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vecchia cartolina anni '70/80

Saluti da Monsano

vecchia cartolina anni '70/80

Un signore con camicia a fiori stile hawaiano entra ed ordina un cappuccino. Chiama la barista (Riccarda, più di trent’anni di matrimonio sulle spalle, molti dei quali passati incastrata dietro al bancone del bar con suo marito, Massimo) signorina, ha un marcato accento toscano, che da queste parti allarga quel tanto le maglie della tipica e campanilistica diffidenza paesana da evitare a quelli del posto, abituati nella maggior parte dei casi a parlare dialetto da quando, da bambini, sentono per la prima volta sci in luogo del , fino a quando non chiudono per l’ultima volta gli occhi sul mondo che per cinquanta, sessanta, settanta, ottanta anni o più è ruotato attorno a loro—toscano (ma pure romano, umbro, abruzzese) = lontano cugino—di avventarsi nei territori del pur così vicino idioma ufficiale nazionale come invece costringe a fare, con risultati a volte comici, la presenza di uno del nord, che qua corrisponde a tutto ciò che c’è da Pesaro in su.

Sono seduto in uno dei tavolini davanti al bar che c’è in piazza, a Monsano, il paesino marchigiano dove sono cresciuto, a godermi un agosto di totale riposo lontano da mail e social network, il telefono tenuto perlopiù spento, le notifiche disattivate, ben felice di non sapere cosa stiano facendo gli altri e di non far sapere agli altri cosa stia (non) facendo io, intento—a posteriori posso permettermi di raccontarlo senza dover seguire commenti e mettere i like d’ordinanza ai commenti—a passare le giornate passeggiando in campagna o stravaccato su una sdraio a leggere libri e quotidiani, buttare giù pezzi che nascono dal nullafacere e dal puro e semplice osservare (e di tanto in tanto, meno pigramente, vivere) quel mi sta attorno, invece che dai soliti comunicati stampa, inviti, messaggi su facebook.

Bevuto il cappuccino il signore con la camicia a fiori si siede anche lui in uno dei tavoli fuori dal bar, accanto ad Aquilino, detto ‘Quilino, uno dei tanti protagonisti della vita di piazza, robusto e sanguigno personaggio da commedia all’italiana dei tempi d’oro. «Per i’mmare» chiede l’hawaiano, «dove si va?». Dipende da che mare. Il signore con la camicia a fiori preferisce i sassi o la sabbia? Ha bambini? Spiaggia libera o stabilimento balneare? Vuole arrivarci passando per la superstrada o addentrandosi nelle stradine provinciali e comunali? (A)quilino gli presenta il ventaglio di alternative. Sopraffatto dalle possibilità, il toscano cambia discorso. «È un nel paesino, huesto. Tutto nuovo». (A)quilino, con garbo, dissente: «forse ha visto la parte nuova ma qua» con un gesto delimita l’area che va dalla chiesa alle mura del castello, dove tra l’altro abita lui stesso, «qua c’è la parte vecchia, storica».
«E pensare che non è indihato neppure sulla hartina» dice l’hawaiano.
«Dipende dalla cartina» osservo io.

Massimo, il barista, deve aver sentito tutto perché pochi istanti dopo si precipita fuori con un libretto verde in mano: «ecco, la cartina delle Marche». Il toscano la prende tra le mani, sembra saggiarne il peso come fosse qualcosa che si vende ad etti. «Dipende da huanto me la metti». Massimo la riprende in mano, infila gli occhiali e ne studia le scritte in piccolo. «È uscita col giornale», dice, senza specificare quale giornale «qua dice 7 Euro». La ripassa al signore con la camicia hawaiana che è sia divertito che sorpreso dal prezzo, a suo parere troppo alto.
«Ma lì sopra Monsano c’è» faccio io. E ridono tutti.
Gli consiglio di farsi un giro a Morro d’Alba. (A)quilino gli spiega la strada. Entrambi concordiamo sul fatto che se deciderà di passare da Morro d’Alba, patria del vino Lacrima, non potrà non portarsi via qualche bottiglia del fantastico nettare rosso che si produce solo lì.

la piazza del paese: sulla destra c'è il bar; le cartoline anni '70/80 (notare le auto) sono le uniche tuttora in vendita al bar

In quel momento passa Oriano, detto Orià. Chiede se qualcuno ha visto Romano. Ma di Romano, tra gli scritturati per la perenne commedia di piazza, ce ne sono due: il fornaio e il professore. Orià(no) cerca il fornaio. Che quel giorno non si è ancora visto, nonostante il forno sia a non più di 50 metri dal bar). Per la cronaca, non s’è visto nemmeno il professore ma sapere quale Romano stesse cercando Orià(no) è comunque essenziale nella tipica raccolta di informazioni che, più o meno sottotraccia, si svolge ininterrottamente da decenni e passa come un testimone dai vecchi ai bambini, almeno quelli che sceglieranno di non andarsene e che si trasformeranno anno dopo anno nei personaggi che la commedia cucirà loro addosso, semplificando pensieri, gesti e dialoghi e sacrificandone magari la stessa identità per assecondare il copione.

La continua raccolta di informazioni—e dunque il controllo del territorio—è molto di più che una delle caratteristiche della vita di paese, ne è il cuore, che coincide geograficamente con la piazza, quella che i nuovi centri urbani e l’espansione indiscriminata delle città, schiave della speculazione edilizia e di politiche urbanistiche poco intelligenti o del tutto assenti, ignorano o addirittura ne trasferiscono il ruolo ai centri commerciali che come funghi sono spuntati e continuano a spuntare nelle periferie. Scrive un architetto ed urbanista come Leonardo Benevolo nel suo bel libro/intervista La fine della città (Laterza 2011): «L’ambiente abitato non è più strutturato su distanze percorribili a piedi, ma solo in auto. Questa espansione, che riduce l’importanza del centro antico, non è controbilanciata dalla creazione di altri centri, che quando si formano sono un prodotto occasionale e non rispondono a un disegno preordinato».

