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Tutte le strade riportano alle Jibcon

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Se è vero che gli assassini sono propensi a tornare sul luogo del delitto, e chiunque ascolti Jessica Fletcher o Gil Grissom lo sa, allora io, sì, son colpevole. E pure recidiva. Seduta sul treno per Roma per il secondo anno consecutivo, mi muovo con destinazione Jus In Bello 2015, destinazione Convention italiana di Supernatural, destinazione delirio ormonale, io, il cast e circa altre 799 sciamannate, «più spiccioli, dove per spiccioli si intendono fidanzati e mariti, i timidi e docili accompagnatori» (commenta la mia vicina di passione).

E appunto non è la prima volta. Ne parlammo a suo tempo qui.

Il fandom — nel caso specifico la cosiddetta Supernatural Family —­ mi attende all’Hilton di Fiumicino dove rimarremo rintanati per il fine settimana, ufficialmente da oggi, venerdì 15, a domenica 18 maggio. E uso la concordanza al maschile solo per amor grammaticale, e non certo per il peso specifico della componente maschile tra gli attendees. Noi tutte pacifiche (torno al genere femminile per ovvi motivi) e starnazzanti di rossetti, regalini e smartphone, smaltendo le code per entrare in sala panel, in sala foto o in sala autografi. E aumentando il proprio Coefficiente di Muccabilità, nemmeno fosse l’handicap per giocare a golf.

Ma di questo parleremo forse un giorno a tempo debito (mentre in diretta, potere dei social network e delle chat, il telefono continua a trillare e twittare di avvistamenti romani dei vari Jensen Ackles, Mark Sheppard e compagnia bella, muovendo orde di fans per la capitale come eserciti di Risiko).

La cosa diversa su cui medito ora dal treno è che se lo scorso anno non sapevo chi fossero i Louden Swain, questa volta invece lo so e la cosa mi rende più felice. Si parla di Rob Benedict, adorabile e carismatico, estremamente potente con tutto il suo buon garbo, che nella serie interpreta il mitico (in senso etimologico pieno) Profeta Chuck regalandoci momenti di amore e pura devozione.
E si parla del suo gruppo, che prende il nome da un personaggio interpretato da Matthew Modine in Vision Quest, film culto anni ’80.

I Louden Swain si dichiarano autentica indie band i cui componenti [NdR: Michael Borja al basso, Stephen Norton alla batteria, Rob Benedict cantante e Billy Moran alla chitarra] di giorno hanno un lavoro “vero” e solo la sera saltano sulla zucca e diventano rockstar. Per questo motivo a Roma si esibirà solo Rob, con chitarra acustica e ospiti assortiti (come Richard Speight Jr, aka l’arcangelo Gabriel in Supernatural).

I Louden Swain sono ovviamente una cosa un po’ diversa. Parliamone. «Oggi [al 6° album, Sky Alive] ci descriviamo come una band indie rock, americana, o qualcosa che sta tra le due cose» mi raccontano in collettiva via mail. Ma come sempre è meglio ascoltarli, e vederli.

L’aspetto più interessante per me è però quello dell’Indipendenza. Le parole sono importanti. Cosa significa in fondo? «È un sacco di lavoro: non possiamo dire di aver scelto di essere indie per un motivo particolare. Probabilmente un po’ di supporto in più sarebbe d’aiuto, ma siamo tutti “control freak” ed è bello per noi sapere quello che succede, cosa entra e cosa esce. Siamo una vera indie band e tutte le decisioni le prendiamo come gruppo. Produciamo da soli i nostri cd, ad esempio, e definiamo tutto da soli, dall’ordine delle canzoni alle sonorità dell’album, dall’artwork del cd a chi dovrebbe suonare cosa in ogni canzone. Ogni cosa è stabilita insieme».

Naturalmente gli equilibri in questa situazione si fondano sul fatto che ognuno di loro vive in un territorio di confine tra Clark Kent e Superman: la libertà sembra veramente essere una faccenda importante per Rob Benedict e i Louden Swain. Questo è il bello.

E la risposta di Rob alla domanda beghina e banalotta su come mette insieme l’attore e il cantante che abitano nel suo corpo, lo sottolinea: «C’è una certa libertà che deriva dall’idea di essere il cantante di una rock band. Mi piace vivere in questo spazio. Mi rende libero. E mi sento allo stesso modo recitando in una parte. È come se qualcuno mi mettesse in mano le chiavi e mi dicesse “fai
quello che vuoi!”».

Non so se effettivamente sono pronta. Ma il treno sta per arrivare a Roma.

editorialista

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