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L’uso dello schwa: un discorso aperto

L’anno scorso abbiamo iniziato a usare il cosiddetto schwa (o scevà), cioè il simbolo — questo: ǝ — che nell’alfabetico fonetico internazionale designa la vocale centrale media. Quel suono che, ad esempio, emettiamo quando in inglese pronunciamo people (/’piːpəl/), again (/ə’gen/), woman (/’wʊmən/), e che ritroviamo anche in alcuni dialetti, tipo nel napoletano mammǝtǝ e fratǝmǝ.

Lo ǝ è solo uno dei tanti modi proposti per superare la connotazione di genere fortemente spinta verso il maschile della nostra bella lingua. Se fin dalla scuola ci insegnano che per il plurale, laddove ci si riferisca a un gruppo misto di persone, è necessario usare il maschile sovraesteso — «venite tutti qui», direbbero la maestra o il maestro, anche se magari ad ascoltarlo ci sono 22 bambine e 2 bambini —, negli ultimi anni si stanno cercando soluzioni “altre”, per una lingua che possa rispecchiare una società che vogliamo più inclusiva, non patriarcale, più fluida riguardo alle questioni di genere.
Ci sono altre soluzioni: l’asterisco, la x, la u, la @, l’underscore — tutt*, tuttu, tuttx, [email protected], tutt_ — e altre ancora. Non c’è una regola universalmente accettata e, anzi, sono in molte e molti coloro che esprimono disappunto riguardo a questo tipo di istanze.
Schwa, asterischi e simili sono solo proposte ed esperimenti. Le lingue cambiano e si evolvono ma non lo fanno mai per imposizione dall’alto. Però, come sostiene la sociolinguista Vera Gheno — tra le prime a sostenere l’uso dello schwa — sperimentare, appunto, non è vietato.

Perché abbiamo iniziato a usare lo ǝ?

Non è stata una decisione presa a tavolino ma il prodotto naturale di una riflessione iniziata tempo prima, con in mezzo tante letture, ripensamenti, se e ma e però.
Forse, se proprio dobbiamo identificare la proverbiale palla di neve che ha dato il via alla valanga, allora probabilmente il “merito” dovremmo darlo a un puerile articolo di Mattia Feltri sulle pagine de La Stampa (è chiuso dal paywall per chi non ha l’abbonamento, e forse è meglio così).
Ma c’è voluto altro tempo prima di “buttarci” con un primo articolo contenente un ǝ.
Senza fare grandi annunci in merito, da allora abbiamo cominciato a usarlo più diffusamente, sia qui sul sito che sui social e la newsletter, e sia al singolare (ǝ, Ǝ) che al plurale (з, З), seguendo le indicazioni del sito Italiano Inclusivo. Da lì abbiamo preso anche il suggerimento di inserire sulle nostre tastiere — su smartphone come su pc — le “scorciatoie” giuste: passo necessario dato che sulla tastiera tradizionale questi simboli non appaiono.

Il sondaggio

Qualche giorno fa, sabato 5 giugno, abbiamo deciso di lanciare un piccolo sondaggio tra le lettrici e i lettori della nostra newsletter.
L’abbiamo fatto perché un paio di persone iscritte, cancellandosi dalla lista, hanno indicato come motivazione proprio l’uso dello schwa.
Una in particolare, ha lasciato un messaggio che cominciava così:

«Mi disiscrivo con molto dispiacere, dopo diversi anni che vi seguo. Purtroppo l’utilizzo della schwa ha trasformato la lettura della vostra newsletter da momento piacevole a momento di fastidio».

Pur non considerandoci nella schiera di coloro che vogliono per forza piacere a chiunque, non neghiamo di aver provato un certo disappunto. Anche questo, da piccola palla di neve, si è fatto valanga, diventando la molla che ci ha fatto propendere per provare a “tastare il polso” della situazione.
Da qui il sondaggio, semplicissimo. Tre sole possibilità: sì, no, altro — quest’ultima apriva un box da usare per dare una risposta più articolata.

Risultati del sondaggio, aggiornati al 14 giugno 2021.

66

, mi dà fastidio

133

No, non mi dà fastidio

32

Altro

Di quasi 4700 persone che ricevono la newsletter (tra queste il tasso di apertura è di circa il 41%), hanno risposto in 231. Tra chi ha risposto, in 199 hanno preferito i semplici sì e no, mentre 32 hanno espresso la loro opinione in maniera più estesa. Ed è proprio tra quelle opinioni che sono usciti pensieri che per noi sono davvero interessanti.

