Nato nel 2012 dall’idea di Officina Tipografica Novepunti, associazione culturale e stamperia di base a Cesano Boscone (MI), Letterpress Workers è un raduno internazionale di tipografi che per qualche giorno, ogni anno, mette assieme alcuni tra i migliori professionisti della stampa letterpress a livello mondiale, in una sorta di grande “residenza d’artista” in cui gli stampatori lavorano, collaborano, tengono workshop, bevono (molto, come vedremo) e ballano, il tutto aperto al pubblico.

Giunto alla sua sesta edizione, che si terrà a Milano presso il Leoncavallo S.P.A. (dove S.P.A. sta per Spazio Pubblico Autogestito) dal 28 giugno al 2 luglio 2017, il “summit”, al grido di Print Me Baby One More Type, ruoterà attorno a un tema — ce n’è uno diverso ogni anno — e tale tema, che rappresenta perfettamente il cosiddetto zeitgeist, lo spirito del tempo, è Resist.

Saranno 40 i designer protagonisti, provenienti da Belgio, Germania, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna, Francia, Finlandia, Danimarca, Stati Uniti, Brasile, Slovenia, Svezia e ovviamente Italia.
In rappresentanza del panorama italiano, oltre a Officina Tipografica Novepunti, ci saranno
Serileo, Marco Brunello, Libri finti clandestini, Lucio Passerini, &type, Arianna del Ministro, Paolo Celotto, Paolo Cabrini e Paula Dal Mas, Nino Triolo e Mathieu David.

Per saperne di più su passato, presente e futuro di Letterpress Workers, abbiano intervistato i tre ideatori, Andrea Puppa, Claudio Madella e Fabrizio Radaelli, che vediamo qua sotto anche nei loro tre autoritratti tipog(gif)rafici.

* * *

Andrea Puppa

Claudio Madella

Fabrizio Radaelli

Letterpress Workers è nato nel 2012. Qual è stata la scintilla che ha fatto “deflagrare” l’idea?

Andrea
La scintilla è stata la voglia. Una gran voglia di stampare, di vedere il lavoro di altri stampatori, di confrontare tecniche e idee, caratteri e macchine tanto uguali quanto diversi tra loro. Per poi, alla fine, continuare a stampare ancora e ancora.
Officina Novepunti è stata una delle prime realtà italiane di giovani (o abbastanza giovani) a riscoprire il letterpress, a intercettare macchine e caratteri che spesso e volentieri erano diretti alle discariche. Una volta che l’officina è andata a regime, è venuto quasi naturale confrontarsi con altre realtà, e in questo senso il panorama europeo ci è sembrato immediatamente offrire un contesto molto stimolante.
La cosa straordinaria, a quel punto, è stata la risposta che abbiamo avuto, dal Belgio alla Spagna, dall’Inghilterra all’Olanda — passando, non sappiamo neanche bene come e perché, per Messico e Argentina — abbiamo avuto una risposta incredibile in termini di adesioni e entusiasmo.
Nessuno sapeva esattamente cosa stavamo facendo, noi per primi, ma tutti in qualche modo hanno creduto ciecamente a questo progetto quasi da subito.

(courtesy: Letterpress Workers)

Perché la scelta del Leoncavallo?

Claudio
Le prime due edizioni le abbiamo tenute all’Archivio Sacchi, nel 2012, e a Macao, nel 2013. Nel frattempo il numero di partecipanti è aumentato e quindi è stato necessario guardarsi intorno alla ricerca di una nuova e stabile soluzione.
Durante una chiacchierata con alcuni compagni della Serigrafia del Leoncavallo uscì l’ipotesi di portare l’evento lì. Questo non solo, e non tanto, per questioni logistiche (altrimenti un posto vale l’altro) ma per una notevole affinità di vedute fra il progetto LPW e il centro sociale, in primis quella di lavorare secondo i principi dell’autogestione. Motivo per cui, nel corso degli anni, alcuni fra i partecipanti hanno iniziato a collaborare all’organizzazione insieme ad amici che, entusiasti della cosa, hanno iniziato ad aiutarci.

(courtesy: Letterpress Workers)

Le prime edizioni di ogni festival, seppur imperfette, diventano poi leggendarie col passare degli anni. Qualche aneddoto su Letterpress Workers #1?

