Confessione di una fan

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A volte nella vita accettiamo sfide improbabili con l’incoscienza dell’eroe e solo a posteriori, specchiandoci negli occhi degli amici e nella loro malcelata perplessità, capiamo di aver oltrepassato uno dei rari Punti di Non Ritorno della nostra vita. Niente sarà più come prima, a meno che non si possieda la coscienza di un criceto. E continuiamo quindi a spiluzzicarci con noncuranza la nostra folta coda di paglia.

Preambolo necessario, questo, indirizzato a qualunque Scettico Apriorista. Lo so cosa pensate, non crediate. Ma prima di andare oltre e giudicare, vi invito a ricordare i vostri slanci e le vostre cabale mistiche da Finale di Campionato, le trasferte con la curva avvolti in sciarpe e bandiere bicolori, o le femminili tensioni da Mamma Cinghiale che difende i cuccioli di fronte all’occasione dei saldi della vita.

Fermatevi un attimo prima di dire «Ma come è possibile? Io non lo farei di certo». E ve lo dico per simpatia. È qualcosa di più grande di tutti noi.

la famiglia Winchester, protagonista di Supernatural
la famiglia Winchester, protagonista di Supernatural
Dissolvenza e in sovrimpressione fate come se comparissero le parole A year before.

«La Convention di Supernatural a Roma? La serie TV con i due fratelli che cacciano demoni in giro per l’America? Jensen Ackles di San Valentino di Sangue? Quel Jensen Ackles (pausa) a un raduno di fan e attori (altra pausa)… Uhm (pausa). Sì (sorriso), ci sono», risposi spavalda.

Immaginandomi certamente professionale, antropologa del pop, occhiale calato e blocco per appunti, mentre mi aggiravo sorridente e materna tra le fan.
«Io? Ma ti pare che sia una di quelle che si emozionano davanti ad un attore? Alla mia età?», andavo rassicurando le amiche preoccupate che la mia fosse una crisi ormonale pre-menopausa piuttosto che il pretesto per una gita di indagine. Io ci credevo, ma era già troppo tardi.
Prima di procedere, però, se non sapete cosa sia Supernatural e volete dare una svolta alla vostra vita guardate qui. Vale la pena. Oppure tacciate per sempre.

Riassumendo dunque, da una parte abbiamo una serie televisiva arrivata oggi alla Nona Stagione, tra demoni, angeli, cacciatori di mostri, provincia americana, “family business”, Apocalisse, Luciferi e cose così. Dall’altra abbiamo le fan, o meglio Il Fandom: ricordate questa parola.

Un fandom particolarmente assiduo e attivo, che sul telefilm vero e proprio discute, intesse e crea. Cosa? Di tutto, fanfiction, fan art, disquisizioni telefilmiche e sociologiche, fantasie di fuga e via dicendo.
Ogni fandom, uno per serie tv o per saga più o meno epica, è un universo in espansione, che si nutre e prospera sugli input che arrivano dallo schermo, li moltiplica, li riproduce, li rigenera. Provate a far un giretto su tumblr usando come chiave di ricerca il nome del vostro telefilm preferito. Potreste scoprire cose imponderabili. Da qui poi nascono le community e i legami che si rinsaldano di convention in convention, in giro per il mondo.

Hilton o Overlook?
Hilton o Overlook?

In Italia arriva ben poca di questa onda. Accanto a Supernatural, di cui seguono vicende di vita vissuta, l’unica altra esperienza simile di mia conoscenza è la Love&Blood Itacom, raduno non ufficiale di fans e cast di The Vampire Diaries, tenutasi nel 2014 sempre a Roma, la settimana dopo la JIBCon. Ma roba minore, rispetto alla cosiddetta Supernatural Family, anche se non vorrei (ipocritamente) offendere la suscettibilità di nessuno.

Ma poco sopra mi ero fermata al mio tranquillo e inconsapevole “Sì, lo voglio”.
Un anno dopo, cioè qualche tempo fa (maggio 2014), eccomi arrivare aggrappata al mio trolley all’Hilton di Fiumicino, insieme all’amica responsabile della mia perdita dell’innocenza. Con noi altre svariate centinaia di signorine (800?) emotivamente effervescenti e rappresentanti di molte parti del globo.

Età variabile tra i 7 (sì, anche un bambino di 7 anni, che non vale come donna, ma sua zia che lo accompagnava sì, che si aggirava con occhiali da hipster e sguardo concentrato) e approssimativamente i 65 anni, quasi tutte recidive e armate di doni, lettere e macchine fotografiche. Qualche maschio c’era, non lo nego. Anzi. Ma veramente pochi e tra loro pure alcuni docili fidanzati della specie “accompagnatori”.

studio sul programma
studio sul programma

Questo sarebbe il momento della domanda fondamentale, quella che tutti mi rivolgono con sguardo vacuo e a cui ci si aspetta la risposta che dovrebbe colmare il fossato tra il di qua e il di là. «Ma cosa si fa ad una Convention di tre giorni dentro ad un albergo?»
Eh già. Cosa si fa? “Fare”, perché siamo tutti ossessionati da questa “febbre del fare”? È poi così importante “fare”? La risposta non colmerà nessun fossato, ahimè, anzi.

Quello che ho fatto io quest’anno, con il mio plebeo Hunter Pass (il più economico, a cui tutti gli altri passavano davanti di diritto), è stato perlopiù stare in coda e aspettare il mio turno. Ebbene sì, perché per muovere ottocento fanciulle in qua e in là non è facile, ci vogliono disciplina, recinti da aeroporto e pure una security seria vestita come l’agente Smith in Matrix. Che si coordina con il walkie talkie, ti conta, ti indirizza da un altro signore della security verso cui tu sgambetti speranzosa con il cuore sempre teso all’obiettivo: “Loro”, i fratelli Winchester, Castiel, Crowley il re dell’Inferno, gli angeli Baltazhar, Gabriel e Gadreel.

