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Enologica 2013: linguaggi, estetica e filosofia

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Quante fiere ho visitato in tutta la mia vita?
Decine, forse qualche centinaio…
In principio erano quelle agro-alimentari e meccaniche al seguito di babbo, in quegli anni era il solo modo per passare un po’ di tempo con lui, poi vennero quelle fatte per tirare su qualche soldo gli ultimi anni di università, quelle sull’efficienza energetica di nuovo insieme a babbo ma questa volta come colleghi/soci, quelle variopinte (mi riferisco agli avventori) della moda insieme a Simone, quelle ancora più variopinte di cosmetici…

Comune denominatore in tutte è quello stile fiera sempre un po’ troppo formale ed asettico, raramente dotato di racconto. La fiera come contenitore neutro o quasi di realtà che devono costruirsi singolarmente il racconto.

Enologica è un po’ un’eccezione, perché qui il racconto è corale ma univoco ed inizia subito. Per parlare dello stile di Enologica si deve partire innanzi tutto dalla scelta del linguaggio. Lo abbiamo raccontato domenica scorsa con il glossario semiserio, Giorgio Melandri e i suoi sono tra i pochi nell’enogastronomia italiana di livello ad utilizzare un linguaggio volto a coinvolgere le persone e non solo gli addetti ai lavori. Perché va bene, l’enogastronomia è un lavoro per produttori, chef, critici enogastronomici, redattori di guide, giornalisti, perfino per qualche blogger e per molti presenzialisti, ma alla fine quei prodotti, quei ristoranti e quei vini di cui si parla con parole tanto altisonanti, con un taglio così escludente, li compro io, li frequento io e io non voglio aver il dizionario alla mano, né fingere di sentire aromi di frutti esotici o pietra focaia nel mio bicchiere di vino, ma solo godermelo possibilmente in buona compagnia!

Finita la disgressione, torniamo ad Enologica.
Dice Giorgio Melandri: «Enologica è una architettura dove l’estetica ha un valore importante, diciamo che Enologica ha un vestito e, soprattutto, uno stile. Il racconto dell’Emilia-Romagna deve essere leggibile a quante più persone possibile e il linguaggio è uno degli strumenti forti della condivisione, quello che ha immediatezza, che è universale, che buca l’aspetto “tecnico” del cibo e arriva a tutti».

Il racconto del prodotto e del vino dell’Emilia–Romagna inizia quindi fin dalla grafica, quella che i più fighetti chiamerebbero la corporate identity.
Realizzata dalla brava illustratrice Monica Zani, l’immagine di Enologica 2013 ha al centro la piazza, artisti di strada, teatro popolare. Una festa di strada in fondo è il momento in cui si celebra l’identità della comunità con la sua musica, la danza tipiche, le persone e i personaggi più bizzarri, i monumenti più belli ed ovviamente anche con il cibo ed il vino.

E così Sangiovese. Castello di Rivalta (Piacenza). Lambrusco. Battistero e Reggia Colorno (Parma). Piada. Duomo di Reggio Emilia e bandiera tricolore. Mortadella. Duomo di Modena, Sinagoga di Finale Emilia. Tortellini. Cattedrale di San Giorgio e Palazzo Diamanti (Ferrara). Pera abate Fetel. Due torri, San Petronio e i portici (Bologna). Parmigiano Reggiano. Teatro Longiano. Coppa piacentina. Arco di Augusto e Ponte di Tiberio, Rimini. Culatello. Mosaici di Ravenna. Pane ferrarese. Magazzino del sale Cervia. Prosciutto di Parma. Piazza Nuova a Bagnacavallo. Vongola, sogliola e canocchia. Duomo di Faenza. Tagliatelle. Romagna.

Un tripudio!
In una festa di colori che mettono allegria contagiosa.
Perché, come ha sostenuto Giorgio in conferenza stampa, l’identità non va letta in un’ottica storica e riferita solo al glorioso passato, ma trasposta in prospettiva futura. In Emilia Romagna molto si è fatto in ambito agroalimentare, c’è una filiera che è diventata un modello, ma c’è tantissimo potenziale ancora inedito. C’è parecchio futuro!

L’attenzione ai minimi dettagli, l’impressione che nulla sia stato lasciato al caso, quel logo gaudente che fa capolino su grembiuli, salva goccia marchiati, levatappi marchiati, borse portabottiglie, glacette fa compartecipare anche gli oggetti tecnici e funzionali al racconto intero della festa.

«Enologica 2013 è nel centro di Bologna, nel palazzo Re Enzo, uno spazio bellissimo, un luogo di incontro per eccellenza. Per questa ragione si è ritenuto che l’allestimento non abbia la necessità di qualificare o rivisitare l’ambiente, ma semplicemente risolvere alcune esigenze operative (solo le fondamentali) per gli operatori e i visitatori». È quanto dice Davide Cristofani, dello Studio di Architettura Magaze di Faenza.

Nasce così un banco di mescita ispirato alle casse che venivano utilizzate per la vendemmia. Nessun disegno, nessun fronzolo, solo legno di pioppo dell’alta Valle del Lamone in Appennino e lavoro manuale di artigiani faentini. Semplice e pulito perché a fare il racconto saranno Bologna, Piazza Maggiore, la statua del Nettuno che occhieggia lì sotto quei finestroni, le maestose sale di Palazzo Re Enzo, ma soprattutto produttori e prodotti!

Già ma chi è il visitatore tipo di Enologica? E gli espositori? I giornalisti? Che stile ha chi partecipa a Enologica? Scommetto che neanche a The Sartorialist sarebbe mai venuto in mente di appostarsi ad osservare come si vestono produttori di vino in trasferta o chi partecipa a una fiera enogastronomica, che facce hanno e come si vestono. Ecco qualche scatto.

Ora devo andare a godermi altri due giorni di fiera, domenica prossima avrete il racconto finale!

photos Francesca Arcuri + Enologica

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