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The magCulture Boxset: una scatola di riviste indipendenti, in arrivo ogni tre mesi

Aspettare, o meglio dover aspettare ha perso il suo status di attività (più esattamente: inattività attiva) e guadagnato il rango di vera e propria malattia moderna, come lo sono diventate la vecchiaia, la bruttezza, la povertà. Una malattia da pezzenti, per giunta.
Fare la coda, stare in fila, attendere il proprio turno, stare all’angolino della strada il tempo che serve a qualcuno di arrivare o di finire di prepararsi è una patologia, agli occhi di molti, che va assolutamente curata.

E poco importano millenni di pensiero filosofico e capolavori della letteratura: il buddismo e la percezione/dilatazione del presente, l’accettazione e il dominio delle passioni degli stoici, Confucio e il cadavere del nemico da aspettare lungo il fiume, Penelope e Ulisse che sta fuori vent’anni, l’attesa tutta cristiana del Regno dei Cieli, che è “vicino” da 2000 anni o giù di lì, l’invenzione del purgatorio, sala d’attesa per eccellenza, e poi gli amori cortesi, quelli romantici, i romanzi vittoriani, ovviamente Godot che non arriva mai, Giovanni Drogo e i tartari — una bibliografia e una filmografia sull’attesa sarebbero sterminate, e questo dà da pensare: ci piace guardare le attese altrui ma siamo a disagio con le nostre?
(Rimando alla prossima lettura di questo libro la risposta a quest’interrogativo.)

Se l’ossessione per il tutto-e-subito ci accompagna fin dalla notte dei tempi, oggi tra biglietti elettronici, prenotazioni online, app salta-coda, tariffe salta-coda e raccomandazioni salta-coda, la percezione comune è che chi se lo può permettere — per censo, per cultura, per agganci — non aspetta, perché in una sorta di distorta tautologia il tempo di chi sa, di chi ha e di chi fa è il più prezioso di tutti (la timeline di più o meno chiunque, su Facebook, in tal senso è un’ottima spia: vedi gli status passivo-aggressivi di chi è costretto a stare in attesa o in coda negli uffici pubblici o dal medico).

L’attesa è però il momento in cui forse si legge di più. Il viaggio — l’attesa di un arrivo a destinazione — né è l’esempio più palese: in metro, in treno, in aereo, in ogni tipo di mezzo che non siamo noi a guidare.
Ma nella geografia dell’aspettare è la sala d’aspetto il luogo (o nonluogo, come sostiene l’antropologo francese Marc Augé) in cui c’è in assoluto più materiale da leggere e quello che quindi potenzialmente riserva più sorprese, anche quando si tratta di riviste di serie B, C o Z (perché non sai mai se tra le pagine di Cronaca Vera possa nascondersi l’input per una futura grande intuizione), ed è rassicurante vedere che nonostante ormai tutti stiano appiccicati agli schermi dei propri smartphone, le sale d’attesa non si siano ancora svuotate di giornali né la gente abbia smesso di sfogliarli.

Anzi, a quanto pare c’è tutto un mercato fatto di anticamere, foyer, negozi, locali e salette d’attesa da riempire di belle riviste. O almeno così sostiene Jeremy Leslie, uno dei massimi esperti mondiali di editoria indipendente e fondatore del sito magCulture, piattaforma che comprende anche un ben fornito negozio online di riviste.

Leslie, che da un po’ di tempo offriva ufficiosamente ad aziende e negozi un servizio di selezione e spedizione di magazine “d’ispirazione”, ora ha strutturato e ufficializzato l’iniziativa, che adesso si chiama The magCulture Boxset e viene proposta in abbonamento: ogni tre mesi si ricevono per posta cinque riviste tra le più interessanti in circolazione.

L’idea non è nuova: Stack svolge già da anni un’attività simile, ma il Boxset di magCulture è specificamente pensato per un’utenza commerciale e quindi appunto per locali, aziende, studi, ovunque ci sia una saletta in cui far aspettare i clienti o un luogo in cui i dipendenti vanno a rilassarsi e a fare due chiacchiere.

co-fondatore e direttore

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