Banchetto K

Prima che Apple allungasse le sue lunghe mani d’alluminio sulle scrivanie di mezzo mondo—partendo da grafici, designer, videomaker e poi, complici prima gli iPod poi l’iPhone, studenti, capufficio, agenti immobiliari e genitori che poi ti chiamano per chiederti dov’è finito il tasto destro del mouse—lo stereotipo del pc era quella torretta color bianco sporco inesorabilmente a corto di ram e di gigabyte e soggetta, in quanto a prestazioni, ad un calo repentino ad ogni installazione di nuovo software, paragonabile al calo di desiderio e di qualità delle performance sotto alle lenzuola di un maschio alfa subito dopo il matrimonio.
A quel punto arrivavano in soccorso i pc “bastardi”, quelli assemblati (o fatti assemblare) su misura: semplici da pompare, era relativamente economico tenerli costantemente aggiornati e bastava un salto nei negozi d’informatica—quando ancora al cliente medio non poteva fregar di meno dell’interior design del luogo o dei “give me five” dei commessi in divisa, bastava che i prezzi fossero bassi e il nerd con cui dovevi interfacciarti non parlasse come un robot—per tornare a casa carico di memoria, dvd vergini e una ventola che non sembrasse quella di un autocarro quando ti mettevi a smanettare sui giochi scaricati dai eMule.

Oggi che abbiamo molto più spazio sui tavoli, le torrette sostituite da portatili splendenti e da computer travestiti da schermi o da tavolette, e che con lo spazio guadagnato non sappiamo neanche che farci, tranne che lottare contro l’inevitabile entropia di post-it, bollette, biglietti del bus, scontrini del bar, biglietti da visita, chiavi di casa, del motorino, della macchina, del cancello, in un disordine che sotto sotto ti fa sentire inferiore a quella macchina dove tutto è nascosto, invisibile, al sicuro in scocche d’alluminio anodizzato e qualche vite che solo al pensiero di svitare ti viene l’ansia… Non ti manca neanche un po’ il caro, vecchio pc formato frankenstein a cui potevi attaccare pezzi in libertà e poi perdere ore a scontrarti con una tra le migliaia di incompatibilità possibili e a cercare drive per provare a metterci una pezza prima di formattare tutto?

A me in effetti non molto. Ma in qualche modo la sfrontata nudità elettronica del macchinario che si vede nella foto in alto mi eccita più di un filmaccio vintage. Quelle ventole procaci, quei turgidi fasci di cavi, la scheda madre al vento e i peli dritti dei dissipatori della ram sembrano dire «guardami e toccami e ora accendimi».
Anche se poi la vera star qua non sono i componenti ma Banchetto K, creato dal giovane designer abruzzese Mario Alessiani per Microcool, azienda che produce banchetti pensati per i modder, l’equivalente informatico di quelli che pimpano la macchina.

Realizzato in Ilpotech, un poliuretano rigido, solido ma leggero, Banchetto K segue lo stesso concetto dei banchi dove si installano gli effetti per la chitarra: uno spazio aperto, predisposto per montarci sopra i pezzi. E il risultato—a differenza dei case baroccamente modificati cari ai modder—ha la spoglia, cruda eleganza dell’architettura brutalista.

video credit: Paolo Ceritano

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