Fashion at IUAV 2013

1. Bologna-Milano

Prendo il treno per Milano. Mi aspettano tre ore di lezione allo Ied Moda, dove da poco più di un mese insegno web fashion communication ad una classe per metà italiana e metà straniera fatta perlopiù da ragazze dai nomi esotici, che hanno il sapore di Cina, India, Brasile, Colombia, Egitto, Turchia, Francia, Spagna e che condividono l’aula con ben più familiari sonorità, dall’umbro di Città di Castello, tanto simile al dialetto che si parla dalle mie parti, al toscano, l’abruzzese, il calabrese, il napoletano.

L’Italia è (ancora e per fortuna) la moda e da tutto il mondo arrivano qui per imparare a disegnarla, a produrla, a interpretarla, a comunicarla. E in Italia la moda è Milano. A un volo o qualche fermata di Frecciarossa da casa (con il paradosso che più sei lontano più diventa semplice arrivarci senza troppi cambi).
Ma a volte la moda—o meglio quello scambio d’informazioni e conoscenze che ti servono per immaginarla, farla e raccontarla—la trovi andando fuori rotta, nei posti che appaiono solo dopo qualche click sullo zoom di una mappa online e che ti costringono a cercarti le coincidenze sul sito di Trenitalia per arrivarci. Ed è proprio questo che dovrebbe incoraggiarti: lì dove portano tutte le strade, i link, le vie illuminate nei Grandi Nodi del mercato globale, di sorprese quante vuoi trovarne?

2. Milano-Vicenza

Alle 15,00 sono sul binario, la valigia in mano, il telefono sull’altra a controllare i primi tweet che già arrivano da Treviso, dove sono diretto, per quello che da quattro anni a questa parte è ormai l’appuntamento che chiude la mia stagione ufficiale da Simone di Frizzifrizzi prima di riprendere in mano il mio cognome e la mia vita e spegnere le antenne, dimenticare le password, dare l’agognato arrivederci alle mail, chiudere le finestre (di casa e del browser) ed andarmene in vacanza.

Su twitter c’è chi parla di politica, chi si lamenta più o meno tra le righe, chi spamma sé stesso, chi sta guardando la tv, chi si lamenta di chi twitta quel che guarda in tv, chi si lamenta di chi si lamenta di chi twitta… Il solito, insomma.
Intanto, intrecciato tra i fili dei miei aggeggi elettronici su un vagone che fila via rapido nel silenzio iperconnesso di noi pendolari a lunga percorrenza e viaggiatori incapaci di alzare gli occhi dagli schermi e intavolare una conversazione, dallo IUAV, dov’è in corso quella che fino all’anno scorso era la giornata finale con le sfilate degli studenti e che quest’anno si è trasformata in una tre giorni con mostre e conferenze, mi arrivano sullo striminzito schermo del mio iPhone briciole del bel panel di discussione Per una fotografia italiana di moda, che ha accompagnato FLOU, mostra curata da Saul Marcadent di Thisisnotpaper—vecchia conoscenza di Frizzifrizzi—e dedicata alla fotografia di moda.

Ospiti sei riviste indipendenti per altrettanti fotografi che ne interpretano la ricerca visiva e l’immaginario—Nicol Vizioli per Drome, Giorgio Calace per Hunter, Bea De Giacomo per Kaleidoscope, Julia Frommel per Nero, Alan Chies per Pizza e Marco Pietracupa per Studio.

3. Trevisostazioneditreviso

Mi secca perdermi le conferenze. Io sono quello che alza la mano e fa le domande. Nessun altro? Eccomi, sempre io, ne ho ancora un’altra. Grazie a tutti di aver partecipato…. Scusate ma avrei un’altra domanda…

Cambio. Si scende a Vicenza e si risale su un regionale, che è lento e ti dà tempo di parlare, le fermate a scandire il ritmo della conversazione. Sono seduto accanto a una giovane mamma. La bimba, un anno e mezzo, mi fissa e allunga le mani per togliermi gli occhiali da sole. Decido di lasciarglieli per un po’ ma quando provo a riprenderli mi scontro con la forza sovrumana dei poppanti che—come purtroppo ho dimenticato—quando afferrano qualcosa poi toglierglielo diventa un’impresa. Una signora intanto racconta tutto quel che c’è da sapere sul suo nipotino, tanto che potrei andare a prenderlo a scuola oggi stesso spacciandomi per parente stretto. Colgo l’occasione per narrare pure io le mie gesta genitoriali e mostrare foto della prole. Se fossi salito anche tu su quello stesso treno li avresti sentiti fin dal vagone accanto i nostri oooh, tutti intenti ad esibire il prodotto dei nostri codici genetici, fieri come allevatori a una mostra canina.