Intanto il bar si riempie. Chi compera un gratta e vinci, chi prende il giornale, chi lascia un caffè pagato a qualcuno, chi va a riscuotere il caffè pagato da qualcun altro, chi prende le sigarette; una signora, la madre di uno che era alle medie con me, prende un portachiavi-portafortuna da regalare: cornetto rosso, pelo di tasso, quadrifoglio e l’immancabile gobbetto; i Vigili Urbani si fermano a far colazione; una famiglia si ferma in cerca di pastarelle ma sono già tutte finite e se ne va a mani vuote; la madre di un altro mio compagno delle medie arriva con la nipotina e chiede un abito bianco per la Barbie («ce l’abbiamo. E se la nonna vuole fare un bel regalo abbiamo pure una Barbie nuova», parola di Massimo che senza corsi di marketing e senza seguire qualche stratega della comunicazione su twitter sa che basta guardare negli occhi la bambina ed evocare futuri pomeriggi di gioco con la sua futura Barbie nuova per lanciare un amo a cui è impossibile non abboccare).

Nei pochi metri quadri del bar c’è di tutto. E quello di Massimo e Riccarda, che fanno fatica a stare in due dietro il bancone senza incastrarsi quando ad esempio uno dei due deve andare alla cassa a battere lo scontrino e l’altra allungarsi verso la macchina del caffè o la vetrinetta delle brioche, è appunto molto più che un bar. È anche edicola, cartoleria, tabaccheria, ricevitoria, negozio di giocattoli o per gli acquisti dell’ultimo minuto—dal latte allo zucchero al sale, fino ai regali da fare agli amici per non presentarsi a mani vuote ad un invito a cena. A chi ci mette piede per la prima volta sembra di essere arrivato nel bel mezzo di una catastrofe, un uragano circoscritto al locale che ha schiaffato e accatastato in ogni singolo centimetro quadrato tanta roba da riempire un supermercato.

altra visuale d'epoca della piazza: oggi quasi tutto è rimasto pressoché identico, ma la fontana è vuota ed i fiori delle aiuole sono morti; sulla destra il panificio di Romano, che ha ancora lo stesso tendone

Ma il bar è anche e soprattutto punto d’incontro e centro d’emergenza per chiunque abbia un problema da risolvere.
Ad un certo punto arriva Riccardo Scarpini, uno dei personaggi anziani, una vaga somiglianza con Giorgio Gaber, conosciuto nel paese come Scarpì (l’invisibile e oscuro regista della commedia per alcuni personaggi ha mantenuto il nome di battesimo; per altri il cognome, soprattutto se buffo o evocativo, spesso troncandone la fine; ad altri ancora ha affibbiato soprannomi, che magari arrivano da lontano e a volte si tramandano di padre in figlio).
Scarpì(ni) è magrissimo e bianco come la canottiera che porta infilata nei pantaloni a vita alta. Dietro agli occhiali da sole ha lo sguardo smarrito. Cammina impacciato con un foglietto di carta in mano. Ha perso la bolletta della luce e all’ufficio postale gli hanno detto di andare a Jesi, la cittadina più vicina, la “capitale” della Vallesina, alla sede dell’Enel. Che però «non è più dov’era prima» dice Riccardo, «e allora sono andato alle poste centrali di Jesi dove mi hanno detto di chiamare questo numero». Ci fa vedere il foglietto di carta. Sopra ci sono due numeri che iniziano con l’ottozerozero d’ordinanza.

Scarpì è imbarazzato. Ha una faccia che pare uscire davvero da una canzone di Gaber—la smorfia che porta sul viso / un uomo a confezionarla ci impiega una vita / e non sempre riesce a terminarla / da quanto questa smorfia è complicata—ma è lì per chiedere aiuto.
Ha detto di aver provato a chiamare il numero verde ma di non aver capito quello che dicevano. Il magico mondo dei centralini automatici non prevede che dall’altra parte ci sia un uomo anziano in canottiera abituato a parlare con persone in carne ed ossa.

Il bar si mobilita. Arriva una penna. Mi faccio avanti io per chiamare. In quel momento sono il più giovane che c’è a disposizione.
Il primo numero è sì dell’Enel ma non porta da nessuna parte, serve per segnalare guasti alla rete elettrica e la voce automatica sembra non riconoscere la mia voce che dice tre (e chissà perché mi chiede di farlo a voce) e alla fine la chiamata si interrompe automaticamente. Il secondo numero è quello giusto. Mentre mi districo tra i tasti da premere per selezionare l’opzione giusta e parlare con qualche voce umana mi chiedo perché in nessuno dei due uffici postali a qualche impiegato non sia venuto in mente di chiamare lui stesso il centralino dell’Enel per risolvere il problema ed evitare ad un vecchietto confuso di girare a vuoto in auto per la città.

Riesco finalmente a parlare con un’operatrice. È gentile, ma poi mi chiede il codice fiscale di Scarpì. Attimo di panico. Riccardo non sa quale sia. Ci mettiamo a frugare nel suo portafogli e per fortuna lo troviamo. Ecco il codice cliente, ecco l’importo della fattura. Ennesimo problema risolto dall’intelligence del bar della piazza. Senza internet. E col valore aggiunto di un sorriso al termine di ogni eroica impresa, dall’auto in panne agli orari della farmacia di turno, dal numero dell’idraulico low-cost—il solito cugino di un cugino— alla bolletta smarrita.

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