(foto: Margherita Caprilli | courtesy: CHEAP)

Tette Fuori: la nuova campagna di CHEAP

Il “problema” capezzoli è molto sentito, in rete e non.
I social censurano, costringendo artiste e artisti — soprattutto chi fa fotografia — a ingegnarsi, coprendo, camuffando e piallando con qualche pennello Photoshop ciò che natura ha creato. Anche per le strade gli unici capezzoli ben visti sono quelli maschili, preferibilmente in marmo o metallo e precedentemente approvati da generazioni di storia dell’arte. Laddove si tratti di estremità1 mammarie femminili o vi sia una qualche forma di ambiguità a solleticare le meningi di “quelli (e quelle) che benpensano”, la pubblica accusa punta il dito (ma senza toccare!).
«Nella centralissima via Indipendenza non c’è niente di meglio da esporre che i genitali di una donna sul corpo di un uomo con sei capezzoli?» si scandalizzava l’attuale sottosegretaria di Stato al Ministero della cultura, la leghista Lucia Bergonzoni, riferendosi a uno dei poster della campagna La lotta è FICA, lanciata l’anno scorso dal progetto bolognese di public art CHEAP.

(foto: Margherita Caprilli | courtesy: CHEAP)
(foto: Margherita Caprilli | courtesy: CHEAP)

Nella sdegnata reazione della sottosegretaria e di coloro che si unirono al coro di condanna si palesava un terrore (che fosse reale o frutto di opportunismo politico non cambia nulla, ai fini del discorso) che era innanzitutto vago. A disturbare non era il capezzolo in sé ma l’immagine (questa) nel suo insieme, oscena in quanto ambigua. Quei «genitali di una donna sul corpo di un uomo con sei capezzoli» — in realtà non di uomo di trattava ma di un’attrice, Silvia Calderoni — sono stati da molti interpretati come la rappresentazione di un corpo transgender. Ergo, l’incarnazione del male per chi vive con la convinzione che il mondo sia una piatta e fantascientifica realtà a base 2: bianco o nero, uomo o donna, buono o cattivo.

Quei sei capezzoli, inoltre, dimostravano, attraverso le reazioni suscitate, come la questione cruciale — per quanto concerne l’opportunità di mostrare o censurare i seni — ruoti fondamentalmente attorno a un unico concetto: quello di confine. E qui arrivano le domande: «Quando il petto di una bambina diventa seno? Perché si può mostrare il seno di un uomo ma non quello di una donna? Una donna senza seno è meno donna? Quando il seno di una donna trans diventa una tetta che è proibito mostrare? Perché sui social network si censurano i capezzoli delle donne e non quelli degli uomini? Perché sulle copertine delle
riviste o nelle pubblicità vengono mostrati seni di donne iper sessualizzati ma è un problema il seno di una donna che allatta un* bambin*?» si chiedono le fondatrici di CHEAP in occasione del lancio della nuova campagna, che ha l’inequivocabile nome di TETTE FUORI.

(foto: Margherita Caprilli | courtesy: CHEAP)

Nata in collaborazione con la piattaforma School of Feminism, la campagna porta su strada, negli spazi di pubblica affissione, immagini e testi tratti da ¡Pechos Fuera!, libro pubblicato l’anno scorso dedicato proprio alla rappresentazione dei seni, nell’arte del passato come nella comunicazione attuale.
Tra seni che allattano, seni giovani e seni anziani, seni testuali, seni tipografici e seni cancellati — dalla malattia o dalla censura —, Tette Fuori prosegue il discorso pubblico portato avanti ormai da tempo da CHEAP per innescare una riflessione sul corpo e sul diritto che ciascunǝ di noi ha su di esso, al contempo lottando contro gli stereotipi, contro la cultura sessista e contro chi vorrebbe imporre le proprie scelte sui corpi altrui.

«Il diritto all’autodeterminazione, evidentemente, passa anche dalla liberazione dei capezzoli» scrivono le menti di CHEAP, che hanno visto censurato da Facebook il loro tentativo di caricare le foto (scattate da Margherita Caprilli) sulla loro pagina.
«Un capezzolo viene punito dopo dieci secondi e ci vogliono invece anni e azioni legali per convincere Facebook a sbattere fuori dal network pagine e gruppi di neonazisti radicalizzati. Razzismo e sessismo non sono un problema, i capezzoli sì. Del resto il tema per cui abbiamo intrapreso questa campagna è la censura che c’è ancora sul seno delle donne in generale, e quello che è successo sul social ne è la conferma. Ma poi, mi chiedo, come fa l’algoritmo a distinguere tra capezzolo maschile e femminile? È automatico fare delle considerazioni a questo proposito» ha detto Sara Manfredi, una delle fondatrici, in un’intervista al Resto del Carlino.

(foto: Margherita Caprilli | courtesy: CHEAP)
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