Stefano Prina e l’occhio rubato

Hanno il sapore delle copertine di Urania e dei poster dei film di serie Z degli anni ’50; sanno di antiche wunderkammer a metà tra scienza e fantastico (come la collezione di Ulisse Aldrovandi qui a Bologna), gli occhi di Stefano Prina.

Architetto per formazione, artigiano e artista per passione, Prina ha cominciato a costruire occhi ispirato da quelli di uno dei suoi cani (altra sua grande passione), Luchino, e poi non ha più smesso, osservando, minuziosamente riproducendo, spesso inventando occhi di animali veri e immaginari: rettili, tritoni, capre, gufi, ma anche basilischi, spettri e creature del futuro.

Sono realizzati in resina acrilica, dipinti a mano e incastonati in “gusci” di legno, oppure trasformati in splendidi e ipnotici anelli in bronzo che ti fissano da un dito. Ma il loro potere evocativo — capace di innescare un flusso di pensieri che abbraccia un intero immaginario letterario, cinematografico e onirico — è talmente forte che lo sento fin qua, pure attraverso uno schermo, il profumo di carta di infima qualità, di pellicola scadente, di nottate passate a raccontare storie del terrore con la torcia elettrica in mano.

Lo trovo azzeccatissimo, dunque, il video realizzato da Blinking City (che è un progetto culturale davvero molto interessante, di cui ho già avuto modo di parlare non molto tempo fa) in occasione del lancio del nuovo sito di Stefano Prina.

«Si chiama The Stolen Eye ed è un finto trailer in stop motion ispirato ai film di fantascienza anni ’50. È il nostro mini colossal che ci ha preso 3 settimane per girarlo e 8 mesi per finirlo», mi ha raccontato Andrea Mignolo di Blinking City.
E chiunque ha amato la cosiddetta “golden age” della fantascienza non potrà che apprezzarne la tecnica, il linguaggio e la narrazione, frutto di una bella ricerca su stili e cliché dell’epoca.

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foto di Valerio Donghi
foto di Valerio Donghi

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foto di Valerio Donghi
foto di Valerio Donghi
Stefano Prina nel suo studio — foto di Valerio Donghi
Stefano Prina nel suo studio — foto di Valerio Donghi
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