Fashion at Iuav 2016

Pubblichiamo un estratto dal libro Desire and Discipline – Designing Fashion at Iuav, edito da Marsilio in occasione dei 10 anni di Iuav Moda.

* * *

L’immaginario non ha confini. A differenza di tutto ciò che è soggetto a leggi fisiche l’immaginario può benissimo fregarsene dello spazio e del tempo. E non c’è disciplina con regole tanto forti da ingabbiarlo. Se studi moda il tuo immaginario può benissimo affondare le fondamenta nell’architettura, dentro a un film, nella cucina, in antiche discipline esoteriche o nella speranza dell’arrivo degli ufo.
Può essere immacolato e minimale. Ma anche eccessivo e grottesco.

Tanta è la libertà che quando gli studenti arrivano in una scuola come questa, dove la moda si insegna a progettarla ma anche e soprattutto a immaginarla, non sanno bene cosa farsene di quella valigetta immaginaria piena di tutti gli immaginari(i) che, volenti o nolenti, hanno costruito oppure si sono appiccicati loro addosso.

Studenti del corso di laurea magistrale in moda al lavoro, 2016 (foto: Francesco de Luca)
Studenti del corso di laurea magistrale in moda al lavoro, 2016
(foto: Francesco de Luca)

I più svegli quella valigetta la aprono subito e lasciano che gli altri possano saccheggiarla a piacimento. E intanto provvedono a riempirla con pezzetti d’immaginario che i docenti mettono a disposizione durante le lezioni, che altri studenti abbandonano nei corridoi (il centro della vita universitaria, della comunità, e dunque luogo d’eccezione per lo smistamento degli immaginari), che i tanti ospiti che sono passati a Treviso e ora passano a Venezia lanciano a pieni mani prima di pigliare un treno e tornarsene a casa.

«Hai perduto un pezzetto d’immaginario», dice la matricola a quello distratto che ne ha lasciato un po’ sopra alla macchinetta del caffè.
«Prendilo pure, ne ho ancora tantissimo qua dentro», dice lo studente che sta per laurearsi indicando la sua leggerissima e traboccante valigia immaginaria.

Dopotutto gli immaginari crescono e ingrassano. Si nutrono di impressioni, soprattutto quelle belle croccanti che trovi negli angoli e nei momenti più inaspettati. E un immaginario di provincia, cresciuto all’aperto, vivace come un grillo, anche se un po’ claustrofobico, può benissimo diventare un sofisticato immaginario cosmopolita. E viceversa.

Studenti del corso di laurea magistrale in visita da Bonotto, 2016 (foto: Francesco de Luca)
Studenti del corso di laurea magistrale in visita da Bonotto, 2016
(foto: Francesco de Luca)

Può nascere aggettivo, l’immaginario, e togliere il peso della realtà da qualsiasi cosa (la mia borsa immaginaria è leggerissima e dentro posso tenerci cinque case, otto gatti, svariati guardaroba e ben 37 anni di vita) ma quando decide di fare davvero sul serio allora diventa sostantivo e si trasforma in un sistema che, in quanto tale, è fatto di relazioni, strette tra il pensiero e ciò che quest’ultimo conosce.

Puoi mettere in relazione l’anatomia di un coleottero e un capospalla? Certo, a patto che tu conosca come sia fatto uno e come si costruisca l’altro.
«È evidente che non può far relazioni tra ciò che non conosce, e nemmeno tra ciò che conosce e ciò che non conosce. Non si possono stabilire relazioni tra una lastra di vetro e il pfzws. Si può invece stabilire relazioni tra una lastra di vetro e un foglio di gomma, per esempio». L’ha scritto Bruno Munari1, uno che di progettazione se ne intendeva, e pure di immaginari (aggettivi) e immaginari (sostantivi).

La prima cosa da fare, dunque, è conoscere. E qui c’è un’intera scuola che mette a disposizione spazi, materiali, metodi, tempo, persone, idee.

