Tra muri, bambini giganti e street art “legale”: intervista a Millo

Negli ultimi anni assistiamo ad un incremento nel numero dei graffiti che colorano le città: accanto a quelli illegali, sempre più numerosi sono gli spazi che comuni o altri enti pubblici affidano agli street artist. Alcuni parlano già di musei a cielo aperto facendo riferimento a quartieri — o parti di essi — quasi sempre popolari all’origine, divenuti mecca di pellegrinaggi per visitare angoli di arte di strada: il Quadraro a Roma, il quartiere Isola a Milano o Barriera a Torino, solo per citarne alcuni.
L’estero, in particolare l’Inghilterra in Europa e alcuni Stati oltreoceano, ci ha preceduti nella tendenza, mostrando quanto positivi potessero essere i feedback da parte della cittadinanza entusiasta.

Prolifera la forma espressiva e, contemporaneo, si solleva il dibattito tra chi vede all’interno della street art un plausibile ruolo sociale di riqualificazione delle aree urbane degradate e chi argomenta come l’arte di strada debba restare ancorata alla sua origine underground ed illegale; non manca chi polemizza sulla sua commercializzazione ad opera di brands, colpevole di ridurne il portato provocatorio e, infine, chi le batte la strada in vista di un’imminente conquista delle gallerie d’arte e, quindi, di una sua consacrazione nei canali ufficiali (qui il problema si fa complesso).

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Tutte queste diatribe mostrano come la street art sia un piano di indagine intricato ma anche come, al netto di tutto, abbia l’evidente pregio di restituire l’arte a una dimensione quotidiana, pratica e vivibile perché accessibile da chiunque.
Si parla a tal proposito di democratizzazione artistica, intesa tanto nei luoghi quanto nei codici.

Ho scambiato qualche chiacchiera con Millo, all’anagrafe Francesco Camillo Giorgino, uno dei nomi più noti e talentuosi del panorama urban art italiano e sono solo.
Finalità della breve intervista? Capire meglio la sua arte attraverso lui, o lui attraverso la sua arte, giusto perché in questo articolo tutto è una questione di punti di vista.

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Ciao Francesco, come ti vedi in questo momento?

Come un animale selvatico della foresta.

Mi racconti il tuo background? Quando e come hai iniziato a dipingere?

Da che ho memoria ho sempre disegnato. Ho frequentato il liceo scientifico e, in seguito, mi sono laureato in architettura ma ho lavorato poco con la mia laurea perché a un certo punto della vita mi è stato impossibile ignorare la mia passione ed ho deciso di dedicarmi completamente ad essa.

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Si ritiene che la street art sia in un rapporto di filiazione con la cultura underground, in particolare con la subcultura legata al rap, ai graffiti writing, alle tag e agli skate. Tu frequentavi questi ambienti?

In questo sono un po’ borderline: non ho mai frequentato il mondo rap o dei graffiti, ho sempre disegnato per me e per pochi altri che assistevano alle mie creazioni scolastiche durante le ore di lezione.
Fino a diciotto anni vivevo in un piccolo paese del sud, come potrai immaginare era molto difficile respirare da lì il fermento che in altre nazioni si era sviluppato intorno a queste culture alternative.

Sono pochissimi i pezzi illegali che ho realizzato, non credo di superare i tre

Il tuo primo murales?

Se non erro lo feci a Pescara, correva l’anno 2008 e, se non ricordo male, era una serranda e non un vero e proprio muro. Nella mia carriera sono pochissimi i pezzi illegali che ho realizzato, non credo di superarne i tre.

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Come mai hai scelto di fare arte di strada?

La passione per il disegno mi ha sempre spinto a cercare nuovi supporti su cui dare sfogo alle mie idee, il passaggio dalla carta alla strada è avvenuto per caso ed è stato folgorante.
Ad oggi coltivo ancora entrambe le cose, anche se nell’ultimo periodo la realizzazione dei muri ha rubato molto tempo alle tele.

Non traccio bozzetti, mi annoierei moltissimo a ricalcare due volte il lavoro. Al massimo quando il muro è molto grande cerco di posizionare il personaggio per poi partire a mano libera

Cosa usi per dipingere e quali tecniche?

Solitamente utilizzo vernici per esterni al quarzo e pennelli.
Non traccio bozzetti, al massimo quando il muro da realizzare è molto grande, con una pertica dal mio cestello, cerco di posizionare il personaggio per poi partire a mano libera. Non amo creare bozzetti, mi annoierei moltissimo a ricalcare due volte il lavoro.

