fuori dal mio di mondo le ho raccolte lì. Poi la vita ha tagliato corto di nuovo e sono rientrato in Italia con una valigia di racconti e una di vestiti. Così vivo da tre anni a Milano, forse la città più illuminante di tutte, con le sue ostentazioni e ossessioni».

«Molte persone preferiscono apparire anziché essere. Il rossetto rosso qui simboleggia il volersi nascondere dietro qualcosa. È quell’elemento che attira l’attenzione distogliendola da quello che è l’essere umano vero e proprio: una persona con i suoi sentimenti e i suoi modi di pensare».

Foto e testo di Donato Cristofalo (courtesy: Mumbletumble)

Su ogni foto che riceve, Salvatore interviene graficamente inserendo un parola — l’elemento che, insieme all’immagine, ti fa lo sgambetto necessario al capitombolo — e la pubblica su Instagram e sulla pagina Facebook insieme al commento dell’autrice o dell’autore, laddove presente (alcuni, tuttavia, preferiscono che sia Mumbletumble a offrire un punto di vista, così a volte è Salvatore, oppure Chiara Rainò, che collabora al progetto, a scrivere qualcosa), fornendo un’ulteriore bussola per cogliere la suddetta, importantissima intenzione

Il progetto è nato in quarantena, come già accennato, ma a differenza di molti altri venuti alla luce in questo periodo non è sulla quarantena.
«La pandemia mondiale non c’entra con questo progetto — o perlomeno non è quella di cui parlano i giornali oggi — ha il solo merito di aver offerto quel tempo che tutti i giorni ci neghiamo, portando a galla quel malessere diffuso e tutto postmoderno, che nascondiamo da sempre sotto i nostri tappeti, le nostre tende e le lenzuola.
Mumbletumble racchiude tutto questo, una raccolta di immagini che parlano a parole di tutto quello che ci rende umani e che siamo da sempre costretti a negare, in favore della corsa all’evoluzione», chiosa Salvatore.

«Resistere al tempo. Ero a Noto, in Sicilia, fuori casa, in trasferta per il torneo nazionale di calcio con la squadra della mia professione.
Quando ho visto quel rubinetto un po’ obsoleto, non in linea con la modernità del posto, ho avvertito tristezza. Era il segno del passato, di tutto ciò che per me rappresenta punti fissi, spalle e case. Ma da quel rubinetto scorreva comunque acqua in maniera lenta e costante. In fondo era come vedere tutto ciò che ti porti dietro, quello che resiste al tempo e che continua a dare vita nel presente».

Foto e testo di Alessio Caroppo (courtesy: Mumbletumble)

«Questo è uno dei miei primi autoritratti. Amo le foto silenziose, che lascino però emergere l’intimità dei soggetti ritratti. Per me è stato un po’ come scoprirsi, riconoscersi e amarsi, cercando di comunicare con gli occhi la propria essenza».

Foto e testo di Lorella Furleo Semeraro (courtesy: Mumbletumble)

«Eravamo immersi nella natura durante un’esperienza di training di gruppo. Questo esercizio metteva alla prova la fiducia: una persona era bendata mentre l’altra doveva guidarla su un percorso usando la corda. Riguardandola in questo momento, questa foto rappresenta per me l’unione di persone sconosciute, quando ci si aiuta a vicenda nonostante il momento difficile: divisi e diversi ma comunque uniti».

Foto e testo di Arianna Clò (courtesy: Mumbletumble)

«La realtà non ha doveri nei nostri confronti, specialmente non ha quello di essere uguale a se stessa. Può voltarci le spalle e chiudersi alla nostra comprensione o può tornare a chiederci di partecipare al gioco delle regole che saltano, alla sorpresa delle prospettive che cambiano».

Foto di Martina Loiola | testo di Chiara Rainò (courtesy: Mumbletumble)

«Abbiamo bisogno di leggerezza. La fotografia in quarantena è per me un polmone che trasporta coraggio ed espelle preoccupazioni. Questo scatto ha un doppio significato. Non è solo la nube d’incertezza, della preoccupazione e del turbamento di questi giorni. È anche una nuvola di speranza: appoggiata su un piccolo vassoio, nasce dall’idea di offrire un nido di leggerezza».

Foto e testo di Stefania Bonfiglio (courtesy: Mumbletumble)

«Nascondersi dal giudizio tenendo la parte più intima per sé, dimostrare di essere migliori di quello che siamo. Qual è il confine tra l’esibito e il nascosto con riserbo?».

Foto di Andrea Lombardo | testo di Federico Salvatore (courtesy: Mumbletumble)

«Tagliare il tempo, accettarlo, costruire il futuro».

Foto di Federica Rainò | testo di Federico Salvatore (courtesy: Mumbletumble)

«In alcune delle fotografie che abbiamo scattato abbiamo cercato di soffermarci sull’idea di stasi che la fotografia riesce a catturare. In particolare avevamo deciso di realizzare delle foto che cercassero di combattere i problemi che a volte l’essere umano ha rispetto alla nudità, perché ci era capitato di affrontare questo discorso insieme ad altri amici.
È da qui che nasce questo scatto, dalla volontà di sperimentare con la fotografia e dalla sintonia ed empatia che si sono create».

Foto e testo di Maria Gloria Zollino & Natalia Zollino (courtesy: Mumbletumble)

«Il tempo è più lento, le azioni diminuiscono, lo straordinario è ordinario, le distrazioni si gestiscono, i pensieri vivono. Siamo costretti a guardarci dentro, a non sfuggirci. In questi giorni ho provato a mettermi dall’altra parte dell’obiettivo, in quello spazio in cui si diventa soggetto, un posto che per me è scomodo, ma dove si può imparare a stare. Senza fuggire».

Foto e testo di Arianna Cantoni (courtesy: Mumbletumble)

«Questi giorni ho sognato molto,
incubi più che sogni.
Mi giravo e rigiravo senza più prendere sonno.
Eri lontano,
troppo lontano e non potevo afferrarti.
Ho avuto un sussulto nella notte,
ho spalancato gli occhi.
Era un incubo,
solo un brutto incubo.
Ti ho afferrato la mano e stretta così forte da svegliarti.
Non hai detto nulla. Mi hai guardato e mi hai stretta a te…
Tutto il mondo è scomparso.
Io non ero sola.
Tu eri lì…».

Foto e testo di Tonia Trecca (courtesy: Mumbletumble)

«E se così non fosse».

Foto di Serena Verrigni | testo di Federico Salvatore (courtesy: Mumbletumble)

«Come quando fuori piove».

Foto di Greta Baldini (courtesy: Mumbletumble)

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