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the process collective

The Process Collective

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La moto custom, gli occhialini-come-quelli-di-una-volta, la barba, il caffè fatto in casa e moooolto lentamente, l’open-space stile industriale, le messe a fuoco sul particolare: l’hipsteria di questo video è quasi fastidiosa perché è tutto come ti aspetti che sia dopo aver visto due fotogrammi, lo stereotipo di un mondo che se la canta e se la suona sempre allo stesso modo in un tripudio di esaltazione del lavoro, della materia, della vita presa con calma e attaccata alla profondità, all’ombra dell’imperfezione che s’allunga su una superficie e la rende vera. Nobili propositi, certo, soprattutto se in opposizione ai luccichi artificiali, al presenzialismo di celebrities con le labbra a canotto, ai tappeti rossi, agli amo/adoro/top (né più né meno di un like su facebook) di chi non ha nient’altro da dire, a chi non aspetta che mettersi davanti a un muro (liscio: oggi le esecuzioni le fanno lì, non si mira al cuore ma alla dignità) per farsi immortalare da qualcuno (da chiunque). Nobili propositi che però ti danno da pensare quando li trovi un tanto all’etto al mercato sotto casa o riassunti in due righe di enfatici aggettivi sulla barra destra di qualche quotidiano online o ancora sputati fuori, già confezionati, dalle labbra rifatte di qualche giornalista dal cool facile.

Ma lo sai già, quando entri in punta dei piedi in un’estetica, senza nemmeno accorgertene, passando silenzioso e un po’ smarrito dal cono di penombra di quella precedente, scivolando via liscio tra le fauci del prossimo trend che ha già iniziato a masticarti quando hai comprato l’analogica, quando hai scaricato Instagram, quando sei andato al mercatino a cercare un tavolo con una storia, quando hai ricominciato a scrivere a mano e a farti crescere prima i baffi poi la barba e magari pure a fumare la pipa, a scegliere un tabacco, a macinarti i chicchi di caffè comprati in quel negozietto là… (è pure un’autocritica feroce, questa, casomai non fosse chiaro).

Lo sai già che dove c’è una massa critica prima o poi la moda arriva e se la prende, ridandotela indietro al sapore di vomito, un sapore che poi ci mette almeno altri 15 o 20 anni a depurarsi (e mai del tutto: le scorie hanno lo stesso sapore dei primi dubbi che t’assalgono, quel giorno in cui pensi – sapendo che un mondo intero si è organizzato per fartelo pensare – di far così piuttosto che cosà). Lo sai già. E non puoi farci proprio niente, tranne scivolare silenzioso e in gran segreto nella prossima anticamera poco illuminata, alla ricerca di facce amiche che sotto sotto però speri di non vedere mai. E vià così. Unico regalo che puoi fare al te stesso di domani è l’esser sempre vigile e critico. E, soprattutto, lavorare bene. Rendere l’ometto che sarai orgoglioso, pur con la punta di vergogna che niente riuscirà a lavare via, dell’ometto che sei stato.

Cotanto logorroico ma indispensabile prologo per introdurre un progetto come The Process Collective, che filma chi è bravo a fare quel che fa mentre vive e lavora e ti fa sognare di vivere e lavorare come lui e che per quanto interessante, per quanto ci sarebbe da togliersi non uno ma dieci cappelli di fronte a Stephen Kenn, designer losangelino e primo ospite di questo progetto/processo collettivo, o Sean Woolsey (prossimo di chissà quanti, in lista per un video), ti lascia con l’amaro in bocca per la prevedibile stucchevolezza di una narrazione e di una “confezione per immagini” che rende quasi doloroso lo specchiarcisi dentro (in uno specchio che come quello della strega cattiva di Biancaneve ti fa vedere per come vorresti essere e non per quello che sei) e scoprirti nudo e identico a migliaia di altri come te.

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