Antropocene Working Type: caratteri illeggibili per scenari complessi

Se l’unico compito della tipografia fosse quello di produrre lettere leggibili non ci sarebbe stato motivo di avere migliaia e migliaia di font disponibili. Avremmo semplicemente potuto accontentarci di qualche “aggiornamento” — causa evoluzioni tecnologiche — dei modelli che i primissimi disegnatori di caratteri progettarono all’indomani dell’invenzione della stampa.
Ma la tipografia è anche la formalizzazione — la messa “nero su bianco”, letteralmente — di un modo ben preciso di vedere il mondo, delle radici di una società, delle sue aspirazioni, dello spirito del tempo.

Dal gotico al grottesco, dal razionalismo modernista alle esigenze di lettura su schermo, oggi abbiamo a disposizione una serie quasi infinita di font, e quasi altrettante sfumature di “sapore” che possiamo scegliere per comunicare un messaggio.
Se però proviamo a immaginare il futuro prossimo, visti gli scenari attuali — riscaldamento globale, catastrofe climatica, accelerazionismo, big data, post-verità, memificazione della politica, intelligenze artificiali — è difficile immaginare dei caratteri capaci di incarnare una complessità che già sfugge alla comprensione della maggior parte di noi.

È quello che hanno provato a fare i ragazzi che hanno partecipato al workshop organizzato dal graphic designer e type designer Alessio D’Ellena nell’ambito del suo corso di Type Design di base presso la scuola Bauer di Milano.
Intitolato Anthropocene Working Type, il laboratorio ha visto anche la partecipazione dello studio Parasite 2.0 e di Nicolò Porcelluzzi e Matteo De Giuli, entrambi curatori della newsletter Medusa per la rivista online Not.
I risultati del workshop sono stati poi esposti in una mostra, allestita dal 22 novembre al 6 dicembre scorsi presso la libreria indipendente Verso Libri di Milano.

Di seguito il testo critico prodotto da D’Ellena e le immagini dei risultati del workshop.


Moltissimi artisti, scrittori e scienziati, continuano a sviluppare un discorso sempre più assillante attorno all’idea che il mondo per come lo conosciamo è già finito. I fenomeni che dimostrano questa tesi, come cambiamento climatico e riscaldamento globale, ci obbligano a fare i conti con una complessità enorme rispetto alle nostre capacità predittive.
La realtà si presenta opaca e difficile da comprendere, in costante upgrading/ricalcolo. La contemporaneità è diventata una permanent beta, che rende impossibile immaginare il futuro se non come: disastroso.

Antropocene Working Type è il risultato del corso di Basic Type Design, tenutosi alla Cfp Bauer di Milano. Una collezione di caratteri tipografici digitali Open-type, come medium per indagare il presente e ragionare sul futuro. La collezione fa leva sullo straniamento prodotto dall’indecifrabilità di forme che invece di essere utilitarie e accessibili, sono complesse e respingenti. Non si rivelano al primo sguardo ma hanno bisogno di un tempo di assimilazione più ampio. In questo tentativo didattico le forme delle lettere prodotte rivendicano il loro essere astratte, dichiarano ciò che sono sempre state: una convenzione — un’invenzione — umana. Tra le più elementari delle tecnologie, accordo e standard di trasmissione per le informazioni.

La selezione di caratteri digitali sviluppata dagli studenti partecipanti, propone forme inedite e configurazioni a cui, banalmente, non siamo abituati e perciò illeggibili. I caratteri si presentano come successioni e combinazioni di segni, composti e progettati velocemente durante il corso. Sono infatti prototipi non definitivi. Frammenti di segni tipografici che interpretano, ipotizzano e danno forma a ciò che ancora non conosciamo e per questo risultano dichiaratamente incompleti.
Incerta. Work in progress. Sketch digitale. 12 file font che sono tracce abbozzate di forme come note personali e intime per il futuro.

