Awand, una nuova rivista di arte e cultura: intervista al direttore Antonio Cornacchia

Grafico e art director. Organizzatore di iniziative culturali fra cui mostre e rassegne. Ex direttore di una rivista dal nome Vorrei, Antonio Cornacchia, esperto di arti visive, performative, e di politiche culturali, esordisce nell’autunno del 2021 con una rivista trimestrale a tiratura limitata che contiene lunghe interviste ad autori e autrici che agiscono nell’ambiente dell’arte e della creatività. Si chiama Awand un nome enigmatico, forse esotico. Un nome che è in realtà un’esortazione e un auspicio. Ma questo ce lo faremo spiegare dal suo direttore.

Awand anno 1 n. 1, autunno 2021
(courtesy: Awand)
Awand anno 1 n. 1, autunno 2021
(courtesy: Awand)

Un nome è prima di tutto un’intenzione, un modo per decifrare un enigma. Diviene poi il luogo dove i corpi e le cose reclamano la propria quota d’eredità.
Ci sono due nomi legati a te e alla tua nuova rivista dei quali vorrei scoprire appunto “l’intenzione”.
Perché molti ti chiamano Ant che sta per “formica”? E perché hai scelto il nome “Awand” per la tua nuova rivista?

Da ragazzo stravedevo per Pazienza che spesso si firmava “Paz”. Dato che anche io amavo disegnare vignette, ho iniziato a firmarmi “Ant”. Solo che Ant in inglese significa “formica”! Da allora mi è rimasto questo epiteto. Tra l’altro le formiche in Puglia, mia terra d’origine, sono quelle di Tommaso Fiore (con il suo libro Un popolo di formiche vinse il Premio Viareggio nel 1952) e quindi potremmo dire… “due formiche con una fava”. 
Mentre per quanto riguarda il titolo della rivista… ovviamente c’è stato un lungo lavoro per immaginare quale potesse essere il nome della testata; alla fine non ce ne era nessuno che mi convincesse, così ho pensato di usare una parola che non c’entrasse nulla, che avesse un significato misterioso e mi è venuta in mente questa parola che in barese significa letteralmente “acchiappa, agguanta”, ma che in senso figurato significa “fai attenzione”. Nasce come un gioco, ma poi effettivamente esprime perfettamente il senso della rivista. Ossia togliere ciò che non serve a comunicare, fare attenzione rispetto a chi ha a che fare con la creatività.

Awand anno 1 n. 2, inverno 2021-2022
(courtesy: Awand)

In un tempo in cui i magazine chiudono i battenti e i giornalisti vengono licenziati dall’oggi all’indomani, tu hai deciso non solo di inaugurare una nuova rivista, ma di pubblicarla in modo tradizionale, scegliendo carta e inchiostro, donandole una forma tangibile e palpabile. Come mai?

Essenzialmente perché non è una iniziativa commerciale. La tiratura è limitata, il numero dei collaboratori è ristretto, i costi sono contenuti anche perché io svolgo il ruolo di art director e grafico. Mi affianca un editore di nome Squilibri e sono sostenuto da persone che credono nell’iniziativa: il progetto economicamente sta in piedi. Le poche copie sono distribuite in un numero limitato di librerie in Italia o sono vendute direttamente attraverso il sito.
Questi sono dei motivi pragmatici, ma la verità più profonda è che ho scelto che fosse così in base a un approccio lontano dagli altri medium. La carta permette un’attenzione — “Awand” — diversa rispetto a qualsiasi altro display o schermo. Se noi leggiamo un articolo su un cellulare o su un tablet, siamo distratti da notifiche, link e altre mille cose, mentre quando abbiamo un libro fra le mani è diverso. A meno che non ci interessi il testo, siamo più concentrati. Quando ho lavorato al progetto grafico della rivista, ho pensato di togliere da subito qualsiasi orpello — filetti, cornicette, occhielli — che potesse distrarre. La scelta è stata proprio quella di utilizzare un progetto grafico molto minimal che favorisse la lettura. Ho cercato, poi, un equilibrio con un prezzo di copertina (9 euro) che fosse accessibile a chiunque. 

Awand anno 1 n. 2, inverno 2021-2022
(courtesy: Awand)
Awand anno 1 n. 2, inverno 2021-2022
(courtesy: Awand)

Da quanto tempo cullavi questo desiderio? Essere il direttore di una rivista che potesse far dialogare linguaggi e discipline diverse. Come ha preso forma dentro di te questa meravigliosa idea?