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Da dove nascono le storie che, disegnando, racconti?

Non è qualcosa che riesco a spiegare bene a parole: ho notato negli anni come ogni cosa che vivo finisca inevitabilmente per influenzarmi, sia essa una notizia del telegiornale o una sedia abbandonata ad un cassonetto.
Non c’è qualcosa che mi ispiri particolarmente o che abbia un peso maggiore rispetto alle altre, c’è di sicuro questo assorbire continuo e costante in quello che poi realizzo, è come se fossi una spugna.
I miei personaggi, le loro storie, le mie città ed i loro spazi, non sono altro che le cose che vivo, e che in maniera più trasversale viviamo tutti. A ispirarmi è proprio la vita di tutti i giorni.

Le città contemporanee hanno la capacità di colonizzare indifferentemente ogni centimetro quadrato della nostra terra, trasformando e cancellando ogni cosa, spesso anche la memoria e le emozioni delle persone

Mi spieghi la scelta dei bambini e delle città come sottofondo in cui i bambini si muovono?

Le città contemporanee hanno la capacità di colonizzare indifferentemente ogni centimetro quadrato della nostra terra trasformando e cancellando ogni cosa, spesso anche la memoria e le emozioni delle persone. Forse è per questo che amo rappresentarle. Utilizzo volontariamente il plurale perché la mia non è una sola città ma vorrebbe essere un po’ tutte le città del mondo in cui ognuno di noi è capace di riconoscersi, come d’altronde anche i miei personaggi.
Le mie opere hanno una lettura stratificata: nel background c’è il caos della metropoli con le sue strade, i palazzi, le macchine e le pubblicità, e in primo piano, fuori scala e un po’ goffi, ci sono i miei personaggi sempre intenti a fare qualcosa: c’è chi come te li vede come enormi bambini e chi invece come giganteschi alieni.
Loro per me sono un tramite, un medium con cui riesco a far trasparire il sentimento di tutto il lavoro.
Non posso negarti che tra le due interpretazioni io preferisca quella che li vede come bambini, mi piace che lo spettatore veda in loro qualcosa di puro, non intaccato dal logorio del mondo circostante.

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In che modo le tue opere dialogano con il tessuto urbano? Che messaggi vorresti veicolare attraverso i tuoi lavori?

Solitamente decido cosa realizzare solo dopo aver studiato attentamente dove si troverà l’opera all’interno della città e su che tipo di superficie dovrò realizzarla: adatto sempre il mio disegno al luogo e cerco anche di sfruttare a mio vantaggio la superficie.
I miei lavori non sono portatori di un messaggio unitario. Anche se i soggetti possono sembrare sempre gli stessi, ogni lavoro per me ha un messaggio differente.

Decido cosa realizzare solo dopo aver studiato attentamente dove si troverà l’opera all’interno della città e su che tipo di superficie dovrò realizzarla

Cosa hai per la testa quando dipingi? Ascolti musica?

Quando dipingo sono in uno stato di trance inspiegabile, più volte mi è capitato di non rispondere se interpellato. Solitamente quando lavoro all’aperto non ascolto musica mentre in studio ho una buona selezione anni novanta e non.

Hai esposto in moltissime città, in quale sei stato più felice di lasciare un’impronta?

Lo scorso anno sono risultato vincitore di un progetto di riqualificazione urbana, B.art, indetto dal comune di Torino. Ho realizzato nel quartiere Barriera tredici facciate murarie. È stata una bellissima esperienza, un lavoro colossale e stimolante da realizzare e sono stato davvero felice di lasciare un pezzo importante di me tra quelle strade.

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C’è un tuo dipinto al quale sei particolarmente affezionato?

Non sono legato ad un pezzo in particolare, ogni singolo lavoro rispecchia una parte della mia vita, mi è impossibile scegliere.

Secondo te perché è così apprezzata la street art? Pensi stia contribuendo a cambiare qualcosa?

Di certo i murales modificano lo spazio urbano e il modo in cui la gente percepisce quelle parti della città. Chi fa street art lo fa anche per migliorare, rendere più interessante e vivo uno spazio che prima non lo era.
Del resto, se ci pensiamo, nell’architettura il decoro è una parte fondamentale della superficie muraria, non un accessorio. Non penso solo agli elementi pittorici o grafici, anche gli stessi ordini architettonici avevano una fusione che era anche estetica.
Per me il murales conferisce un nuovo valore estetico a quelle che oggi sono semplici superfici cieche.

Progetti per il futuro?

Sarà una lunga estate! Prenderò parte a festival di street art europei non.

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