My first computer

Sto soffrendo. Una sofferenza lieve, non come una clavicola slogata quanto piuttosto un dito in un occhio; un fastidio, più che altro, concentrato in quel settore dell’anima deputato alla nerditudine.
Cerco, cerco nell’archivio di foto di famiglia e non trovo uno straccio d’immagine dove ci sia io davanti al mio primo computer (e neppure al secondo o al terzo, in effetti).
A pensarci bene, prima che la Mela entrasse di prepotenza nelle vite di tutti e rendesse belli i pc, a quale papà o mamma poteva venire in mente di fissare su negativo e consegnare ai posteri uno di quei lunghissimi, sfibranti quanto densi d’aspettative, momenti d’attesa di fronte ad una delle mille variazioni sul tema della scritta loading…, il registratore a cassette di un Commodore o uno Spectravideo a scandire giornate di slow gaming, intrinsecamente educandoti a quella pazienza che allora si misurava ancora in minuti e che dall’invenzione della ruota al vertiginoso aumento di megahertz nei processori si è progressivamente accorciata passando dai cicli lunari ai millisecondi.

Oggi è praticamente impossibile non avere cartelle, da qualche parte sul disco fisso o sulla propria virtuale nuvoletta di dati, piene di ritratti dove non si capisce bene se il soggetto sia tu o quello scintillante iQualcosa, soprattutto per puro e semplice calcolo delle probabilità, visto il tempo che io e te ci passiamo davanti, preferendolo a qualsiasi altro manufatto che la storia e l’ingegno umano ci hanno dato in dotazione.

Ma se al contrario di me hai avuto genitori lungimiranti e da qualche parte conservi quello scatto che hai nascosto al mondo come si fa con un tesoro o una condanna, alternando nerdostalgia e vergogna (in quanto inopinabile testimonianza del tuo esser fuori dalla vita vera da un paio di decenni come minimo; una sorta di patente da sfigato; un amuleto al contrario, capace di rinchiuderti tra mura invisibili e tener fuori ragazzine e ragazzini, garantendoti lustri di solitudine) finché il mondo non s’è svegliato un giorno accorgendosi di esser nelle mani di quelli come te, allora puoi tirarla fuori ed esibirla come un trofeo – c’è pure un sito apposta: My First Computer – mentre io, nerd solo a metà e senza le prove, mi struggerò come un profugo senza passaporto, aspettando la reazione del secchione, quella che sempre ha il sapore di vendetta: la peggiore, dunque, e la più subdola; narcisisticamente priva d’empatia.

[via]
Altre storie
Timescape: un diverso modo di considerare il tempo nel progetto universitario di Chiara Facchini