In realtà progetto giornalini da quando andavo a scuola. Il primo è stato Il Filone (che dalle mie parti significa fare X a scuola) realizzato alle superiori con i miei amici. Aveva una sezione dedicata a temi scolastici e una rivolta a musica, cinema, arte, illustrazione. Quindi l’idea, il nucleo di Awand era già presente. Poi si può dire che negli anni, avendo stabilito molte relazioni e contatti, è nato il desiderio di dare vita a qualche cosa che avesse un respiro nazionale e che permettesse di coinvolgere le persone che stimo. Ho pensato di farlo attraverso le interviste. Ci sono moltissime riviste e blog che accolgono articoli in cui la gente “scrive su”; a me piaceva l’idea di andare alla fonte, alla sorgente della creatività e dell’arte chiedendo direttamente agli autori e alle autrici il loro pensiero. Ho cercato di fare una cosa che non c’era o comunque che era meno presente. Ossia una rivista che non ragiona in compartimenti stagni, ma che tratta temi trasversali. Cerchiamo di avere un equilibrio fra nomi molto famosi e nomi meno noti. Ci sono persone che si conoscono già e persone da scoprire. Anche questo è un modo per stimolare il lettore.

A chi si rivolge? Per chi è pensata Awand? 

Il nostro lettore ideale ha interesse per le arti e la creatività. Con il termine “arti” intendo più discipline come l’illustrazione, la musica, il cinema, il teatro, la letteratura, la poesia. Non vuole essere una rivista per esperti, per addetti ai lavori. Ai collaboratori suggerisco di evitare i tecnicismi e il linguaggio auto riferito di settore. Il tentativo è di permettere a chiunque di aprire le pagine di Awand e capire di cosa stiamo parlando. 

Awand anno 2 n. 3, primavera 2022
(courtesy: Awand)

Grandissima attenzione è data alla cultura visiva e all’illustrazione. I tre primi numeri contengono interviste e portfolio di nomi incredibili. Si parte da Guido Scarabottolo, si passa per Igort e Ilaria Urbinati e si giunge nel terzo numero a Gabriella Giandelli, incantatrice di serpenti che lascia l’osservatore con gli occhi spalancati e il cuore immobile. Ci vuoi raccontare perché hai scelto questi primi autori?

Il disegno oltre a distinguersi fra quello bello e quello meno bello, cosa che interessa relativamente, per me deve essere capace di contenere mondi. Ci sono disegni che sono solo superficie. Ci sono tanti disegnatori che vanno molto di moda e che per me fanno carta da parati. Sono gradevoli, ma non c’è nulla sotto. Dietro alle tavole di questi illustratori, invece, c’è un universo, c’è un racconto, ci sono tante sensazioni. Igort, Gabriella e Guido sono degli artisti che hanno la capacità di farti vivere un’esperienza e lo fanno con una tensione e un lirismo eccezionali. Sono i maestri di oggi.

Awand è anche un omaggio alla fotografia con nomi come Ferdinando Scianna e il direttore della fotografia Luca Bigazzi. Che rapporto hai con questo medium?

A parte Scianna — abbiamo saputo solo in un secondo momento che stava preparando una mostra a Palazzo Reale di Milano — i tre numeri ospitano fotografi che sono ancora da scoprire e far scoprire. A eccezione di Carmelo Eramo, di cui ho voluto mostrare il lavoro che conoscevo già bene e che secondo me è sottovalutato, gli altri nomi sono stati una scoperta anche per me. Sto parlando di Chiara Fossati, giovane fotografa che da qualche anno è entrata nel collettivo Cesura, e di Guido Mencari che mi ha fatto conoscere una fotografia di scena a cui non ero abituato. Io conoscevo quella storica in b/n dell’Elfo o del Piccolo e invece mi sono reso conto che c’è una fotografia più contemporanea che lui interpreta in modo eccellente. Sono stati portfolio di ricerca. 

Awand anno 2 n. 3, primavera 2022
(courtesy: Awand)
Awand anno 2 n. 3, primavera 2022
(courtesy: Awand)

In Awand c’è spazio anche per la musica, la letteratura, la poesia. Come direttore, quale linea scegli di seguire? Ci faresti l’identikit degli autori ai quali decidi di dare voce?

I nomi vengono fuori dal confronto con i collaboratori, soprattutto per gli ambiti che frequento meno mi fido molto di loro. Io metto sul tavolo alcune proposte, ma è grazie a loro che anche io sto scoprendo autrici e autori che conoscevo poco o per nulla. Spero sia così anche per i lettori.
Fare domande serve a sapere quello che non sappiamo già, che è il contrario di quello che si fa abitualmente sui social, dove il più delle volte vogliamo e cerchiamo solo conferme delle nostre convinzioni. Anche in questo abbiamo uno spirito poco contemporaneo. Siamo curiosi, innamorati di un’arte che non risponde solo al mercato, ci piace la carta… Awand ha indubbiamente una indole romantica.

Ci si può abbonare ad Awand sul sito awand.org, dove è possibile anche acquistare i singoli numeri.
Qui la lista delle librerie in cui trovare la rivista.

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