Abbiamo deciso di riportarne alcuni, in rappresentanza di differenti idee, problematiche e approcci, alcuni molto distanti tra loro. Ci sembra infatti particolarmente importante farlo, tanto più dal momento che, proprio nei giorni in cui il nostro sondaggio era in corso, è uscita fuori l’ennesima polemica, stavolta scatenata da un articolo di Michela Murgia (anche questo sotto paywall), che ha usato lo schwa sull’Espresso.
È importante perché quello in questione è uno di quei temi di cui è fondamentale parlare (e, no, non è che dando spazio a un argomento del genere lo si toglie agli altri, come non è che pensare di legiferare sullo ius soli e sull’omofobia impedisca di occuparsi della crisi economica e delle politiche sul lavoro: queste sono le scuse che accampa chi vuole distogliere l’attenzione da qualcosa di importante).
E lo è a prescindere dalle posizioni, che per giunta in molti casi sono ancora incerte, mutevoli, permeabili, visto che ci troviamo in territori ancora poco esplorati.
È importante, infine, anche perché sappiamo benissimo che quella che abbiamo deciso di provare — di sperimentare — non è la soluzione.
Alla questione della difficoltà di lettura per chi è non vedente e usa i lettori di testo, che spesso fanno pasticci con lo schwa, noi, onestamente, non avevamo pensato. Né ai problemi per chi ha disturbi come la dislessia. Su questo, pochi giorni fa, è intervenuta la stessa Vera Gheno. Neanche lei ha la risposta giusta, assoluta, e ha il coraggio di dirlo: «penso che saranno le nuove generazioni, con una visione più fluida della vita e del genere, a trovare una soluzione a cui noi non abbiamo pensato» spiega.

«Andate avanti a fare quello che volete, perché è quello che dovete» ci ha scritto un nostro lettore.
E noi crediamo sia più che mai necessario continuare a sperimentare e a cercare. Senza arroccarsi su posizioni rigide. Senza infantili canzonature nello stile del succitato Feltri e di tanta altra gente che preferisce non porsi nemmeno il problema e lasciare le cose come sono, comode — ma solo per alcuni, che spesso (ma non sempre) sono proprio quelli con la i.

P.S.
Invitiamo chiunque volesse lasciare un proprio contributo su questo tema, a farlo nei commenti.
Si può accedere al form cliccando su MOSTRA COMMENTI, a fondo pagina.

Sono d’accordo sul cercare un modo più inclusivo di scrivere, ma trovo che lo schwa sia un carattere troppo strano perché l’occhio si abitui a leggerlo. Preferisco l’utilizzo per esempio dell’asterisco, che ha uguale valenza e inoltre è più facile da percepire e registrare visivamente.

Non sono infastidita ma ritengo inutili certe mode (tipo “i nostri figli” ”saluti a tutte e a tutti” ”LGBTQ+”)… la lingua rispetta tutti gli uomini perché per uomini intende esseri umani

Preferisco formule e composizioni delle frasi tali per cui poter fare a meno anche dello schwa, si può essere inclusivi usando quello che già abbiamo, lo schwa è difficile da scrivere, da leggere, da pronunciare, finirà per non essere usato perché scomodo e la battaglia per l’inclusione avrà perso una buona occasione. Come sappiamo, quando si parla di cambiamenti che coinvolgono il grande pubblico, a noi progettisti / linguisti / teorici / innovatori si richiede il minimo sforzo che procura il più grande cambiamento. Non credo che lo schwa vada in questa direzione.

Non sono assolutamente infastidito, anzi. La lingua cambia, come le persone e le società, ed è giusto cercare di renderla più inclusiva. Se a qualcuno dà fastidio lo schwa, chiami pure la polizia. Ma soprattutto, pianga nel mio bicchiere, che ho sete.

Non sono infastidita, ma penso si tratti di un arzigogolo mentale eccessivo, un formalismo inutile alla causa dell’inclusione. La “forma è il contenitore della sostanza” ed ha la sua importanza, ma in questo caso mi sembra di dargliene troppa.

