Atheist Shoes

Ateo da sempre e soprattutto ateo per lunga tradizione famigliare, non ho mai ritenuto necessario sbandierarlo anche perché, erroneamente, ho spesso dato per scontato un fatto che invece scontato non lo è affatto: se ti ritrovi, nel 2013, a parlare con una persona di buon senso, magari pure tua coetanea, con un certo bagaglio culturale e una visione del mondo progressista (o giù di lì), per forza di cose quella persona dev’essere atea!, pensavo. E invece no. Chiese, messe e preghiere—mi sono reso conto—fanno parte della vita di molti più amici/conoscenti di quanti potessi immaginare (non che non capisca il bisogno di spiritualità, ma non è automatico che una ricerca spirituale debba per forza inscriversi dentro ai confini di una religione).

Tant’è. Ad ogni modo non sbandierare il proprio ateismo rimane una mossa saggia anche perché pare che quel che viene etichettato come ateo in effetti qualche pregiudizio lo subisca. La dimostrazione, per quanto possa sembrare strano, arriva da un marchio tedesco che produce scarpe. Il marchio in questione si chiama Atheist ed è stato fondato da un gruppo di berlinesi senzadio che ad un certo punto hanno pensato bene di unire le proprie competenze artigianali allo spirito da mangiapreti lanciando—dopo aver sondato le acque su Reddit e scatenato una lunga e interessante discussione—una serie di (bei) modelli in pelle che rimandano all’estetica Bauhaus e con una particolarità: sulle suole spuntano a lettere belle grandi due messaggi più o meno ironici: Ich bin Atheist il primo e Darwin Loves il secondo.

Dopo aver creato la squadra—due artigiani delle calzature, due designer del prodotto, una textile designer, uno ad occuparsi del marketing ed un altro a preparar panini senz’anima per tutti—i ragazzi di Atheist hanno deciso di affidarsi al crowd funding chiedendo micro-finanziamenti ai propri futuri clienti attraverso Kickstarter, dove in un solo mese hanno raccolto oltre il doppio del budget che avevano preventivato (a dimostrazione che il sistema del crowd funding non funziona solo nei paesi anglofoni).

Con l’aiuto del laboratorio artigianale di un loro amico in Portogallo, gli atei berlinesi avviato la produzione, adottando come logo un buco nero (sul sito vengono spiegate la storia e la filosofia dietro a questa scelta).
Ma quando hanno iniziato a spedire le scarpe a coloro che le avevano acquistate, ecco l’imprevisto. I pacchi, soprattutto negli Stati Uniti, finivano per arrivare in tempi molto più lunghi del dovuto. Quando arrivavano. Perché una buona fetta spariva senza giungere mai a destinazione.

Così hanno deciso di fare un esperimento: spedire negli USA non uno bensì due scatole di scarpe ad 89 persone in 49 differenti stati, per un totale di 178 pacchi. Su una scatola veniva utilizzato il solito packaging, con su attaccata una striscia di nastro adesivo con la scritta Atheist. Sull’altra, invece, un normalissimo e anonimo nastro neutro e senza scritte.
Ebbene, il risultato dell’esperimento ha confermato i sospetti: le scatole con su scritto Atheist hanno impiegato una media di tre giorni in più delle altre (e in Michigan un pacco “ateo” è arrivato addirittura dopo 37 giorni) e tra quelle smarrite nove avevano il nastro con la scritta e solo una il nastro comune.

In quanto alla cattolicissima Italia, invece, non è dato sapere. Ma vista la “velocità” di poste e corrieri probabilmente da noi la situazione sarebbe molto più democratica e di larghe vedute: inefficienza per tutti.
Ad ogni modo i ragazzi di Atheist hanno imparato la lezione: niente più nastro da miscredenti. Dopotutto viviamo nell’era della sobrietà (imposta o meno questa è un’altra storia).
Chi acquista—si fa direttamente dal sito—sappia anche che il 10% dei ricavi andrà ad associazioni benefiche, rigorosamente laiche, tanto per ribaltare il luogo comune che vuole il bene monopolizzato da quegli “sporchi creazionisti” dei credenti.

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