I cassonetti gialli della Caritas: storie di vestiti scartati e persone che si sono perse

Per chi la sa leggere, la faccia di Diego — che i suoi colleghi chiamano Drugo per una vaga somiglianza con il protagonista del film dei fratelli Coen — racconta di storie e di carattere.
Le rughe profonde, gli occhi chiari e i capelli crespi e lunghi color juta, Drugo sa farsi ricordare poi per la sua inconfondibile espressione da duro, che lascia spazio ogni tanto ad un sorriso tra l’amaro e lo scanzonato.

Non parla mai del suo passato: solo una volta, dopo tanti anni che ci conosciamo, bevendo un caffè alla macchinetta ha biascicato qualche parola riferita al “collegio” e a una gioventù molto scapestrata.
Poi il suo ingresso in questa cooperativa del riciclo: di uomini e di cose. Svuotare cantine soffitte e case di anziani passati a miglior vita o residui di fabbriche, negozi, uffici e conventi per dare nuova vita alle cose. Cose in parte avviate al riciclo e in parte vendute nel mercatino.

Oltre che agli oggetti, anche a chi li raccoglie e riordina è offerta una seconda vita, con una carità che appare discreta e che rispetta la variegata composizione degli ospiti che arrivano con il loro bagaglio di storie amare e di sconfitte.
La Cooperativa (o il “circo”), come la chiama Drugo, rimette in circolo oggetti e persone scartate da una società composta da individui frettolosi che non hanno tempo di aspettare chi resta indietro, che considerano vecchio un maglione dell’anno scorso e che pagano 250 euro (per chi ha memoria di antichi suoni: mezzo milione di vecchie lire) un paio di scarpe da ginnastica invecchiate artificialmente.

Spinto dalla mia curiosità per gli oggetti di altri tempi, a forza di andarci sono quasi diventato amico di Drugo, tanto che talvolta vengo invitato alla festa annuale. La festa è rigorosamente analcolica perché il ritorno dei soci cooperatori a vecchie abitudini è sempre in agguato — alla prima festa fatta senza prescrizioni analcoliche, mi ha raccontato lui, hanno girato due giorni per recuperarli tutti.

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Drugo è un po’ il direttore (“domatore” si definisce lui) di questa inusuale cooperativa: a volte lo trovo che svuota scatoloni pieni di cose provenienti da abitazioni di persone scomparse. Dice che il suo è un lavoro che lo porta alla malinconia perché smistando gli scatoloni entra in qualche modo nella vita delle persone che hanno usato quegli oggetti e mi dice che si ferma sempre più a lungo ad osservare, con curiosità, le foto dentro le cornici e nei cassetti dei mobili. Foto che ricordano ricorrenze gioiose o persone già mancate da anni.
Una volta che l’ho visto di spalle, fermo ad osservare una foto, si è girato e con un sorriso amaro, guardando in alto, mi ha detto che stava parlando con i suoi amici con la testa oltre le nuvole.

Oltre agli appartamenti la cooperativa si occupa anche di ritirare e svuotare i cassonetti gialli della Caritas.
Su mia richiesta un giorno Drugo mi ha accompagnato nel capannone dove vengono aperti. È incredibile. Non ci crederei se non l’avessi visto con i miei occhi. Dai cassonetti vengono estratti, oltre a capi usati, moltissimi capi nuovi, con i cartellini attaccati, quindi mai indossati.

Vi domanderete dove vanno a finire tutti questi abiti.
La “crema”, cioè quelli provenienti dai quartieri bene che contengono pezzi pregiati (sempre meno, in realtà) vanno a finire a grossisti che alimentano i mercatini e i negozi vintage. Quelli in cattivo stato diventano stracci per officine. Gli altri vengono venduti nel mercatino interno.
Quello che non si vende, o il surplus, finisce stivato in container e inviato ai paesi poveri. In qualche caso praticamente tornano dove sono stati prodotti: alla faccia del chilometro zero.

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Osservando il travaso dei vestiti pensavo ai centri commerciali vuoti, che mi fanno tristezza. E a quelli pieni, che mi mettono angoscia: mi ricordano gli allevamenti di animali in batteria. Gli animali esistono per diventare carne e gli umani per produrre e consumare.
Nei giorni di confusione la gente entra nei negozi e si imbatte in un numero di camerini-prova volutamente ridotto, giusto per far scattare il classico «va beh costa poco e lo prendo» poi a casa, provato con calma davanti allo specchio, “ci si vede gran male” e con un malcelato senso di colpa si accantona in fondo all’armadio. Alla fine, nel cambio stagione, si scarta e si butta nel cassonetto giallo.

Uscendo dal capannone Drugo scuote la testa camminando, dà un “affettuoso” scappellotto a Boban, un ragazzotto grosso che fuma vicino ai vestiti e nasconde una birra dentro uno stivale. Davanti alla macchina del caffè finiamo di contrattare un mobile a schedario proveniente da un ex convento.
Inizia a piovere e già che ci sono acquisto un vecchio ombrello, molto pesante, con l’aria bella robusta, e racconto a Drugo di una serata a Venezia con la sorpresa di un temporale tropicale e dell’acqua alta a giugno, un fatto che mi ha impressionato, vedere una città che viene sommersa, e poi più tardi vedere piazza San Marco con decine e decine di ombrelli rotti buttati in acqua, quelli venduti dai Pakistani a 3 o 5 euro: usa (poco, se non c’è vento) e poi getta.

Racconto delle raccomandazioni che mi facevano da piccolo affinché non perdessi (o rompessi) l’ombrello. L’avversario più temibile nella lotta con gli ombrelli era Ivano. Il padre ferroviere acquistava alle aste degli oggetti smarriti sui treni degli ombrelli robustissimi per i figli discoli e lì, con lui e con suo fratello, non c’era storia.

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Si parla spesso della crisi e si cercano le colpe di chi l’ha provocata: da una parte si dice che qua nessuno ha più voglia di lavorare, dall’altra che le imprese non hanno investito nell’innovazione e nella ricerca. Hanno ragione tutti!

Io che non sono un economista arrivo a capire che lasciando libera l’importazione di un ombrello a 2 euro, di un abito a 6 euro e di una lavatrice a 120 euro poi per forza si arriva a distruggere tutto il manifatturiero e il commercio in Italia.
Come si fa a sopravvivere quando tu hai dei dipendenti e gli altri hanno degli schiavi?
Dov’erano gli economisti e quelli che dovevano prevedere il futuro?
Che cosa te ne fai della ricerca quando sei fottuto da costi di produzione così distanti?

Ora è tardi per fermare la deriva. È come combattere contro le ombrellate di Ivano.
Drugo scuote la testa, schiaccia la sigaretta nella sabbia del vaso da notte usato come posacenere e mi saluta, lasciandomi solo con i miei dubbi.
In auto, al ritorno, guardando i capannoni lungo l’autostrada penso a Landini, il cui nome per uno scherzo del destino è lo stesso di una antica fabbrica di trattori. Lo porterei volentieri a fare un giro nelle zone industriali desertificate del nordest.
Vuole occupare le fabbriche? Prego! Niente cariche della polizia, basta solo togliere dai cancelli il cartello “vendesi” e accomodarsi.