Escher piace a tutti, pure ai bambini e ai nonni. Escher piace ai truzzi e ai supernerd, piace a quelli che vanno alle mostre-evento perché “ne parlano tutti”, piace agli adolescenti che ne appendono un poster in stanza e poi lo fissano quando sono fumati.

Escher piace a tutti perché — un po’ come Dalì — è facile, è iper-tecnico ma è anche “strano”, strano in maniera rassicurante, non tanto da turbare davvero, da mettere in crisi la tua idea profonda di mondo, ma abbastanza da poter abusare dell’espressione “sembra uscito da un quadro di Escher”.

M. C. Escher, “Tree”, 1926
(fonte: digitalcommonwealth.org)

Ma l’apparenza, come lo stesso Escher insegna, inganna. «Il nostro spazio tridimensionale è l’unica realtà che conosciamo. Il bidimensionale è fittizio esattamente quanto il quadrimensionale, poiché nulla è piatto, neppure lo specchio più finemente levigato. Eppure ci conformiamo alla convenzione che una parete o un pezzo di carta siano piani e curiosamente continuiamo, come abbiamo fatto da tempo immemorabile, a riprodurre immagini spaziali illusorie su superfici piane di questo tipo. Certo, è un po’ assurdo, dopo aver tracciato qualche linea, sostenere: “E una casa”», scriveva l’artista olandese.

Alla medesima maniera, è altrettanto assurdo, dopo aver visto qualche opera, sostenere “Escher è semplice”. È diretto, sì. È preciso, pure. È evidente, anche. Ma solo in superficie, perché poi, scavando scavando, si arriva ai più complessi concetti di logica e di matematica, si arriva persino allo Zen, o perlomeno questo sostiene il premio Pulitzer Douglas R. Hofstadter, autore di uno dei più famosi e importanti saggi di divulgazione scientifica del ‘900, Gödel, Escher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante, uscito nel ’79 e dedicato all’intelligenza artificiale e al tentativo di spiegare come dalla materia inanimata possano uscire esseri dotati di coscienza. (Come da titolo, Escher è uno dei protagonisti dell’opera, che consiglio vivamente ma che ammetto di non essere riuscito a finire, rimanendo “incastrato” in esercizi al di là della mia portata).

A prescindere dunque da quante volte abbiamo già visto le sue opere, a prescindere dai poster che abbiamo appiccicato in cameretta e fissato quand’eravamo strafatti, a prescindere dai “livelli” di complessità che riusciamo a percepire, vale comunque la pena andare a ripescare le tavole di Maurits Cornelis Escher, possibilmente andando a indugiare anche sui più piccoli dettagli, che è ciò che permettono di fare le versioni digitalizzate recentemente messe online dalla Boston Public Library.

Si tratta di 87 opere, realizzate tra il 1921 e il 1966, risalenti quindi ai vari periodi della vita di Escher, dai primissimi lavori al Grand Tour in Italia, dai disegni più “grafici” alle illusioni ottiche.
Ciascuna tavola si può inoltre zoomare fino a vedere il singolo tratto.

M. C. Escher, “Palm”, febbraio 1933
(fonte: digitalcommonwealth.org)

M. C. Escher, “Three spheres II”, aprile 1946
(fonte: digitalcommonwealth.org)

M. C. Escher, “Devils, vignette”, 1950
(fonte: digitalcommonwealth.org)

M. C. Escher, “Puddle”, febbraio 1952
(fonte: digitalcommonwealth.org)

M. C. Escher, “Dragon”, marzo 1952
(fonte: digitalcommonwealth.org)

M. C. Escher, “Relativity”, luglio 1953
(fonte: digitalcommonwealth.org)

M. C. Escher, “Bond of union”, aprile 1956
(fonte: digitalcommonwealth.org)

M. C. Escher, “Plane filling II”, luglio 1957
(fonte: digitalcommonwealth.org)

M. C. Escher, “Ascending and descending”, marzo 1960
(fonte: digitalcommonwealth.org)

M. C. Escher, “Möbius strip II (red ants)”, febbraio 1963
(fonte: digitalcommonwealth.org)

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