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Mettere l’anima vs. Vendere l’anima: Fashion at IUAV 2015

Questo è — cos’è, il quinto anno? — che partecipo all’evento finale di Iuav Moda, gli ultimi due visti anche in veste di docente, cosa che l’anno scorso mi ha messo in crisi (e non poco), non sapendo bene come travestirmi da osservatore esterno dopo esser stato quel bizzarro prof. che parlava per 8 ore di seguito, quello che a guardarlo sembrava l’antitesi stessa della moda, quello che faceva fare strani esercizi e che a un certo punto prendeva e portava tutti a fare una gita per la città (ma solo dopo un buon gelato), blocco per gli appunti in mano, mentre la gente fissava come fossero alieni quei ragazzi tutti intenti a guardarsi attorno e ad annotare gli “indizi” trovati qua e là.

Come prof. ho ritrovato quella ragione di vita che ogni tanto Frizzifrizzi fa vacillare, e infatti ogni anno sto lì a sperare che mi chiamino ancora, che mi affidino un nuovo gruppetto di poco-più-che-ventenni che pressappoco per la prima metà delle 80 ore che passiamo assieme mi guarda con quel misto di compassione, sorpresa e occhio indagatore e che poi finisce per raccontarmi di tutto, sfogando a parole e sulla carta tutta la fatica (che, credimi, è più di quanto tu possa immaginare) e i dubbi e i drammi e le epifanie e le scoperte che lo studiar lì dentro comporta.

Quest’anno, a spogliarmi delle vesti accademiche e a rivestirmi di quelle (più pop ma non troppo) di Mr. Frizzifrizzi ci sono riuscito grazie a mia figlia — metto le mani avanti e dico, a chi pensa che la citi un po’ troppo, nei miei articoli, che lavorando a casa passo gran parte del tempo con lei attorno, a farmi insegnare la vita meravigliosa e terribile di un bambino di 6 anni, quindi tanto di quel che faccio e di quel che sono da sei anni a questa parte passa anche attraverso di lei.

Fashion at IUAV 2015, backstage foto: Giacomo Cosua x Positive Magazine
Fashion at IUAV 2015, backstage
foto: Giacomo Cosua x Positive Magazine

Mia figlia, come tanti della sua età, va matta per i My Little Pony, che quelli della mia generazione credono sia la versione più commerciale e meno innocente dei “nostri” Mio Mini Pony ma che in realtà ne sono l’evoluzione all’ennesima potenza in fatto di sviluppo dei personaggi, narrazione e persino ironia (rivolta, quella, ai genitori che come me guardano le loro avventure).

Le protagoniste del cartone sono sei, Twilight Sparkle, Rainbow Dash, Applejack, Fluttershy, Pinkie Pie e Rarity, ciascuna col proprio carattere e le proprie passioni, in realtà tutte e sei in rappresentanza di altrettanti “lati”, più o meno dominanti, della personalità di un bambino — a dimostrazione di questo posso assicurare che non c’è pargolo che abbia sempre la stessa, come sua preferita: un giorno ti senti timida e dolce come Fluttershy, l’altro battagliera e sbruffona come Rainbow Dash, l’altro ancora saggia e secchiona come Twilight.

Mia figlia nei giorni scorsi era Rarity, la “fashionista” del gruppo, quella un po’ più superficiale ma pure altrettanto generosa, oltre che creativa.
Forse sapendo che sarei andato a Venezia per qualcosa di cui aveva capito solo la parola “moda”, mentre non c’ero si è messa a disegnare figurini dalle sembianze di pony.
Quando poi sono tornato a casa, a Bologna, e mi è letteralmente saltata addosso, ci siamo messi in camera sua a chiacchierare mentre mamma e sorellina erano di là a dormire, e ho cominciato a raccontarle di quel che avevo visto, dei ragazzi che avevano disegnato intere collezioni e le avevano fatte sfilare davanti a centinaia di persone.

Fashion at IUAV 2015, sfilata foto: Giacomo Cosua x Positive Magazine
Fashion at IUAV 2015, sfilata
foto: Giacomo Cosua x Positive Magazine

A quel punto i suoi occhi hanno incominciato a sognare. Abiti, sfilata, moda: termini per i quali i suoi unici riferimenti erano appunto relativi a Rarity e ai My Little Pony.
Allora si è messa a disegnare gli abiti, i suoi abiti, non quelli della serie animata, ciascuno pensato per la personalità e l’estetica delle protagoniste.
Ci stava mettendo l’anima, mia figlia, riuscivi a vederlo, lì, in diretta, con le sue piccoli mani che afferravano i colori e si fermavano a pensare, tracciavano segni, cambiavano colore…

“Mettere l’anima”, dare l’anima, vendere l’anima: non è esattamente la stessa cosa. E a Venezia il concetto ha iniziato ad aleggiare, leggerissimo eppur pesante come un macigno, fin dal primo giorno.
Mia figlia non li conosce i ragazzi che studiano allo Iuav ma riesce a immaginarli benissimo. E da quel che le ho raccontato Maria Luisa Frisa, che tira le fila dell’intero progetto da dieci anni, potrebbe vederla come Princess Celestia, il saggio unicorno alato dai capelli scintillanti e multicolore che regna su Equestria, il mondo dei pony. Ma vaglielo poi a spiegare, a una di prima elementare, un Renzo Rosso

È stato proprio lui, Rosso, nel “talk” che apriva la prima, lunghissima giornata di Fashion at Iuav 2015, dedicata ai dibattiti, a tirar fuori l’anima. Non la sua, però.
A un certo punto — seduto sul palco e intervistato da Federico Sarica, direttore di Studio, la rivista che co-organizzava insieme a IUAV la 24h L’Italia è di Moda — Rosso se ne è uscito con un “consiglio” agli studenti: «bisogna vendere l’anima al lavoro», ha detto.