Una preoccupazione: quella fetta — non indifferente dal punto di vista numerico — di mondo (7-10% della popolazione mondiale) rappresentata da dislessici, discalculici, disgrafici… è stata considerata negli studi affronatati dai linguisti che si occupano dell’italiano inclusivo? Questa parte di popolazione come ha accolto la proposta dell’introduzione delle nuove vocali che, dal punto di vista grafico sono un ribaltamento di segni già esistenti? Le persone DSA (cioè coloro che soffrono di disturbi neurobiologici) sono messi in grande difficoltà da segni simili tra loro: I-1; b-d; p-q; 5-2; E-3; 6-9… Mi piacerebbe conoscere il pensiero dei linguisti a questo proposito. Sono stati fatti studi specifici? Io personalmente sono messa in grande difficoltà dall’introduzione di questi segni. Grazie per un approfondimento e buon lavoro.

Non mi dà fastidio, sono a favore dell’inclusività, ma per esempio, da donna, non mi sento offesa se per dire “tutte e tutti” si utilizza “tutti” nella versione maschile. Credo che focalizzarsi sul cambiare la lingua italiana sia l’ultima delle cose da fare quando si parla di inclusività.

Non sono affatto infastidito a livello di merito, ma ci vedo male e leggo male le parole, a volte torno indietro per capire il senso della frase perché “mi va insieme la vista”.

Trovo in genere meno ostico l’uso dell’asterisco, ma mi rendo conto che non sia un’opzione percorribile, ad esempio, per gli articoli gli/le. In generale, sono molto contenta che vi siate posti il problema, che NON è una questione di INCLUSIONE, ma di RAPPRESENTATIVITÀ (esattamente come la democrazia in cui viviamo, la lingua dovrebbe essere rappresentativa), visto che, stando a dati del 2020, la popolazione femminile in Italia sopravanza di un milione quella maschile. A chi è infastidit(o) dall’uso che ne fate, risponderei:
1. che l’alternativa realmente rappresentativa sarebbe quella di usare il femminile per tutt* (e voglio proprio vedere come gestirebbero il loro fastidio);
2. che mi piacerebbe vedere se li infastidisce altrettanto che alcune lettere dell’alfabeto italiano come la ù non siano “recepite” da servizi di mailing tra i più diffusi (mailchimp, ad es.);
3. che ci aspettiamo altrettanto fervore contro la proliferazione degli hashtag. E comunque, grazie, di tutto. Brav*!

Anch’io da un po’ di tempo sto riflettendo sul tema, ma non sono ancora riuscita a prendere una posizione: in linea teorica sono favorevole, ma poi concretamente l’utilizzo dello schwa ha i suoi limiti, perché da un lato apre ed è “inclusivo” (caratterizzazione di genere) dall’altro l’esatto opposto perché limita l’accessibilità ad altre persone (ad es. è quasi del tutto illeggibile agli attuali programmi di lettura per ipovedenti, crea problemi di leggibilità a persone dislessiche, ecc.). Quindi al momento sono in fase di ricerca e ascolto :) In ogni caso trovo positivo il dibattito, l’italiano è una lingua viva, il fatto che ci si interroghi su questi aspetti è sintomo di un certo cambiamento sociale/culturale. Buon lavoro!

Mostra Commenti (14)
  1. Credo che sperimentare sia utile, ma bisogna definire i contorni di ciò che si sperimenta: non solo rendere la lingua più inclusiva, ma renderla più “comprensibile”. L’obiettivo del linguaggio è la comprensione reciproca, non l’etica.
    Se a una maggiore fedeltà alla realtà – che sta cambiando e quindi richiede una lingua che superi il binarismo rigido – si cede in comprensione reciproca (per i dislessici e gli ipovedenti ma non solo: con l’enorme percentuale di persone in italia con problemi di comprensione della lingua scritta) stiamo davvero creando una lingua più “giusta”?
    Alle difficoltà generali dell’introduzione di un nuovo simbolo e nuovo suono valide ovunque si aggiunge una lingua, l’italiano, in cui quasi ogni elemento di una frase si declina al maschile o al femminile, con declinazioni che spesso non sono riferite solo all’ultima lettera, ma a un gruppo fonetico: mentre è più facile capire che tutt* è tutte e tutti e anche tutti quelli che non si riconoscono né nella E finale né nella I, più complesso è capire come andrebbe scritta lavorat-ORI o lavorat-RICI, per logica lavorat*, che è un po’ più arzigogolato da comprendere.

