One Last Danzón: i tradizionali locali da ballo messicani in un progetto fotografico di Chiara Bonetti

«Chi non è mai stato al Salón Los Angeles, non conosce davvero il Messico». Così hanno detto, un giorno, alla fotografa italiana Chiara Bonetti. Era il gennaio 2020 e Chiara era a Città del Messico per un altro lavoro. All’epoca non sapeva ancora nulla del Danzón, una danza di origine cubana che mette insieme ritmi cubani, africani ed europei e che da decenni è si è insinuata nella cultura messicana fino a diventare più popolare tra le piste da ballo di Città del Messico che in quelle de L’Havana.

Il Salón Los Angeles è uno dei templi del Danzón, e lo è dal 1937, quando quello che era un magazzino per camion e sacchi di carbone venne trasformato in locale da ballo. Il nome venne scelto in omaggio alla chiesa lì vicino, consacrata alla Nuestra Señora de los Ángeles. Da allora tra quelle mura si è ballato sempre, a dispetto di tutto ciò che accadeva fuori dalle porte della sala da ballo, dove negli anni sono entrate fior di artisti, troupe cinematografiche e personaggi come Gabriel García Márquez, Frida Kahlo e Che Guevara.

La hall del Salón Los Angeles
(foto e courtesy: Chiara Bonetti)

Quando una sua amica la portò lì, Chiara rimase a bocca aperta: «Passando attraverso un ingresso senza pretese, mi sono ritrovata in una vivace sala da ballo rosa con pavimenti a scacchi bianchi e neri, e mi sono sentita come se fossi tornata indietro nel tempo» racconta. Da quel primo passo, la giovane fotografa si innamorata della scena messicana del Danzón ed è ritornata più volte a fotografare i luoghi e le persone.
Il suo “viaggio nel tempo” è ora diventato un libro, One Last Danzón, che si può acquistare online.

Per saperne di più ho intervistato l’artista.


Ti va di raccontarmi un po’ di te?

Sono una fotografa italiana che lavora a Berlino dal 2012 circa. Sono partita per la Germania subito dopo essermi laureata, nel 2010, in Comunicazione e design allo IUAV di San Marino.
Sono autodidatta, e ho iniziato il mio percorso fotografico proprio a Berlino: mentre cercavo un’alternativa al classico noioso corso di lingua, ho deciso di mettermi alla prova prendendo parte ad un corso di sviluppo di foto bianco e nero in tedesco. Pian piano ho conosciuto amici fotografi e ho deciso di provare a buttarmi totalmente in questo settore.
Nel 2011 ho fatto da assistente per la prima volta il duo di fotografi Nick and Chloé, viaggiando con loro per una settimana sulla costa ovest dell’Irlanda.

Pachuco Reyes
(foto e courtesy: Chiara Bonetti)
(foto e courtesy: Chiara Bonetti)

Com’è andata?

È stata un’esperienza per me forte e significativa poiché non ero mai stata su di un set, prima, e ovviamente ero impacciatissima. Ma poiché sono una persona estremamente pratica e mi so adattare in fretta, ho legato molto con i due fotografi, che sono diventati i miei mentori.
A partire da questo momento, infatti, è iniziato un lungo rapporto lavorativo che si è ben presto trasformato in solida amicizia e collaborazione.
In seguito, nel 2012, ho deciso di studiare illuminazione fotografica per alcuni mesi a Madrid, presso l’istituto EFTI, per poi tornare in Germania e cominciare a lavorare come assistente per vari fotografi.
Grazie al lavoro di quegli anni ho potuto sviluppare la tecnica e mettere a fuoco più da vicino le possibilità concrete.

Come ti sei avvicinata alla fotografia di ritrattistica e documentaristica?

La mia passione è sempre stata il genere documentario, anche se ho iniziato a muovere i miei primi passi lavorando nel campo commerciale della moda, lavorando con Escada, Liu Jo ed altri piccoli/medi brand, magazine e designer locali.
I ritratti e le ambientazioni di Jamie Hawkesworth e Pieter Hugo, insieme ai personaggi strabilianti di Diane Arbus, sono stati sempre un modello a cui guardare.
Ultimamente, soprattutto dopo la pubblicazione di One last Danzón, sto cercando di dare più spazio a progetti personali e lavorare a progetti a lungo termine, poiché voglio trovare un nuovo equilibrio tra i lavori commissionati e non.

Gloria e Omar al Salón Los Angeles
(foto e courtesy: Chiara Bonetti)

Parliamo di One last Danzón. Com’è nato?

È nato tutto molto spontaneamente mentre ero in viaggio in Messico, a gennaio 2020, per via di un altro lavoro: dovevo documentare una mostra e le opere dell’artista messicana Beatriz Morales.
Finito il mio incarico, ho deciso infatti di fermarmi più a lungo per visitare la mia amica Karina a Città del Messico, grazie alla quale ho appunto scoperto il Salón Los Angeles.
Era una domenica pomeriggio assolata e, in seguito alle mie frequenti implorazioni per andare a ballare in un club, la mia amica mi ha proposto di provare a fare un giro in una storica sala da ballo aperta solamente il pomeriggio da circa 80 anni.

Quindi siete andate lì a ballare?

