7am | Giovanni Tola

7 foto e 7 domande, alle 7 di mattina, a fotografi che si svegliano presto o non sono ancora andati a dormire.
Oggi è la volta di Giovanni Tola, in arte Kroppslotion.

Ciao Giovanni, quanti anni hai, di dove sei e da quanto scatti foto?
Salve a te, sir Sgarbati. Ho 26 anni, sono cresciuto in un piccolo paesino ai piedi di una deliziosa collina alberata e sempreverde e attualmente vivo ancora in quel piccolo paesino ai piedi di una deliziosa collina alberata e sempreverde, nonostante faccia spesso su e giù per la nostra amata (e anche non) penisola. Sono un sardo atipico, non vivo in un nuraghe anche se mi piacerebbe, sono biondo, indosso le All Stars e ho perfino un Macbook Unibody. Scatto foto più o meno seriamente dal 2005: iniziai con una serie tutta tragica e divertente su un pseudo ibrido in cartapesta di nome SHIT (she+he+it) per poi passare alla ben più complessa e interessante Hybridization. Davvero in pochi sapevano e sanno di Kroppslotion e del mio progetto. Ad esempio mia madre ne venne a conoscenza nemmeno sei mesi fa, in occasione della personale parigina. Inconsciamente, amo sorprendere.

La tua attrezzatura?
La mia attrezzatura? So che sarò una delusione: una semplice Nikon D70 con un obbiettivo grande così, dotata di un sano e robusto cavalletto. Senza dimenticare il fedele caricabatterie e il telecomando a distanza che – lo ammetto – non ho mai usato. Non amo riempirmi di improbabili aggeggi fotografici da usare a seconda delle tre leggi del movimento dei pianeti di Keplero o chissà che altro: son dell’idea che, con poche risorse, si ottengono sempre ottimi risultati perché ci si ingegna decisamente di più. E la soddisfazione non è doppia, ma quintupla.

Cosa fai quando non fai foto?
Kroppslotion è un linguista che ha deciso di specializzarsi in Mediares finché non si stuferà, abbandonerà tutto e si trasferirà sull’isola di Komodo per studiarne i draghi. Fantasie a parte, leggo, guardo spesso fuori dalla finestra, navigo in rete, viaggio e colleziono teste.

Descrivimi la tua stanza.
La mia stanza è il mio studio. E ultimamente perfino la mia casa, visto che ci passo l’80% del mio tempo. Trattasi di un cubo dalle pareti bianche, quasi spoglie. C’è una luce stupenda, una finestra con una bellissima vista, un divano rosso amaranto, qualche libro sparso qua e là, nessun tappeto. E qualche nascondiglio segreto.

La tua macchina fotografica pesa quanto…
Il giusto peso, credo. Non sono un fotografo impressionista, né sento la necessità di immortalare l’immortalabile in tutti i luoghi e in tutti i laghi, sempre e comunque: raramente mi porto dietro la digitale, figuriamoci la reflex. E, sinceramente, non capisco chi non può assolutamente non separarsene. Del resto, siamo già naturalmente dotati di due obiettivi piuttosto potenti, gli occhi. Se vedo qualcosa che potrebbe interessarmi, tengo tutto a mente. Ci ragiono, progetto, scontorno, incollo, riduco: se il lavoro in formato .mente mi soddisfa, ecco che parte in automatico la conversione ‘fisica’ in .raw o .tiff.

Se il tuo immaginario fosse un film? O un libro?
Continuo a pensare che la mia vita sia come un lunghissimo film alla Von Trier in piena fase Dogma 95, con tutte le contraddizioni del genere. Non sempre, però, vesto i panni del protagonista principale. Capita a tutti, credo.
Come libro, sicuramente Cime Tempestose. Dopotutto le aspre colline del paesaggio sardo non hanno niente da invidiare alle selvagge brughiere dello Yorkshire.

Un fotografo/a che mi consigli di tener d’occhio?
Uno dei miei preferiti è stato recentemente intervistato da te, proprio in questa rubrica. Quindi, eccoti un altro validissimo: si chiama Gonzalo, portoghese trapiantato in Spagna e non è proprio alle prime armi, tuttaltro. Ne avrebbe di cose da insegnare. Tutto il resto è noia.

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