    Secondo me si potrebbe intanto provare con un femminile sovraesteso, sempre. Almeno per ribaltare la prospettiva. Non saranno incluse le soggettività non binarie, ma intanto sono incluse le donne, tutte, e mette in una prospettiva nuova un’idea di umanità femminile, per tutte.
    Boh. È un modo per cominciare a eliminare il maschile sovraesteso onnipresente e per vedere il mondo degli umani con un altro filtro.

  2. Buongiorno. Vi seguo da qualche tempo e ne traggo vantaggio, oltre che godimento. A proposito della questione relativa alla inclusività linguistica, concordo su questo: si tratta di un tema non ozioso, che richiede attenzione e riflessione. Ciò dovrebbe avvenire a vari livelli e secondo modalità differenti. La vostra sperimentazione, se posso chiamarla così, non ha suscitato entusiasmo in me, ma non l’ho considerata una valida ragione per rinunciare al contributo che offrite alla mia cultura. L’ho capita razionalmente, ne ho compreso le ragioni. Credo sia legittima, anche se non la farei diventare regolamentare. Forse cercherei altre vie per tenere alta la soglia d’attenzione sul problema: vie che peraltro state ampiamente percorrendo nella scelta delle tematiche e degli approfondimenti da voi proposti. E nell’assenza di retorica con cui lavorate. Mi pare che l’autenticità vada perseguita più che altro nella costruzione di pensiero e di cultura, nella spiegazione di ciò che sta dietro determinate realtà. Ognuno per quel che può, e secondo la propria specificità. Una collega insegnante sceglie il testo di grammatica dopo aver vagliato, fra le altre cose, il modo in cui affronta la formazione del femminile. Per quanto mi riguarda, se devo adottare un nuovo testo di letteratura vado a sondare, oltre a mille altri criteri, se e come viene raccontato l’orientamento sessuale di Sandro Penna, o quello di Pasolini. Ho visto troppi giri di parole, troppi nascondigli verbali, perifrasi atte a non dire le cose come sono. I ragazzi meritano che vengano loro raccontati e spiegati i fatti. Lo stesso credo della questione del femminile linguistico: occorre fare cultura, raccontare, mostrare, condividere i dati.

  3. Buongiorno, è da diverso tempo che penso e ripenso a come modificare il mio lessico e la mia comunicazione per essere più inclusivo, trovando diversi problemi. Non sono un’esperto, mi piace la lingua italiana, le definizioni e le etimologie e cerco di formarmi continuamente. Noto che ci sono diverse prove linguistiche che si modificano come giusto che sia. Ciò che si avvicina di più al mio pensiero sono le congetture di Roberto Mercadini che in diverse riflessioni prova ad aprire tuttǝ/tuttu/tutte/tutti/tutt*. Temo che lo/la ǝ (intesa come lettera o come vocabolo) sia arduo da usare ma una possibilità di apertura. Giusto usarlo: sì, definitivo: no, ma è come il passaggio delle auto idribe prima di un passaggio definito e un cambio radicale. Per me la cosa importante sarebbe leggere scrittori che facciano una frase inclusiva e non l’uso di una lettera per la classica moda del cavalcare le onde di battaglie giuste ma che si possono disperdere per litigi sottili. Un passo alla volta si scala una montagna.

  4. Ciao, io trovo che sia molto importante la questione del linguaggio inclusivo. Non sono un’esporta e non so quale sia la forma migliore dal punto di vista linguistico per poter realizzare una lingua inclusiva ma credo che discutere e prendere in considerazione la questione sia già importante, anche attraverso la sperimentazione di nuove forme linguistiche, forse non saranno quelle definitive, forse non saranno quelle perfette, ma davvero cerchiamo la perfezione? Forse è più importante far sentire bene le persone e che le persone si possano sentire riconosciute e rispettate nella lingua italiana. La lingua è uno strumento potente ed è qualcosa che influenza il modo di pensare. Quindi credo che l’uso di un linguaggio inclusivo, soprattutto nei mezzi ufficiali, soprattutto per coloro che lavorano con le parole, possa avere il potere di rendere la società più inclusiva. Sarà un processo graduale e forse inizialmente faticoso ma abbiamo tutti il dovere di tentare di migliorare la società in cui viviamo. Grazie per i vostri spunti di riflessione *

  5. Esiste già una regola ed è perfetta: si esprime tutto al maschile.

    Dobbiamo ricordare che la lingua si, è vero, è un fatto di costume, ma è prima di tutto una convenzione: questo vuol dire che da un certo uso non devono scaturire conclusioni morali, filosofiche o sociali, più di quanto non sia necessario e sensato — si tratta semplicemente di un codice, e basta.