Non avevo la minima idea di cosa fosse il Danzón e nemmeno di come si ballasse un ballo di coppia. Appena entrata in questa sala, però, ho sentito una sensazione davvero familiare e accogliente: l’energia sprigionata dal ballo, gli eccentrici outfit delle persone, la gentilezza e le loro storie di vita vissuta hanno catturato immediatamente la mia curiosità.
Seppure l’età media era piuttosto avanzata, c’era un energia esplosiva che non avevo mai visto nemmeno nei club berlinesi!
Ho quindi deciso di frequentare la scena musicale del Danzón il più possibile per circa una decina di giorni, e ho iniziato a visitare diverse sale da ballo, facendo velocemente conoscenza con alcuni ospiti chiave della scena.
In tutto ho visitato tre sale da ballo: il Los Angeles, il California ed il Romo.
Il mio piano, inizialmente, era ritornare i primi di marzo per continuare la ricerca in una maniera più sistematica ed organizzata, ma ovviamente non è stato possibile.

Billy al guardaroba del Salón Los Angeles
(foto e courtesy: Chiara Bonetti)
(foto e courtesy: Chiara Bonetti)

Per la pandemia?

Sì. E quando sono venuta a sapere che, proprio a causa della pandemia, i club che avevo visitato stavano affrontando una crisi enorme e rischiavano di chiudere per sempre, ho deciso di creare un qualcosa che potesse servire come aiuto.
Ho quindi raccolto il materiale che avevo a disposizione e pubblicato questo libro, i cui guadagni saranno interamente devoluti al Salón Los Angeles.

Non è così usuale fotografare persone anziane in contesti di divertimento.

Mi interessa da sempre l’effetto del tempo sulle persone, il tempo che passa e i corpi che cambiano. Questo è probabilmente il motivo per cui mi piace così tanto fotografare gli anziani. Mi interessano anche la vita urbana, le acconciature e gli outfit creativi, il glamour, i colori e le emozioni.
A posteriori posso dire che forse aspettavo da tutta la vita una storia come quella dei saloni di danza messicani!
Ho sempre desiderato scattare anziani sotto una luce positiva, in un ambiente divertente, ma fino a poco prima di questo progetto avevo sempre incontrato grossi ostacoli, soprattutto a fotografare donne anziane. Solitamente mi allontanavano sbrigativamente con un «io sono brutta e vecchia. Fotografa qualcun altro».
Nelle sale da ballo in Messico, invece, l’approccio è stato facilitato dalla danza e dalla sua energia contagiosa. Queste persone erano pronte a farsi vedere, a esporre il loro talento e, soprattutto, hanno visto la fotografia come una celebrazione del loro momento, senza essere distratti dalla pesantezza di possibili giudizi sulla fisicità o sull’età. Qui, in questi spazi protetti, i miei soggetti erano più liberi, più aperti a farsi vedere così come sono.
Per me questo è stato un progetto-chiave e credo che continuerò in qualche modo a lavorare con loro.

Doña Nieto, proprietaria del Salón Los Angeles
(foto e courtesy: Chiara Bonetti)
Pachuco Forever, Salón Los Angeles
(foto e courtesy: Chiara Bonetti)

Quando hai deciso di tradurre il progetto in un libro?

Al libro ci sono arrivata, appunto, dopo quasi un anno, ed è nato perché ho sentito il bisogno di dare il mio contributo.
In piena pandemia, grazie a Facebook, ho ristabilito il contatto con la maggior parte dei personaggi che ho scattato, e vedendoli tristi per un futuro così incerto (molti di loro sono over 80 e mi hanno confessato di non sapere se arriveranno a ballare in questi saloni ancora una volta) ho pensato che raccontare la loro comunità attraverso la fotografia e cercare di portare alla luce le loro piccole storie e il loro entusiasmo potesse aiutare.
A mio avviso questi spazi sono preziosi non solo per la comunità stessa che ruota loro attorno ma, più in generale, possono essere un esempio concreto e contagioso di “joie de vivre”.
Questi edifici, in cui il tempo sembra avere perso la sua importanza, o perlomeno sua accezione prettamente negativa, sono un’eredità significativa. Ci servono a ricordare l’importanza del convivere, del mantenere vive le passioni, del rituale della danza come sano momento sociale che aiuta anche a mantenere un ruolo attivo nella società.

Come hai lavorato al libro?

È stato un processo abbastanza tortuoso, per me, pieno di alti e bassi. Era la prima volta che lavoravo a un progetto dall’inizio alla fine: dallo scatto alla produzione e alla vendita. È una strada davvero lunga.
Per fortuna, poco prima di terminare il libro ho conosciuto una bravissima designer di libri di artista, Claudia de la Torre, che mi ha davvero aiutato molto a vedere il libro con occhi nuovi.
Il mio obiettivo era trovare un compromesso per produrre un oggetto che potesse raccontare un po’ l’atmosfera di questi nostalgici luoghi, che contenesse piccole interviste, e flyer che avevo collezionato durante le serate, il tutto in un tono giocoso.
Ho deciso sin dall’inizio di separare testo e fotografie, poiché volevo lasciare al lettore più spazio per immaginare i personaggi. Da lì deriva l’idea di utilizzare la cover come elemento doppio: è un poster che avvolge il libro, ispirato ai flyer dal sapore pacchiano tipici delle serate di Danzón, ma è anche un contenitore per le interviste.
Infine ho prodotto degli sticker dei personaggi che ho fotografato. Si possono utilizzare per personalizzare la cover e sono semplicemente la mia interpretazione ironica dei protagonisti, visti come se fossero le star della serata annunciate sui poster dei locali.


One Last Danzón si può acquistare qui.
Chiara Bonetti si può seguire sul suo sito e sul suo account Instagram.

(foto e courtesy: Chiara Bonetti)
(foto e courtesy: Chiara Bonetti)
(foto e courtesy: Chiara Bonetti)
(foto e courtesy: Chiara Bonetti)
(foto e courtesy: Chiara Bonetti)
(foto e courtesy: Chiara Bonetti)
(foto e courtesy: Chiara Bonetti)
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