E così il tempo si passa in fila preoccupandosi dello stato dei propri capelli, decidendo se è meglio aspettare per un autografo (il momento_autografo ha un quoziente di devozione da udienza papale velocizzata), o per un photo-op (ed et voilà, la voce dell’Urban Dictionary che chiarisce i dubbi), dimenticandosi dei pasti, domandandosi ossessivamente che posa tenere durante lo scatto (guardare in camera? guardarlo negli occhi? indossare item caratteristici?), ripassandosi maniacalmente il trucco (io, epigona di Moira Orfei) oppure addirittura correndo in camera in preda allo sconforto a cambiarsi d’abito (una valigia che nemmeno Lady Gaga in concerto poteva mettere insieme, la mia).

le code (foto di Francesca Guidi)
le code (foto di Francesca Guidi)

Ma le più fortunate (quelle dai Pass più alti) e anglofone hanno assistito ai panel (panel = incontro con i protagonisti sul palco), durante i quali “succedono le cose”, quelle che saranno instagrammate, ricordate e rebloggate nei tempi a venire.

Per non parlare del famoso e ambito Cocktail Serale, sempre per le fortunelle dal dito veloce nell’invio della domanda e dal portafoglio più capiente, o dei concerti, come quello di Rob Benedict, aka “Profeta Chuck” sullo schermo, ma anche cantante dei Louden Swain (sentirete presto parlare di loro).
Insomma, mai annoiate.

un video-panel
un video-panel

Ma — almeno io — sempre tormentata dalla sensazione di essere una gallina in batteria o una mucca da recinto, idea costante anche se mitigata dal collante della solidarietà. E dall’azzeramento dell’età anagrafica.

Di fronte a Jensen Ackles, Jared Padalecki o Misha Collins siamo tutte sedicenni. O, come nel mio caso appunto, Mucche. In particolare se gettate in corsa come trote salmonate tra le braccia di Misha Collins davanti al fotografo: nemmeno il tempo di capire che stavo sudando accanto all’angelo Castiel per quella che sarebbe stata la foto d’onore che nel mio salotto avrebbe sostituito quella del matrimonio, che mi son nascosta dietro al ventaglio, fedele compagno di accaldamenti.

avvinghiata a Ty Olsson
avvinghiata a Ty Olsson

Risultato: il ritratto di una signora uscita dalla Traviata scattato post mortem, come in The Others. Con Jensen Ackles ho quasi pianto, mentre a Ty Ollson mi sono avvinghiata come una koala che sbocconcella il suo eucalipto. Le amiche, nemmeno a dirlo, han tutte foto da Red Carpet che mi hanno segretamente mortificato, di fronte al mio belante imbarazzo.

Ma ben altro è stato lo tsunami di immagini e video che si è diffuso dall’Hilton per invadere il Mondo_di_Fuori tra twitter, pin, reblog con lo scopo di nutrire la permanente febbre da “fangirl”, sempre alla ricerca di sangue fresco per le proprie fantasie.

con Misha e Jensen
con Misha e Jensen

Da qualche settimana invece la prospettiva si è fatta diversa, proiettata sulla prossima Convention, la JIBCon 2015. E solo da poco posso dire — sollevata — di essere a malapena riuscita ad assicurarmi un Pass 2015 sottoponendomi insieme alla mia Compagna Iniziatrice a rituali che pensavo avrei visto solo in The Big Bang Theory.

https://www.youtube.com/watch?v=5aaDiNAy_68

Con grande spargimento di ansia naturalmente. (“Punto di Non Ritorno” ricorda a intermittenza un neon fluorescente sulla mia fronte). Perché sono oltre 500 le aspiranti che per il 2015 non ce l’han fatta. Con relative sanguinose polemiche impazzate sui social network vari.

Ma in effetti aumentare il numero delle iscritte significherebbe aumentare la percentuale di “muccabilità” di ognuna, con code, attese e via dicendo. Ce le avesse una rockstar delle groupie così. Groupie di cui io mi son ritrovata in un attimo ad essere la Zia.

il selfie di Jared su twitter
il selfie di Jared su twitter

L’ultima sera infatti son rientrata in stanza anelando ad un secondo di quiete, con tanto di lancio delle scarpe sul letto e di un sospiro nell’etere. Tutto quello spandersi intorno di testosterone scintillante dopo un po’ obnubila i sensi.
Per l’anno prossimo suggerirò allo Staff di diffondere attraverso i condotti di aerazione valeriana nebulizzata o magari i feromoni per i gatti, quelli che li narcotizzano. Ad una certa età, come dice Lady Grantham in Downton Abbey, l’eccitazione va dosata, e io concordo.

«Ciao, mi chiamo Francesca e ho un problema con una serie TV», posso dire oggi, dopo essermi trasportata attraverso tutte le cinque fasi dell’elaborazione del lutto, arrivando all’accettazione.

Ma il mondo di una fangirl non si ferma mai. Se devo aspettare un anno per arrivare alla prossima Convention, si sono appena aperte invece le iscrizioni per il GISHWHES (The Great Scavenger Hunt the World Has Ever Seen): caccia al tesoro a fini benefici, inventata da Misha Collins (l’angelo Castiel di cui sopra), che ha battuto 5 Guinness dei primati, per una settimana di prove folli e “random acts of kindness” da cui emergerà un unico team vincente, premiato nondimeno che con un weekend survivor style su una nave pirata in Croazia capitanata da Misha stesso.

E la storia continua.

the day afer: dove sono tutti?
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editorialista
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