Imparare la fotografia (e molto di più) con Philip Perkis

Nella fotografia si corrono rischi. Non nel senso che si potrebbe immaginare, cioè andare nelle zone di guerra, fare reportage sulla mala, paparazzare qualcuno che non vuole e che ha attorno guardie del corpo col cazzotto facile. Sì, quelli sono certamente rischi, ma ce ne sono anche per chi — e qua rubo le parole a un vero esperto, Jörg Colberg — fotografa qualcosa che lo fa sentire a disagio; per chi dimostra, attraverso una foto, che qualcosa non è come tutti pensano che sia; per chi decide di sfidare quelle che sono le proprie ipotesi su come una fotografia vada fatta.

Philip Perkis, “Insegnare fotografia (Note raccolte)”, Skinnerboox, dicembre 2018 (courtesy: Skinnerboox)

È soprattutto quest’ultima tipologia di rischio quella che Philip Perkis invita a correre attraverso il suo libro Insegnare fotografia (Note raccolte), pubblicato da uno dei più interessanti editori indipendenti italiani: Skinnerboox.
Americano, classe 1935, fotografo, autore e — per quarant’anni — docente di fotografia, Perkis ha raccolto negli anni pensieri, consigli ed epifanie, mettendo tutto assieme in un volume uscito originariamente nel 2005 e arrivato in Italia nel 2018 proprio grazie a Skinneboox e ad Alice Benessia, Alessandra Capodacqua e Chiara Cecchetti, che hanno curato la pubblicazione (Benessia si è occupata anche della traduzione).

Andata esaurita la prima edizione in pochissimo tempo, Skinnerboox ne ha stampata una seconda con una grafica completamente rinnovata (il design è opera di CH RO MO), chiaramente ispirata all’estetica essenziale delle pubblicazioni accademiche.
Di accademico, tuttavia, Insegnare fotografia ha ben poco, come spiega l’autore stesso nell’introduzione.

L’insegnamento della fotografia, diversamente da quello del francese o della guida, non dà nessun risultato misurabile. (Quanto ho aiutato una tal persona a essere più sensibile nel suo universo visivo?) Questo fatto mette tutti noi che insegniamo fotografia sul bordo del trampolino — mantenendo vive le cose.
Quel che segue non vuole presentare una tesi da difendere o dare delle spiegazioni esaustive su concetti o tecnologie. Si tratta piuttosto di predisporre una base che possa provocare pensieri e stimolare discussioni. E soprattutto, incoraggiare giovani fotografi e insegnanti a correre qualche rischio.

Philip Perkis, “Insegnare fotografia (Note raccolte)”, Skinnerboox, dicembre 2018 (courtesy: Skinnerboox)

Il rischio, appunto. Che è quello — serio, quasi fatale — che corre il lettore già convinto di sapere cosa sia e come si faccia fotografia.
Attraverso una struttura piuttosto lineare, fatta di esercizi (pratici, che però coinvolgono ben più che il corpo in azione e il materiale sul quale si agisce) e di parti teoriche, piene di intuizioni, di storie, anche personali, e di storia (dell’arte, della letteratura), Insegnare fotografia assomiglia a una passeggiata con un saggio maestro che durante il cammino ti invita a osservare, ti racconta aneddoti vissuti e conosciuti durante una vita e una carriera infinitamente più piene della tua, ti pone domande alle quali sa già che non potrai dare una risposta, ti mette alla prova con dolci provocazioni, ti fa aprire gli occhi (davvero) quando credevi di averli già aperti1, e solo quando sei sulla via del ritorno, e cominci a risvegliarti da quello stato ipnotico in cui eri finito senza rendertene conto, ti accorgi che quello che hai appena fatto è una sorta di viaggio iniziatico.

Solo i grandi maestri sono capaci di accompagnarti in tale un percorso di crescita, e Perkis evidentemente lo è.

Philip Perkis, “Insegnare fotografia (Note raccolte)”, Skinnerboox, dicembre 2018 (courtesy: Skinnerboox)

Insegnare fotografia — qui il titolo è davvero indicativo e fedele all’etimologia del termine: insignāre, imprimere segni — lascia una traccia profonda in chi si avventura lungo la strada, tra le pagine, insieme all’autore.
Occhio, dunque. Perché per chi fa fotografia, ed è soddisfatto di come la vede e come la fa, questo libro può essere pericoloso, in quanto non offre risposte ma — direttamente e indirettamente — genera domande, un’infinità. E le domande, per chi, consapevolmente o meno, ne teme le risposte, sono appunto rischiosissime.

Devo rimanere con questo fatto fino alla fine, e tutto ciò che mi hanno insegnato in una vita intera si oppone al farlo. Semplicemente vedere come una cosa è fatta: la luce, lo spazio, la relazione (visiva) tra le distanze, l’aria, i toni, i ritmi, la trama, i contrasti, la forma del movimento… le cose in sé… non quello che potrebbero significare dopo, non socialmente, non politicamente, non psicologicamente, non sessualmente (un sigaro non è neanche ancora un sigaro). Non dare nomi, etichettare, valutare, amare, odiare; nessuna memoria o desiderio.

Soltanto vedere.

Philip Perkis, “Insegnare fotografia (Note raccolte)”, Skinnerboox, dicembre 2018 (courtesy: Skinnerboox)
Philip Perkis, “Insegnare fotografia (Note raccolte)”, Skinnerboox, dicembre 2018 (courtesy: Skinnerboox)
Philip Perkis, “Insegnare fotografia (Note raccolte)”, Skinnerboox, dicembre 2018 (courtesy: Skinnerboox)
Philip Perkis, “Insegnare fotografia (Note raccolte)”, Skinnerboox, dicembre 2018 (courtesy: Skinnerboox)
Philip Perkis, “Insegnare fotografia (Note raccolte)”, Skinnerboox, dicembre 2018 (courtesy: Skinnerboox)
Philip Perkis, “Insegnare fotografia (Note raccolte)”, Skinnerboox, dicembre 2018 (courtesy: Skinnerboox)
Philip Perkis, “Insegnare fotografia (Note raccolte)”, Skinnerboox, dicembre 2018 (courtesy: Skinnerboox)
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