Laboratorio di progettazione 3, condotto da Maria Bonifacic con Lieke Pansters, 2016 (foto: Francesco de Luca)
Laboratorio di progettazione 3, condotto da Maria Bonifacic con Lieke Pansters, 2016
(foto: Francesco de Luca)

La seconda cosa è imparare a tirare fuori il meglio dalle relazioni di cui sopra: a rafforzare quelle esistono già, a coltivarle, ad allacciarne di nuove così che l’immaginario non solo cresca in salute ma diventi sempre più forte, scattante come un elastico ma tanto solido da costruirci sopra persino una carriera. E, di nuovo, qui c’è chi ti mette sulla strada giusta. Ma a questo punto è necessario saperlo raccontare attraverso le parole, le immagini, i prodotti, o tutto assieme. Ciascuno trovi la propria strada, il linguaggio più appropriato e con cui ci si sente meglio a proprio agio.

Perché è solo una volta che viene raccontato che un immaginario funziona, prende corpo nella testa di chi l’ha creato, comincia a vivere in quelle di chi lo usa, lo studia, lo compra, lo rivende, lo saccheggia («pigliate, pigliatene tutti», dice quel vanitoso dell’immaginario collettivo, che nessuno sa bene cosa sia ma tutti ne parlano), ci innesta nuove idee, ci fabbrica sopra il proprio, e così via.

S.S.

* * *

S.S. ovviamente sono io, che in un delirio di autoreferenzialità ho riportato un mio stesso pezzo, scritto per il volume che celebra i dieci anni di Iuav Moda, “creatura” fortemente voluta e splendidamente diretta da Maria Luisa Frisa, e che verrà presentato domani a Venezia in occasione della due-giorni di Fashion at Iuav.

Studenti del corso di laurea magistrale in visita da Bonotto, 2016 (foto: Francesco de Luca)
Studenti del corso di laurea magistrale in visita da Bonotto, 2016
(foto: Francesco de Luca)

Mesi fa mi fu chiesto di parlare proprio di questo, dell’immaginario intendo, che in una scuola così, fatta di desiderio e disciplina — come il titolo del libro ben ricorda — pare “parteggiare” più per il primo, ma senza disciplina a domarlo, razionalizzarlo, trasformarlo in progetto, l’immaginario se ne rimarrebbe lì, aereo e talvolta un po’ vago, nel suo iperuranio.

Non nego che, se ci fosse una lotta all’ultimo sangue tra quel fricchettone vizioso del desiderio e la rigida ma affascinante signora disciplina, col suo colletto alla coreana e gli occhialini neri, parteggerei per lui. Ma dopotutto in questi anni di frequentazioni iuaviane ogni volta mi sento come quel maestro elementare invitato per sbaglio a una conferenza di fisici quantistici.
E sono giunto alla conclusione che il mio piccolo, piccolo supporto in tutta questa storia sia più che altro di sostegno psicologico agli studenti stressati dal continuo rimettersi in gioco e dal costante scavare dentro di loro alla ricerca, ciascuno, della propria “voce”, della propria cifra stilistica.

Studenti del corso di laurea triennale in Design della moda al lavoro durante Fashion at Iuav, 2015 (foto: Andrea Lucia Foresta)
Studenti del corso di laurea triennale in Design della moda al lavoro durante Fashion at Iuav, 2015
(foto: Andrea Lucia Foresta)

Ma tant’è, come al solito di-vago troppo.
Parlavo di Fashion at Iuav, l’evento finale che ogni anno celebra i progetti realizzati dagli studenti della triennale in design della moda e della magistrale in moda, e che dall’anno scorso ha inaugurato anche una giornata — L’Italia è di moda, realizzata in collaborazione con Studio — dedicata al dibattito attorno al sistema moda (e non solo) in Italia (e non solo, di nuovo).

Di carne al fuoco anche in questa edizione ce n’è tantissima: il programma (che trovi qua sotto), al di là dell’emozionato ed emozionante show finale — quando le lacrime&sangue si sublimano in lacrime&gioia — è sterminato.
E gli ospiti speciali saranno tanti: designer (tra cui il fantastico duo M/M Paris) e giornalisti, industriali e docenti, curatori e artisti…

La conclusione, come tutti gli anni, sempre la stessa: un po’ brilli, tutti a chiederci “e adesso?”. I più fortunati, gli studenti. Gli unici che nel lo sanno ancora cosa succederà dopo.

invito

Schermata 2016-06-29 alle 14.18.29

Schermata 2016-06-29 alle 14.18.43

Altre storie
Save the date | Dataglitches: quando l’errore diventa bellezza