Trevisostazioneditreviso. Recupero gli occhiali, ingannando la povera bimba col trucco del fissarla negli occhi senza batter ciglio e scuotendo al contempo le chiavi di casa come fossero un sonaglio meraviglioso. Scendo. Ho quindici minuti per arrivare in hotel, lavarmi, cambiarmi, arrivare alla prima sfilata in programma per la serata.

Semi-lavato e semi-cambiato e pronto ad usare di nuovo le chiavi di casa per ipnotizzare sconosciuti, esco e incontro Stefan Pollak, altra vecchia conoscenza, art director e co-fondatore di Drome.
Stefan mi fa da navigatore. Risaliamo Treviso a passo svelto, superiamo ponti, costeggiamo fiumi, infiliamo piazze e blocchiamo le auto con l’ipnosi (di nuovo il trucco delle chiavi e lo sguardo fisso). Svoltiamo dove c’è da svoltare, anzi svoltiamo pure troppo visto che a un certo punto andiamo fuori strada. Ma l’intelligenza collettiva, nelle vesti di una folla vociante di genitori eccitati, ci indica la retta via ch’era smarrita.

Una scuola elementare senza bambini fa da scenario allo show dei ragazzi della Laurea Triennale. Maria Luisa Frisa, l’indiscussa ideatrice, artefice e regista del successo del modello IUAV Moda e Design—tra le pochissime realtà italiane a poter competere con le migliori scuole di moda del mondo, grazie ad un dream team di docenti selezionati tra coloro che, oltre ad essere tra i migliori nei rispettivi settori, hanno anche la rara vocazione all’insegnamento—la Frisa, dicevo, gira come una trottola per accogliere gli ospiti. Negli occhi lo sguardo apprensivo ed orgoglioso di una mamma con svariate decine di ragazzi di cui andar fiera (sul treno, nel momento oooh, ci avrebbe sbaragliati tutti).

4. Guardare il futuro dentro alle telecamere di Vogue.it

Partiamo dalla fine. Più precisamente da dietro. Cosa vedi? Giovani di spalle? No. O meglio non solo. Sono giovani che guardano al futuro. Che forse sarà più precario che mai, pure più del mio e del tuo che stai leggendo: dopotutto che il futuro non sia come te lo immagini è una certezza, puoi metterci la mano sul fuoco, a meno che non ti chiami Philip Dick, William Gibson o Aldous Huxley. Però è là che li aspetta e ogni anno di più di convinco che la scuola che stanno frequentando sia la migliore, qui in Italia, per prepararli a qualsiasi cosa, che decidano poi di provare a lavorare in questo settore, la moda, o meno. La Scuola, quella con la S maiuscola, pure la più specialistica, ti insegna a fare e a pensare. Fare cosa e pensare cosa è secondario.

Due anni fa mi lamentavo dell’assenza di testate mainstream ad un evento di tale portata. Quest’anno le telecamere di Vogue.it sono puntate sulla pedana che fa da passerella; le prime file sono piene di giornalisti. C’è pure Giusi Ferré, che corro a salutare dopo averla conosciuta al Salone del Libro di Torino, dove ho avuto l’onore di condividere con lei il palco—ancora una volta insieme a Maria Luisa Frisa—per un dibattito sulla creatività e dove ho capito che non basterebbe una settimana ad ascoltarla raccontare per ca(r)pire appena un milionesimo di quello che sa. Sulla moda e il suo mondo. E sul mondo in generale.

5. Il rapimento mistico e la triennale

Poi vengo rapito.
Mentre iniziano ad uscire i fantasmi (un espediente per presentare le collezioni di accessori, notoriamente ostici da far sfilare) e sono ancora alle prese con i saluti a Giusi Ferré, vengo letteralmente strappato via da quella che è ormai da tre anni la mia compagna di posto lì a Treviso, Nunzia Garoffolo di Fashion Beyond Fashion, raro esempio di collega con la quale condivido pressoché totalmente—nonostante ci vediamo appena una volta ogni 365 giorni, proprio a Treviso—idee, critiche, idiosincrasie nonché un certo spirito bombarolo nei confronti del fashion system italiano.