Andrea
Sarà per i soggetti coinvolti, ma di aneddoti sul Letterpress Workers se ne potrebbero raccontare non solo legati alla prima edizione. Alcuni sono davvero trash, la maggior parte legati ai fiumi di alcol che venivano consumati nelle sessioni di stampa (mattina, pomeriggio, sera non faceva differenza), oppure alle condizioni improbabili in cui accoglievamo i nostri ospiti di volta in volta.
Mi viene in mente quando abbiamo dovuto recuperare una lastra dal marmista del cimitero di sesto, per permettere a John di mostrarci i segreti dell’arte dell’incisione su pietra. O quando Olof ci ha invitato a condividere la sua colazione a base di aringa affumicata e Brennivín…
Con un po’ di romanticismo, però, mi piace qui ricordare quella sera — era forse la seconda o la terza del primo letterpress — in cui dopo aver mangiato, e discretamente bevuto, venuto il momento di salutarsi e accovacciarsi ognuno nel comodo giaciglio improvvisato sul pavimento dell’Archivio Sacchi, ci siamo guardati tutti, e senza bisogno di dire una parola, nella penombra delle luci di emergenza della sala attrezzata con i tirabozze, ci siamo messi di nuovo a stampare, dopo che l’avevamo fatto tutto il giorno, credo per dodici ore ininterrottamente: una passione, un divertimento, un piacere comune. Si è capito abbastanza presto che ci saremmo affezionati tutti a Letterpress Workers.

(courtesy: Letterpress Workers)

Come avete fatto a riunire realtà così importanti di tutto il mondo e a diventare uno degli eventi più rilevanti del settore?

Fabrizio
Per quanto riguarda le prime edizioni, direi soprattutto con molta pazienza. Abbiamo perlustrato per mesi il web, cercando di identificare e in seguito contattare i tipografi che ci sembravano più interessanti. Alcuni erano nostre scoperte, altri ci erano stati consigliati da esperti del panorama italiano, come Lucio Passerini, che in quel periodo stavano aiutando Officina Novepunti a organizzarsi e crescere.
Proprio perlustrando sul web il ricco ma, almeno ai tempi, sfuggente mondo del letterpress, ci siamo accorti di quanto ogni tipografo sembrasse costituire un’isola a sé stante: c’erano alcuni gruppi Flickr e alcuni siti dedicati, ma il più delle volte il tutto aveva dei contorni più vicini all’hobbistica arts & craft, tipo gruppi devoti al decoupage o alla creazione di candele, per capirsi, piuttosto che veri network professionali.
Abbiamo quindi deciso di inviare alcune decine di mail ai soggetti che ci sarebbe più piaciuto conoscere, cercando come meglio potevamo di spiegare il nostro pazzo progetto. Alla prima call risposero in otto, e ancora ricordo l’enorme orgoglio e incredulità nel sapere che qualcuno, in giro per l’Europa, ci aveva dato tanta fiducia da decidere di venire a Milano per partecipare al nostro laboratorio.
Dalla successiva edizione, invece, le cose si sono fatte più semplici: potevamo contare su un’esperienza pregressa da mostrare, su un certo passaparola che già iniziava a diffondersi nell’ambiente, e sull’attività di Officina Novepunti che, durante l’anno, faceva da cassa di risonanza al tutto.

(courtesy: Letterpress Workers)

Dal 2012 a oggi si parla molto di più di tipografia e stampa artigianale, anche in ambiti non strettamente relativi alla grafica e alla stampa. Secondo voi perché? È una cosa positiva?

Fabrizio
Sicuramente è un dato di fatto che tipografia, letterpress e calligrafia abbiano riacquistato una certa centralità nell’elaborazione di artefatti visivi destinati alla pubblicità e più in generale alla comunicazione. D’altronde, sopratutto la pubblicità contemporanea, ci ha ormai abituato al rimasticamento in senso commerciale di tendenze nate nel campo della ricerca visiva e artistica.
Personalmente penso che, al di là di giudizi sul singolo episodio, la cosa sia sicuramente positiva. È bene ricordare che uno dei nostri obiettivi, come associazione culturale, è da sempre la maggiore diffusione possibile di un’attenzione verso l’importanza del carattere tipografico e della sua resa attraverso tecnologie analogiche, quindi ben venga l’utilizzo di queste tecniche in qualsiasi contesto.
La strada però è ancora lunga, avvertiamo ancora un forte gap tra quello che avviene negli ambienti degli addetti ai lavori e quello che tutti i giorni vediamo per le strade nelle nostre città, negli uffici postali o nelle stazioni ferroviarie, dove la tipografia e la grafica in generale viene spesso brutalizzata, senza capire quanto questa disattenzione comunichi essa stessa qualcosa circa i servizi o i prodotti di cui parla, e non certo in senso positivo.

(courtesy: Letterpress Workers)

Quanto lavoro c’è dietro ad ogni edizione di LPW?

