Una cosa è sicura: non si può davvero più parlare di tendenza handmade, artigianale, craft o do it yourself.
Comunque la vogliate chiamare, i numeri e la strutturazione di questo settore sono ormai talmente importanti che si può definire soltanto come una vera realtà molto diffusa e sempre in più casi professionale.

Basta guardare alla quantità dei venditori sulle piattaforme online di vendita di artigianato, a loro volta cresciute in maniera esponenziale, più o meno blasonate o differenziate.
Ma anche guardare al numero delle persone che hanno affollato l’ultima Maker Fair di Roma, come espositori, ma anche come visitatori: le file all’ingresso che neanche negli anni ’80 al Motor Show di Bologna.

Questa partecipazione popolare la dice lunga sulla maniera in cui queste tematiche sono ormai entrate nel linguaggio di tutti i giorni e per questo non si può parlare di tendenza: tendenza è quando va lo scozzese nei cappotti, tendenza sa di qualcosa che passa.
Qui invece si tratta di una realtà di cambiamento epocale, importante sotto tanti punti di vista, specialmente dal punto di vista logistico.

Quelli che erano tradizionalmente i luoghi deputati al “fare”, all’artigianato, si stanno modificando, diffondendo, stando mutando aspetto e modalità di interazione.
Luoghi che erano essenzialmente tre:

· le aziende che, pur producendo a livello industriale, hanno mantenuto un approccio artigianale al singolo pezzo, sono quelle che ci invidiano in tutto il mondo e che hanno fatto nascere l’idea stessa di Made in Italy (pensiamo a molte aziende che operano nel food, nel design o nella moda): un approccio progettuale e produttivo unico e vincente il cui ritorno auspica Stefano Micelli in Futuro Artigiano;

· le botteghe classiche, le scuole tradizionali legate all’artigianato: parliamo degli orefici, di un certo tipo di falegnameria, degli atelier di scultura, di ricamo e tessitura, ad esempio. Nel tempo hanno fornito manufatti di altissimo valore — anche storico — che fanno parte indissolubilmente della nostra cultura e quotidianità;

· le nostre case: il cosiddetto “hobby”: un termine un po’ vecchiotto, ma dal significato attuale. Hobbistica è tutto quello che faccio quando torno a casa dal lavoro e mi occupo di altro per sviluppare la mia creatività o per rilassarmi.

foto di Alberto Mancini

foto di Alberto Mancini

Negli ultimi anni a questi luoghi classici se ne sono aggiunti altri e i confini si sono confusi, aperti e mescolati.
La casa ad esempio non è più solo sinonimo di hobby, ma sempre più spesso diventa luogo per far muovere i primi passi ad un’attività imprenditoriale professionale.
Così come non è detto che alcune tecniche artigianali avanzate siano approcciabili solo all’interno di un’azienda.
Esistono ormai ovunque Makers Space o Fab Lab in cui una persona fisica, non quindi professionista o azienda, può avere accesso a tecniche come il disegno Cad o la prototipia in 3D e taglio laser.

La crisi e il cambiamento di visione verso gli oggetti inoltre ha fatto nascere Officine di Quartiere, luoghi dove non si crea prototipia ma dove si riparano attrezzi ed elettrodomestici, attività sconosciuta fino a pochissimi anni fa.

Online sono risultate vincenti le scelte di tutoraggio e formazione propedeutica alla vendita: è l’esempio di Make Tank, piattaforma specializzata nell’offerta di oggetti artigianali nati da file .
Quando nacque, più di 3 anni fa (in tempo di internet un’eternità), in pochissimi parlavano di tecnologie innovative (stampanti 3D, Arduino) o rese nuove da un approccio popolare (laser cut).
Prima della piattaforma di vendita, quindi, si scelse di far nascere un blog a scopo informativo, accorciando le distanze e creando un pubblico di acquirenti futuri che altrimenti non sarebbe esistito.

Anche Vectorealism, la cui attività principale è quella di service per taglio laser ed ultimamente stampa 3D, offre al contempo tutoraggio sul progetto, formazione basic su programmi di disegno e modellazione, creando di fatto i propri utenti e clienti.

Un mondo, quello dell’artigianato 2.0, colmo di signicati e valori fra cui sicuramente quello sociale ed etico, ma sopratutto quello del bisogno economico, che fa da traino principale e ci permette oggi di parlare oggi di realtà e non di tendenza.

Solo il bisogno concreto di un’entratura economica dà determinazione e volontà di far passare la propria attività dall’approccio dilettantistico a quello professionale e micro-imprenditoriale.
La sfida dei prossimi anni sarà dare la possibilità a queste attività di entrare in rapporto sempre maggiore e reciprocamente proficuo con aziende esistenti, tramite collaborazioni, servizi di prototipia, consulenza con figure di designer-artigiani.

Ma anche lo sviluppo della stessa micro-imprenditorialità “craft” in veri e propri brand, economicamente sostenibili, con una tassazione studiata ad hoc per un settore che seppur assurdamente invisibile o snobbato da ministeri ed associazioni di categoria rimane, tra mille difficoltà, coraggiosamente in crescita.