    La sensibilità verso la parità dei sessi e le problematiche della discrimazione di genere si dovrebbero palesare in altre maniere più significative e concrete.

    Una regola grammaticale non c’entra nulla. Tutta questa cosa sembra soltanto l’ennesima moda radical chic…

    1. Evidentemente così perfetta non è, se tante persone credono che l’attuale regola del maschile sovraesteso vada ripensata.
      Chi lo decide, poi, quali siano le maniere più significative e concrete per palesare queste problematiche? Il linguaggio che si usa non è forse significativo?
      Sul “radical chic” (a proposito di linguaggio significativo), sorvoliamo.

      1. Non è detto che se un punto di vista è condiviso da molte persone (magari la maggioranza) questo sia necessariamente valido.

        Nessuno decide nulla, ognuno deve essere, e soprattutto sentirsi, libero di seguire la propria ispirazione. Forse l’unico a decidere è il tempo: alcune idee superano la prova del tempo e molte altre lasciano il tempo che trovano.

        Certo è triste che si senta il bisogno di dover precisare qualcosa che dovrebbe essere — e forse anche esser trattato in quanto tale — scontato.

        Però è bello che vi mettete sempre alla prova, sperimentate e promuovete il dibattito, siete grandi voi di FrizziFrizzi, peace! :-)

        Un saluto a tutti! (cioè “tutti” compreso proprio tutti, cioè in senso estensivo, tutti voi con il cosino, quella roba lì che penzola, e tutti voi, voi con la.. oddio tutte ecco.. va beh avete capito.. tutto il mondo ecco -.-) ahahahaah si fa per scherzare, allegria!

  6. Un Buondì. Ho una mia parola schwa a cui metterei l’attenzione della riflessione.

    Riflessione nostra, soluzione che sboccierà nella prossima nuova generazione. Quella che nascerà e crescerà all’interno e con questa riflessione.
    La parola è uomo, per indicare in contesti generali sia l’uomo che la donna. Questa è la mia Schwa.

    È l’unica eccezione di riflessione che ritengo di rispettosa considerazione.

    Tutte le altre, sono semplici volontà di avere ragione di qualcosa, avere la convinzione che per avere rispetto, considerazione propria e altrui, valore, si debba combattere,si debba far parte di una fazione.

    Guardiamoci attorno.
    È tutta contrapposizione. Non vi è dialogo. Nemmeno se inseriamo nel nostro intercalare la bontà di dialogare.

    Ciò si ottiene mettendolo in atto. Ma non lo facciamo. Mettiamo in atto esclusivamente il nostro Io che vuole aver ragione per sentirti qualcuno, se non almeno qualcosa.

    Schwa è uno dei tanti crocefissi, crociate, dio, religioni, partiti, mode che inneggiamo alla bandiera della verità e giustizia.
    Dove invece sventola con leggiadria la propria paura.

    Probabilmente l’elemento più sincero dei tanti articoli, e più o meno, dibattiti improntati è questo sondaggio che non lo è.

    Considerando inoltre che per deviata capacità dialettica, gli autorevoli sondaggi sono più vicini a celati sabotaggi.

    Buonasera.

  7. Grazie per questo articolo e questo sondaggio. Le scelte linguistiche riflettono i principi che si perseguono: così come nella società tutte le persone hanno pari diritti, anche nel linguaggio un genere non può e non deve dominare sugli altri, schiacciando sotto una finta neutralità tutte le diverse soggettività. Tutte, tutti, tuttu abbiamo il diritto di abitare lo spazio linguistico ed essere riconosciut*, rappresentat*, valorizzat*. Grazie per l’attenzione e lo sforzo; è sicuramente più facile esprimersi ricorrendo solo al maschile perché così si è sempre fatto. Per fortuna il contesto socio-culturale cambia: è ora di usare in modo più consapevole (e, perché no?, sperimentale) la nostra lingua.

  8. Da persona appartenente alla Generazione Z (nati attorno al 2000) posso dire che vedere una rivista online italiana come Frizzi Frizzi impegnarsi ad usare un linguaggio inclusivo è decisamente confortante e incoraggiante. Sapere che ci sono dex boomer (e qui non è dispregiativo) che si occupano di (in)formazione sensibili a queste tematiche penso dia grandissima forza a una battaglia che è per noi, più di ogni altra generazione, assolutamente fondamentale.
    Lo shwa non sarà la soluzione migliore ma siamo solo all’inizio (io personalmente preferisco usare la x, si distingue meglio). Continuate così!!!

