Pressing Matters. Dieci numeri e un effetto collaterale: la voglia di mettersi subito a stampare

La mia famiglia — credo di averlo raccontato più volte — si è occupata per tanto tempo di agricoltura. Mio nonno negli anni ’70 fondò una fabbrica di macchine agricole (che poi è finita in malora, ma questa è un’altra storia) e in quella fabbrica io andavo spesso. Nell’ufficio di mio padre — l’arredamento color champagne, il divano come Don Draper, le cartine geografiche coi segnaposto magnetici — c’era un tavolino pieno di riviste e quelle riviste erano ovviamente piene di trattori, aratri, seminatrici, erpici e un’infinità di agricoltori al lavoro, con le loro tute, le loro camicie, i loro cappellini coi marchi delle aziende. Le riviste “di settore” — che vivono in un mondo parallelo e separato rispetto a quello dell’editoria periodica da edicola — erano e in larga parte sono ancora così.

Perché racconto questo? Perché solo ora, dopo dieci numeri, mi è saltato all’occhio un aspetto della rivista Pressing Matters che non avevo ancora notato: la quantità di grembiuli macchiati e di tute da lavoro consumate. Non dico che ce ne siano in ogni pagina ma poco ci manca. Nessun magazine indipendente che io conosca ha una così alta concentrazione di gente che — con le maniche arrotolate e le mani sporche — sta facendo qualcosa, ha appena finito di farla o non vede l’ora di ricominciare appena sbrigata l’incombenza di farsi fotografare.

(courtesy: Pressing Matters)

Pressing Matters è dunque una rivista di settore? Ni. Nata nel 2017 dall’idea del designer britannico John Coe, da allora si occupa delle arti della stampa, dedicando ogni numero a tipografi e artisti che si occupano di letterpress, serigrafia, risografia, collografia, xilografia, litografia, acquaforte, attraverso interviste, visite in studio e approfondimenti sulle storia e sulle tecniche.
Quindi sì, trattandosi di una rivista per stampatori, questo la collocherebbe tra i magazine di settore. Eppure, nonostante tutti quei grembiuli, i primissimi piani sui pennelli inzaccherati di colore, sugli ingranaggi delle macchine, sulle racle nell’atto di muoversi sui telai, non c’è niente in Pressing Matters che respinga il non addetto ai lavori, il “babbano”. Anzi. Sfido chiunque si sia tuffato tra le pagine di uno a caso dei dieci numeri usciti finora a non riemergerne con una gran voglia di mettersi a stampare seduta stante: un effetto collaterale che i magazine sugli aratri, sull’edilizia o sul packaging di solito non danno.

Arrivato, come già detto, al n.10 — che si acquista online —, Pressing Matters ha già superato ampiamente l’implacabile muro sul quale sbattono i denti molti progetti editoriali indipendenti, costretti a chiudere dopo poche uscite soprattutto per via dei costi insostenibili, della difficoltà di raggiungere il proprio pubblico potenziale o — talvolta capita anche questo — dell’improvvisa consapevolezza di essere tutto sommato irrilevanti. Coe e la sua squadra vanno avanti spediti, riescono a coinvolgere gli addetti ai lavori ma anche i semplici appassionati, trasudano entusiasmo da ogni riga di testo e da ogni immagine pubblicata, hanno lettori in tutto il mondo e in tutto il mondo vanno a cercare stampatori e artisti. Pure in Italia: se nello scorso numero c’era Elisa Talentino, in questo spicca, tra gli ospiti, il collettivo Libri Finti Clandestini.

(courtesy: Pressing Matters)
(courtesy: Pressing Matters)
(courtesy: Pressing Matters)
(courtesy: Pressing Matters)
(courtesy: Pressing Matters)
(courtesy: Pressing Matters)
(courtesy: Pressing Matters)
(courtesy: Pressing Matters)
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