Mi siedo accanto a lei. Lì vicino c’è anche Silvano Arnoldo, ½ di Arnoldo & Battois, splendido marchio di borse made in Italy, nonché docente IUAV. L’½ assente, Massimiliano Battois, chiama per avvertire che io, Silvano e Nunzia siamo in diretta su Vogue.it. Facciamo ciao ciao con le manine («Nonna sono su Vogue!», «Benediziò»). D’istinto ficco la mano in tasca ma poi rinuncio all’idea di ipnotizzare il pubblico modaiolo con le mie chiavi di casa. E senza accorgermene vengo rapito una seconda volta. Dagli abiti dei ragazzi che nel frattempo sono arrivati in passerella.

Allora mi accomodo, rilasso, stravacco per giunta. E a pelo di pedana, che riflette abiti e modelle, che riflette gli sciami di zanzare mentre divorano il pubblico tutto e i volti dei genitori che a turno—quand’è il momento del proprio erede—s’accendono delle endorfine che l’ipofisi rilascia in dose massiccie (prova a sfidare in un combattimento a mani nude un genitore che assiste al saggio finale di suoi figlio e quello che assaggerai sarà il sapore del sangue, il tuo). Che riflette gli alberi, le case e il cielo di Treviso che s’illumina epilettico di flash. In mezzo a tutto quel riflettere, rifletto pure io.

6. Speri-mentalità

I ragazzi della triennale—nella sfilata a cura della compagnia di danza e di teatro sperimentale Kinkaleri, coordinata da Maria Luisa Frisa e supervisionata da Roberta Furlanetto—dimostrano una tendenza alla sperimentazione tutt’altro che comune.
Addestrare gli studenti a lavorare nelle aziende (cosa che allo IUAV prendono sul serio, attraverso collaborazioni con le eccellenze del Made in Italy e stage mirati pensati per far emergere il talento specifico di ogni singolo alunno) non significa prendere un paio di forbici e tagliar via le alucce da Icaro ma insegnar loro a costruirsi da soli una visione. E se hai una visione importa fino ad un certo punto di cosa sono fatte le ali che indossi: di cera, di cartone, di piombo o scintillanti di pietre preziose, l’importante è imparare ad usarle e volare via. Se per aria, di corsa o facendo l’autostop lungo la strada passa in secondo piano: l’attitudine alla sperimentazione la si coltiva allenando la capacità critica, l’abitudine ad imparare dagli errori, a mescolare elementi e contesti.

Sperimentale è quindi innanzitutto speri-mentale.
E la seconda sfilata, verso la quale ci incamminiamo seguendo il serpentone umano che scivola via nell’afa di Treviso, ne è la conferma.
Ben più teatrale della prima—ancora una volta a cura di Kinkaleri, coordinata da Mario Lupano e supervisionata da Fabio Quaranta e Michael Bergamo e Cristina Zamagni di Boboutic—vede come protagonisti gli studenti della Laurea Magistrale.

7. Not Just A Label… pure un gran stomaco

Si va a cena. Mentre i genitori se ne tornano a casa raccomandando—invano—ai figli di non tornare ubriachi alle sei del mattino (dopra giudizio!), quelli iniziano già i festeggiamenti selvaggi. Più che meritati, bisogna ammetterlo.
Drappelli di docenti e invitati iniziano a dirigersi verso il Basilico 13.
La pancia chiama. Scottati dall’esperienza dell’anno prima, quando arrivammo a cena già finita e ci accontentammo degli avanzi, io e Nunzia sgusciamo via per scorciatoie oscure e raggiungiamo il luogo prima di tutti gli altri. O quasi.

Non abbiamo fatto i conti con gli inglesi di Not Just A Label, ospiti d’onore della serata in quanto partner di Fiera di Vicenza nel nuovo progetto Origin, che mira a promuovere i talenti internazionali del gioiello e dell’accessorio mettendoli in relazione con i produttori italiani. Origin aprirà ufficialmente l’anno prossimo ma intanto, in collaborazione con IUAV, viene presentato alla stampa e agli addetti ai lavori proprio in questi giorni.

Da bravi e pragmatici anglosassoni, i ragazzi di Not Just A Label hanno già occupato tutti i tavoli e si riempiono la pancia.

Alle 2,00 di notte mi ritrovo seduto sull’asfalto a cercare di capire il segreto di Gabriele Monti, che non si ferma 1 minuto 1 sia durante la preparazione degli eventi IUAV sia nella vita in generale ma inspiegabilmente rimane vivo pure se nessuno lo vede mai mangiare, e a spiegare a Mariavittoria Sargentini—docente IUAV, fashion designer e fondatrice di Marvielab—e al suo compagno che cosa sono le fashion blogger. Non ne hanno mai sentito parlare prima e li invidio a morte. Poi però mi pento di averli privati della più meravigliosa delle lacune possibili.
Consiglio a chi legge: non rovinare la vita al prossimo. Se non sa che c’è gente che estorce abiti ed accessori ai marchi in cambio di autoscatti dal dubbio gusto, è lui quello fortunato, non tu.