Claudio
Il lavoro è notevole ed è dispiegato su più fronti. Durante l’anno ci capita di ricevere richieste di partecipazione oppure di conoscere persone interessanti. Il primo passo è quindi quello di tirare fuori questi nomi, senza valutazioni di sorta, e inviare una call.
Poi partono varie attività che cerchiamo di far interagire fra loro e di renderle momenti di crescita e divertimento per noi.
La comunicazione online, come il sito o la pagina Facebook, deve lavorare insieme al programma e insieme ai partecipanti, per esempio.
Quella offline, da quest’anno veramente stampata in letterpress, funziona anche come momento di “empowerment”.
Esiste poi tutto un fronte logistico e di allestimento che comporta un grosso lavoro fisico (anche perché i materiali che spostiamo non sono leggeri) e di organizzazione.
Last but not least la realizzazione dell’annual, da quest’anno prodotto insieme a Lazy Dog, che vuol dire mettere insieme una sorta di piccola redazione e seguire tutte le fasi del processo, compresa la parte di stampa letterpress. Coordinando un bel gruppo di persone fra Italia, Olanda e Usa.

(courtesy: Letterpress Workers)

Ogni anno c’è un tema. Quello dell’edizione 2017 è Resist. L’input è stato Trump? Come si svilupperà il tema durante il raduno?

Claudio
Sì, in effetti il tema è partito proprio durante una discussione — fatta ad Amsterdam, durante una cena fra un gruppo di workers internazionali — su Trump e, più in generale, sull’avvento di nuove forme di fascismo . Ovviamente Resist può avere interpretazioni più ampie, anche legate al processo di stampa.
Di solito forniamo alcuni spunti di partenza via mail, a mo’ di ispirazione. Il primo giorno facciamo poi un veloce brainstorming e ci dividiamo in piccoli gruppi. Da lì in poi, massima libertà.

(courtesy: Letterpress Workers)

Progetti speciali di quest’anno (penso ad esempio alla bellissima pubblicazione Let’s Dance)?

Fabrizio
L’edizione di quest’anno si prospetta veramente intensa. LPW ha sempre cercato di coniugare l’offerta rivolta ai tipografi invitati, i veri protagonisti dell’iniziativa, con una serie di eventi e possibilità pensate per i visitatori esterni che, oltre a poter conoscere i professionisti internazionali e visitare i nostri spazi in grande libertà, vengono coinvolti attraverso workshop, seminari, proiezioni e, ovviamente, musica e festa.
Svariati laboratori, dunque, tenuti da alcuni dei migliori professionisti sulla piazza, esperimenti di stampa tipo-serigrafica, in cui le due tecniche dialogano nella produzione di una grafica su tessuto; prime esperienze di stampa per i più piccini, a cura di ABCD laboratorio di stampa, nostro partner…
Ma anche gli eventi serali saranno numerosi: dall’ormai famosa Pecha Kucha Night — una serie di presentazioni lampo della durata di 7 minuti durante i quali chiunque abbia un progetto valido può presentarlo al mondo —, a concerti e grigliate, per concludere con la fantastica Asta Internazionale, in cui ci si può aggiudicare oggetti e stampati unici, gentilmente offerti dai tipografi invitati.
E visto che hai parlato del volume Let’s Dance, è il caso di dire che quest’anno abbiamo fatto un ulteriore passo avanti anche per quanto riguarda la nostra produzione editoriale.
Il nuovo volume, in stampa in questi giorni, si intitola Fear e per la prima volta avrà una casa editrice che ne assicurerà la distribuzione, Lazy Dog Press, e un importante sponsor, Fedrigoni, che ha permesso l’utilizzo di carte veramente fantastiche.
Un altro gioiello, insomma, di cui siamo veramente contenti.

(courtesy: Letterpress Workers)

In una stanza ci sono 10 stampatori e una bottiglia di vodka. Di che parlano? Come finisce la serata?

Andrea
Non ho ancora mai incontrato uno stampatore astemio, Almeno non ai Letterpress Workers. La passione per la stampa è una sorta di fil rouge che può portare a mettere a sistema qualsiasi argomento in una conversazione: dalla musica, alla politica, alla storia, allo sport.
Non so bene di cosa si potrebbe finire a parlare, ma due cose sono certe: una bottiglia per dieci impressori non basterà mai, e proprio per questo difficilmente qualcuno dei presenti saprà raccontare come è andata a finire la serata!

Claudio
Parlano di tutto, pettegolezzi tipografici o massimi sistemi. Però, dopo una ventina di minuti, se ci sono le attrezzature, almeno la metà inizia a stampare. L’altra finisce la bottiglia.

Fabrizio
Mi immagino una serie di disquisizioni preliminari circa l’etichetta della bottiglia. Se sulla stessa ci fossero caratteri in cirillico, poi, il discorso si sposterebbe sicuramente sui differenti alfabeti e su come stamparli al meglio. Credo proprio che dopo ore di discussioni sempre più tecniche e appassionate ci si accorgerebbe, all’improvviso, di come nel frattempo la bottiglia si sia svuotata.

(courtesy: Letterpress Workers)

(courtesy: Letterpress Workers)

(courtesy: Letterpress Workers)

(courtesy: Letterpress Workers)

(courtesy: Letterpress Workers)

(courtesy: Letterpress Workers)

(courtesy: Letterpress Workers)

(courtesy: Letterpress Workers)