Il corso è stato sviluppato secondo due assi paralleli, uno di inquadramento dal titolo Outline the Unknow, che ha visto la partecipazione di Parasite 2.0 per il workshop introduttivo e di Nicolò Porcelluzzi insieme a Matteo De Giuli, che hanno proposto una bibliografia di testi con contributi a supporto teorico dove i caratteri vengono mostrati, creando un’ipotetica collana di libri.

A Change of Faith, a Change of Script, invece, è il lavoro progettuale da parte dei partecipanti al corso, ognuno dei quali ha prodotto un carattere tipografico il cui sistema di relazioni ha un rapporto speculativo con i contributi teorici. Il gruppo è formato da: Matteo Arosio, Claudia Bagnoli, Martina Corsano, Elena Galante, Eleonora Genna, Giorgia Grasso, Omar Marcelli, Erik Raffaini, Antonella Sartorelli, Margherita Schiavon, Gabriele Serrau, Barbara Tedeschi.

Raimondo Cardona1, afferma che “la scrittura è un luogo ideologico”. La tipografia, che della scrittura è la versione industrializzata e, ora, completamente digitale; un territorio naturale per indagare una nuvola di concetti che fanno capo al termine Antropocene.

Il sistema tipografico è alla base di una piramide tecnologica che alimenta se stessa. Il disegno dei caratteri, per di più, è tra le pratiche di progettazione più intrinsecamente reazionarie: per poter funzionare a dovere deve difendere lo stereotipo e la consuetudine legata ai segni e alla prassi di composizione, perché è su queste basi che viene assicurato il maggior grado di comunicabilità e leggibilità. Dal punto di vista storico la prima varietà industriale della scrittura è stata a servizio di una bibbia: le forme tipografiche con cui stata composta erano prodotte ad imitazione fedele della textura, uno stile calligrafico gotico. Il nuovo procedimento tipografico e la relativa filiera poteva essere accettato sul piano economico a patto che non interferisse sul piano culturale. Doveva rendersi invisibile, mimetizzandosi agli occhi di chi era abituato a leggere un testo prodotto a mano.

Obiettivo simbolico del corso è stato quello di prendere le distanze da alcune semplificazioni di stampo modernista, tentando la riappropriazione in maniera opportunistica di alcuni meccanismi tipici di questo pensiero, come la riduzione di forme tipografiche in segni primari da comporre tra loro. Sabotandone però gli intenti che vorrebbero questo procedimento progettuale logico, funzionale e razionalista, respingendo al mittente il meccanismo utilitario — integrato — della tipografia, che si trasforma in pratica dai risultati apocalittici.

Inevitabilmente un altro dei temi che viene minato alla base è quello della leggibilità come metafora di efficienza sistemica auspicabile. Ribaltare l’utilizzo universalista del termine, che evoca approcci al disegno tramite un metodo scientifico che in realtà produce un’aberrazione progettuale. Al contrario di quello che si può comunemente pensare non esiste uno studio che provi la bontà o meno di uno stile in rapporto agli altri esistenti.
Si può tentare di isolare una tendenza sull’atteggiamento che le forme possono avere in ogni singolo contesto, ma è chiaro che non esiste la leggibilità in termini assoluti e trasversali. La difficoltà di lettura o viceversa il suo comfort, è ampiamente influenzato dalla familiarità che si ha con determinate forme e alla consuetudine del lettore con una tipologia di carattere. Il concetto stesso di leggibilità è nella realtà ancorato alla consuetudine, più si è abituati a vedere una serie determinate di forme, più sarà facile decifrarle, più veloce sarà la lettura.

Anthropocene Working Type è la documentazione di una prassi didattica che muove dalla piena coscienza del periodo in cui viviamo: un nuovo medioevo dove la comprensibilità di dati infiniti e di informazioni degradate è messa alla prova. Un periodo dove Garamond e Times e Arial non sono più standard de facto.

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