Ci giunge notizia che la festa degli studenti ha raggiunto inediti livelli di pazzia. A gruppetti ci muoviamo, come calamitati dal desiderio di esser testimoni della bolgia. E di farne parte. Ma senza genitori che chiamano per raccomandare attenzione e prudenza non è la stessa cosa.

8. The day after

Mi sveglio col sapore di Amaro Montenegro in bocca. Accanto al letto, la mia valigia sembra il cratere di una bomba atomica. La testa, in fase di fissione nucleare, mi rimanda immagini di ragazze che rotolano sull’erba, canti alpini, Carabinieri che vanno e vengono incuriositi, incontri improvvisati di lotta libera, racconti di tecniche di apicultura, sfide tra pianura vs. collina a suon di poetici ricordi d’infanzia, studenti che trascinano i prof., divertiti, in mezzo alla folla, il fiume che scorre e scorre in senso contrario al mio mentre provo a ritrovare la strada per tornare in albergo, la mente totalmente sganciata dalla realtà, tanto che mi tocca cercare tra le foto del telefono quella del numero di stanza (mi conosco e ne scatto sempre una alla chiave non appena me la consegna il concierge).

Da buon camminatore sono in piedi prestissimo. Mi aspettano le mostre che non ho potuto vedere il giorno prima, disseminate per la città, che nei tre giorni di MODEsign risuona ovunque degli echi della sua scuola d’eccellenza. I musei, le vetrine dei negozi: tutto sembra sussurrare IUAV IUAV IUAV IUAV, come un ipnotico mantra.

Dopo una tripla colazione m’incammino in un sabato mattina infuocato dal sole. Osservo la mappa e pianifico il percorso, mettendoci in mezzo più soste possibili. Nelle ultime 48 ore ne ho dormite solo sei. I miei pensieri assomigliano ad una mappa concettuale esplosa, ad una serie di stendini appesi alla rinfusa, alle vetrine vuote che di tanto in tanto trovo per le vie del centro.

9. Il Bukowski di Treviso

Tra un mostra e l’altra (di seguito tutte le foto) mi siedo in un bar per riposarmi un po’. Al tavolino accanto al mio c’è un signore piuttosto bizzarro. Ha l’aria acciaccata di uno che si è fatto un bicchierone di vino ghiacciato di prima mattina. La pancia, appoggiata al tavolo, piena di briciole di brioche che sembrano attaccate lì da tempo immemore. Mi guarda e dice: «Sentito la dottoressa? Parla già di malattie a quest’ora».
Mi guardo attorno per cercare di capire a chi si riferisca. La dottoressa, se lo è davvero, è una signora che parla al cellulare. Dice sciacqui, dice bidet, dice allergia.
«E per fortuna che non sta parlando di tumori» rispondo io. Lui sorride. E sempre sussurrando mi spiega Treviso. Che è conformista ma piena di giovani intelligenti. Che lui è sempre voluto scappare da lì ma non ce l’ha mai fatta. Cita Burroughs, cita John Fante, Hemingway, la Beat Generation. Dice di aver conosciuto la Pivano. E per poco un suo amico non gli ha presentato Fante. Lui scrive poesie. E dipinge.

Ne ho conosciuto un altro quasi identico, in vita mia. Avevo 17 anni e lavoravo allo zuccherificio scaricando le barbabietole dai camion. Lì ho incontrato Viscardo, il Bukowski jesino. Maestro di generazioni di giovani scrittori più o meno falliti, l’aria sanguigna e loquace di chi ha sempre più di un bicchierino nel sangue, spirito anarchico, la pelle sgranata e i capelli lavati chissà quando, la voce bassa e potente del cantore, lo stesso giaccone inverno e estate, in tasca sempre un taccuino ed una penna, insieme ad una delle sue raccolte autoprodotte di poesie malinconiche e alcoliche.

Intanto la cameriera passa e ripassa. E ogni volta se la ride guardando me ed il Bukowski di Treviso intenti a chiacchierare. Tra pesci fuor d’acqua ci si riconosce da lontano.
«È stato un piacere» mi dice, alzandosi a salutarmi, quando me ne vado.
«Treviso è bellissima» aggiunge «ma io volevo andarmene».

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