Passare ore davanti a cose belle e gratis? La nostra rubrica Tesori d'archivio è la soluzione.
(fonte: kajetjournal.com)

Cosa c’è nel nuovo numero di Kajet, la rivista che racconta l’Europa dell’Est

«C’è ancora spazio per le utopie, dopo la fine delle utopie?»
È la domanda, tutt’altro che retorica, che scorre in filigrana tra le pagine del secondo numero di Kajet, rivista nata a Bucarest, in Romania, e fondata da Petrică Mogoş e Laura Naum, due ex espat che, una volta tornati a casa, si sono resi conto dello scollamento tra la percezione che in occidente abbiamo dei paesi dell’Est Europa e la realtà dei fatti, e della prospettiva spesso distorta di coloro che invece nell’ex blocco sovietico ci vive.

Andando a colmare un vuoto editoriale con una pubblicazione curatissima, Mogoş e Naum hanno quindi messo in piedi un magazine fedele all’etimologia sia del nome che hanno scelto per la loro testata — Kajet è la versione orientale del francese cahier, taccuino, quindi una raccolta di appunti — sia del concetto stesso di rivista: «seguendo la scia etimologica della parola magazine (dall’arabo makhazan, che significa magazzino, deposito, rimessa), Kajet incarna una collezione, una caveau di documenti d’archivio», c’è scritto nel manifesto che traccia le linee guida del progetto.

Lavorando a un tema differente per ciascuna uscita, dopo un primo numero, andato esaurito, dedicato all’idea di comunità, il secondo ruota appunto attorno all’utopia.

«In un momento in cui la garanzia dello “occidentalismo” liberale ha raggiunto, nell’Europa orientale, un certo punto di saturazione, ci siamo resi conto che siamo stati ingannati e spinti a diffidare dell’esistenza di una modernità alternativa, condannando noi stessi a decenni di stagnazione, di tentativi di stare al passo, di rimanere per sempre nello status di “emergenti”. In effetti, l’utopia stessa è diventata utopica, una reliquia abbandonata del passato, un simbolo di fallimento», scrivono nell’editoriale di apertura, che precede una serie di contenuti molto interessanti, raggruppati in cinque macro-categorie dai titoli affascinanti: Archeologie del futuro, Il tessuto del tempo, Architettura come macchina per abitare, Immaginare il radicale, Easternfuturism.

(fonte: kajetjournal.com)
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co-fondatore e direttore

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