  9. Pur comprendendo le ragioni di chi sostiene l’inclusività, io personalmente, da donna, non mi infastidisco per l’uso del maschile nella scrittura. Credo che ci siano campi in cui sia molto più utile sostenere battaglie. La scrittura mi sembra l’ultimo dei problemi. Da lettrice appassionata non mi infastidisce come dicevo il “tutti”, va bene anche il classico tutti/e, noto l’asterisco ma cerco di digerirlo, mentre la schwa per ora mi è insopportabile. Non ho problemi di vista o dislessia ma l’occhio si inceppa come quando incontra un errore grammaticale, perdo il filo del discorso e devo tornare indietro a leggere. Può darsi sia questione di tempo, ma pur vedendolo da diversi mesi, ancora non mi sono abituata. Certo non è motivo per smettere di leggere le vostre belle e curate newsletter, ma personalmente preferirei un altro metodo!

  10. Buongiorno e complimenti per la capacità di creare un confronto costruttivo! Io personalmente, da donna e avida lettrice, non riesco a non storcere il naso quando mi imbatto nella scwha e simili. Capisco l’intento che motiva la scelta eppure questi simboli, anziché farmi tirare un respiro di sollievo perché “finalmente mi sento inclusa/rappresentata”, mi distraggono, mi rimbalzano fuori dal testo e mi costringono a una capriola di attenzione per recuperare il filo del discorso. Insomma, mi fanno sentire esclusa in maniera molto fastidiosa a ogni livello, come se quel “tuttƏ” non si riferisse in realtà a nessuno. Personalmente come donna non mi sono mai sentita tagliata fuori dal contenuto di un testo solo perché espresso nella forma del maschile sovraesteso, e forse in fondo nemmeno mi convince l’idea che l’inclusività passi da un annullamento generalizzato delle differenze anziché da un lavoro profondo di comprensione del contesto e di dialogo con l’altro, di cui poi la lingua è inevitabilmente specchio … grazie per averlo chiesto e per avermi dato l’occasione di esprimere il mio punto di vista!

  11. Quello che si potrebbe fare sarebbe innanzitutto ribadire con forza che l’uso del maschile sovraesteso non è un uso maschilista, non c’entra nulla con il patriarcato, ma è una semplice regola grammaticale, e al massimo che se si vogliono evitare fraintendimenti tra il maschile sovraesteso e un maschile plurale esclusivo si possono usare perifrasi e forme di sostantivi e verbi che non presentano il genere grammaticale o sono invariate. Se proprio “Ciao a tutti” non piace, perché si ha timore di escludere le donne o le persone non binarie o chicchessia, si può dire “Ciao gente” o più semplicemente “Ciao!” (non capisco la necessità di aggiungere “a tutti”, come se il solo saluto fosse intrinsecamente esclusivo…). Si possono usare frasi relative con “chi”, ad esempio invece di “Un saluto agli assidui lettori del nostro sito” si può dire “Un saluto a chi legge sempre i nostri articoli”… e via discorrendo. Esistono moltissime strategie linguistiche all’interno dell’italiano che permettono di evitare questo tipo di parole senza andare a inserire simboli/fonemi estranei che complicano la lettura e la pronuncia. Preferisco una lingua pedante e ripetitiva (magari con l’uso costante del termine “persona”, che stranamente pur essendo femminile non genera problemi di esclusione, non capisco come mai!), piuttosto che leggere articoli con asterischi e simboli strani. Anche perché l’unica cosa che comporta è lo scoraggiamento di chi legge, che quindi non si informerà più sui temi che vengono trattati, e le informazioni rimarranno appannaggio di un gruppo chiuso e impermeabile, ossia si genera un’autentica echo-chamber. Oltretutto credo che il paradosso sia già sotto gli occhi di tutti, ovvero che partendo da un’interpretazione ideologica di una regola grammaticale (quando bisognerebbe trattarla in quanto tale, ovvero una mera convenzione) si arriva ad assurdità complicatissime. Se invece di investire tutto questo tempo e tutta questa energia ci si dedicasse a informare le persone sulla neutralità del maschile sovraesteso, ricordando sempre che si tratta solo di una caratteristica della lingua, si eliminerebbe il problema senza stravolgere (fallendo miseramente) la lingua italiana.

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