Naturally Clicquot by Cédric Ragot

La partenza per Milano ha il suono stridente di preziosi cristalli francesi che, neanche troppo metaforicamente, si infrangono e l’odore misto di caffè, cornetti caldi, polvere, plastica, disinfettante, odori umani misti a deodoranti scadenti e profumi brandizzati usati in profusione, tipici di ogni aeroporto, in più l’odore di cibo peculiare di ogni aeroporto calabrese che si rispetti, già perché è inevitabile se partono i calabresi, ovunque si dirigano, trasportano cibo.

Il soggiorno ha il suono delle voci affettuose dei tanti amici ritrovati, delle flûte di Champagne Veuve Clicquot, che tintinnano leggermente ad ognuno degli innumerevoli brindisi fatti. Il suono delle voci festanti di 5 donne, 5 amiche che dopo mesi di tweet, messaggi ed email riescono a raccontarsi a voce davanti ad una tavola imbandita che parla spagnolo ed ha il sapore frizzante ed alcolico del Tinto de Verano. L’odore di metropolitana metallico e umano. Il prezioso profumo di Roberta, i tanti piacevoli odori del cibo degustato.

Il ritorno ha l’odore di casa, di campagna e zagara finalmente in fiore. Il suono della promessa fatta a Stefania e quello della voce di un padre, che ha intuito che la figlia, per lui sempre bambina, sta per spiccare il volo di nuovo, cambiando il corso della sua vita ancora una volta e prova, poco convinto anche lui, a sostenere: “Dai è meglio la Calabria, Milano è brutta, grigia, fredda e sporca; qui abbiamo il sole, la luce, il mare, i colori della campagna… Io a Milano non vengo manco a trovarti, al massimo a Bologna. Ecco sì, a Bologna sì. Torna a Bologna, Bologna è bella…
Dunque sono stata una settimana a Milano, per il Salone del Mobile, anche se come molti sanno io più che a Salone e Fuori Salone, mi sono dedicata a nuovi e vecchi amici.

Tra i vecchi amici ormai da anni non posso non annoverare l’intero team internazionale della Maison Veuve Clicquot, da cui sono stata adottata nell’ormai lontano 2008. Al Salone del Mobile 2013 la Maison francese, oltre ad avere una lounge in cui era possibile degustare lo champagne a la flûte ed ammirare da vicino il Veuve Clicquot Airstream (e credetemi sulla parola, sinceramente non mi spiego il perché, ma andava forte), ha presentato il nuovo packaging ideato dal giovane designer francese Cédric Ragot.

Cédric Ragot lo incontro al Salone del Mobile dove dopo anni di vadoalSalone quest’anno effettivamente ho finito per entrare!
Il suo entusiasmo nel raccontare questo suo nuovo ( è il secondo ) progetto con la Maison Veuve Clicquot è talmente alto che finisce per farmi incuriosire ed interessare ad un oggetto che devo confessare all’inizio, a prima vista, non è che mi avesse colpita molto.
Mi racconta, che è stato felice di questa seconda esperienza con Veuve Clicquot, che lo ha chiamato anche in virtù della sua collaborazione con una nota ditta internazionale di gelati, per il cui 50 anniversario aveva creato un packaging celebrativo ed isotermico.
Che la Maison Veuve Clicquot gli aveva dato come indicazione la necessita di creare qualcosa di attento all’ambiente, che fosse la prosecuzione naturale della Design Box. Ricordate?
Una scatola di cartone, presentata sempre a Milano nel 2009, prodotta scegliendo materie prime -colle e inchiostri inferiori al 5% del peso totale del prodotto, eliminazione della pellicola di plastica, carta proveniente da foreste controllate da FSC – Forest Stewardship Council- e con una logistica distributiva – meccanizzata e pieghevole, è consegnata piatta, limitando così le emissioni di CO2 – a basso impatto ambientale. Ma al tempo stesso che fosse anche producibile su larga scala a costi accettabili.

Così si è arrivati a scegliere questo materiale fatto di carta a fecola di patate, che è 100% biodegradabile in 6 mesi. Per intenderci, mi dice Cédric, se lo lasci nel giardino di casa, dopo 6 mesi non trovi più nulla. Un materiale in grado anche di mantenere al fresco un bottiglia per 3 ore.
E visto che la funzione è il trasporto isotermico di una bottiglia di champagne, aggiunge, la forma non poteva che innanzi tutto avere come fine quello di garantirne la sicurezza.
L’ispirazione arriva innanzi tutto dalla natura, il rispetto della natura. E che cosa ricorda più la natura se non la pianta della vite? Il legame con le terra delle sue radici e il protendersi verso il cielo del resto della pianta? Quindi si parte dalla forma della vite e dal simbolo matematico dell’infinito che lega tutto!
La scelta del colore bianco è dettato dalla volontà di rendere l’idea di qualcosa di naturale, bianco come simbolo di purezza e rispetto per la natura. La Maison ha accettato di buon grado questa scelta di Cedric con buona pace dei propri addetti marketing, che ovviamente avrebbero preferito un bel giallo Clicquot.

Due cose, primo non so che ne pensate voi, se vi piace o meno, ma io vi posso assicurare che poche persone sono riuscite a transitare dalla lounge Veuve Clicquot in Fiera senza toccare il packaging, la cui texture è incomprensibile solo fidandosi della vista.
Secondo, se decidete di sborsare 70 € (circa) per questo packaging o se qualche animo gentile ve lo regala, è vero che è biodegradabile, ma non è che dopo il primo uso siete costretti con la forza a trasformarlo in concime per lo striminzito geranio che avete sul micropico davanzale (non so perché ma presumo che di giardini manco l’ombra) potete riutilizzarlo per trasportare al fresco le vostre bottiglie ancora e ancora.

co-fondatrice e caporedattrice

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