Fashion at IUAV 2015, backstage foto: Giacomo Cosua x Positive Magazine
Fashion at IUAV 2015, backstage
foto: Giacomo Cosua x Positive Magazine

Proprio così, “vendere l’anima”, quella che fin da bambino ti insegnano essere la cosa più preziosa (letteralmente, per chi crede, o idealmente, per chi non viene toccato dalla fede), quella che se proprio devi venderla la vendi al diavolo, al male assoluto, così almeno dicono centinaia di parabole, storie, film; quella che quando la sacrifichi poi diventi come il Voldemort di Harry Potter.

Lì in sala, dopo quell’uscita, il pubblico è rimasto attonito, tutti a rimuginare, alcuni a pensare “ma l’ha detto davvero?”, nessuno però a metter bocca, a parte una signora evidentemente disgustata da quel che aveva appena sentito e che ha ribattuto un paio di volte per poi esser liquidata con sufficienza da Voldemort Rosso.

Parlandone poi, nelle ore successive, con un’altra insegnante, abbiamo concluso che la cosa del “vendere l’anima”, oltre a dimostrare come sì, è vero, le parole sono importanti, ma prima bisogna arrivare a un significato condiviso delle medesime — il che è ancora lontano dall’essere vero (e lo dimostrano pure la tante, spesso opposte, definizioni di “moda” date dai vari ospiti durante i talk) — oltre a dimostrare questo, dicevo, il “vendere l’anima” dal punto di vista di Renzo Rosso è funzionale al personaggio, è l’unica possibile filosofia se sei — o vuoi diventare — Renzo Rosso.

Fashion at IUAV 2015, backstage foto: Giacomo Cosua x Positive Magazine
Fashion at IUAV 2015, backstage
foto: Giacomo Cosua x Positive Magazine

Pure Rarity, mia figlia lo sa bene, una volta stava per vendere l’anima. In una puntata era riuscita a conquistare l’attenzione dei fighetti di Equestria, i ricconi con la puzza sotto il naso perennemente annoiati e sempre in cerca di novità.

Fashion at IUAV 2015, sfilata foto: Giacomo Cosua x Positive Magazine
Fashion at IUAV 2015, sfilata
foto: Giacomo Cosua x Positive Magazine
Per avere successo nell’alta società Rarity ha rischiato di sacrificare l’amicizia delle sue compagne che, un po’ rozze, la mettevano in imbarazzo con gli elegantoni, per poi riscoprire solo alla fine il vero significato dell’amicizia (valore che fa da sottotesto a tutta la serie animata).

Alla fine, come in un cartone o in un film, la vera lezione su lessico e valori l’hanno data i ragazzi, gli studenti, i piccoli pony che pur non essendo ancora certi di quel che diventeranno, intanto ci mettono l’anima (metterla, non venderla: alcuni magari un giorno lo faranno, ma non è questo il giorno) per costruire qualcosa.

Dovevi vederli, uscire dalle quinte al termine della sfilata, poi sciamare via, alcuni tra le lacrime (la catarsi, felice ma non priva di dubbi, di chi ha lavorato fino alle due di notte per mesi, e ha costruito, intrecciato, tessuto, imbastito, cucito, guastato e distrutto, poi ricostruito sulle macerie, fisiche e metaforiche, e alla fine, beh, è arrivata la fine), verso i genitori, i nonni, gli amici e dopo, congedati i parenti, riempire un’intera piazza di Venezia, seduti per terra, tra bicchieri di vino e abbracci, confessioni ed emozioni, flash che congelavano in decine di scatti le posture stanche, le gag improvvisate, il meritato “poter fare gli scemi” e quegli occhi eccitati e pieni di scintille.

Fashion at IUAV 2015, backstage foto: Giacomo Cosua x Positive Magazine
Fashion at IUAV 2015, backstage
foto: Giacomo Cosua x Positive Magazine

E pensare che fino a qualche mese fa Iuav Moda era a rischio, con la sede di Treviso da abbandonare causa mancanza di supporto da parte delle istituzioni locali (e quello del supporto del Sistema Italia verso tutta la filiera della moda italiana è uno dei grandi temi affrontato e uscito più volte durante i dibattiti).

Ora invece ecco il nuovo Iuav Moda, tra i canali di Venezia, dieci anni sulle spalle e chissà quanti ancora davanti, a insegnare ai ragazzi, Maria Luisa Frisa/Princess Celestia in testa, che la moda non è soltanto prodotto, mercato, marchio, marketing ma anche e soprattutto un oggetto culturale che trascende il prodotto e parla d’altro: parla del progetto che c’è dietro, parla del corpo, parla dell’anima (di nuovo) e soprattutto parla del tempo.
A insegnare ai ragazzi come metterci l’anima, senza doverla (per ora) vendere a niente e nessuno.

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