Fútbologia: di calcio e rivoluzione

Io da bambino il calcio lo annusavo per procura. Unico dalle elementari alle medie a non saper dare due calci alla palla senza che questa finisse via con una svirgolata per ricader giù abbastanza lentamente da farmi rider dietro da tutti, il calcio lo sentivo dai racconti dei compagni di scuola, dalle puntate di Holly e Benji (oggetto di paragone con i colpi di classe delle “giovani promesse” – non mantenute – del paesello), dal mitico Milan, ufficialmente e storicamente la squadra del cuore di famiglia, non più tanto mitico dopo l’arrivo del Cavaliere, con mio padre che col suo fiuto da vecchio giovane-comunista si tenne il rosso ed abbandonò il rossonero (lo recuperai io, ma con la A cerchiata durante una breve parentesi anarchica giovanile) iniziando a snobbare con la nobile alterigia del cestista gli undici vs. undici che a testa bassa rincorrevano un pallone ma insegnandomi comunque ad apprezzare e a capire (dolorosamente, se non sai nemmeno lontanamente avvicinartici) il gesto atletico, lo spirito di gruppo, la regalità del campione vero, l’intelligenza dello stratega.
Poi arrivò l’era del bar, del circoletto di paese, i bicchieri di Verdicchio in palio con le partite a biliardino, le serate del fantacalcio a cui partecipavo solo come osservatore e bevitore, le lunghe discussioni sui brocchi e i fuoriclasse, le battute che facevo finta di capire, le elaborate bestemmie a sfondo calcistico, quella bella sensazione che ben descrive Tim Small nelle sue 16 buone ragioni per rinnegare il calcio e imparare ad amare il basket dell’NBA uscito su Studio qualche tempo fa:

Il calcio è il collante della Repubblica Italiana, è l’unico specchio attraverso il quale si possono avere lunghe, interessanti conversazioni – conversazioni alla pari! – con baristi di 63 anni, di poter tagliare i silenzi con i tassisti, di sentirsi parte della vita del paese.

Tim Small, Boom Shaka Laka

Quei silenzi con i tassisti io non sono mai riuscito a riempirli con altro che il meteo o la politica (terreno ben più scivoloso di un campetto di periferia la mattina presto) e di baristi di fiducia per fortuna ne ho sempre trovati di meno tifosi di me, ma il concetto comunque rimane: non sai niente di calcio ergo se non sei del tutto tagliato fuori lo sei comunque un po’ più della media. E se fuori dalla media si può stare bene, benissimo, ti rendi comunque conto che la vita, quella vera, sta altrove.
Poi non è che non sappia davvero niente di calcio. La teoria la so: nel ’90, a undici anni, in occasione dei mondiali, decisi di fare una raccolta a fascicoli – Campioni e Campionato 90/91 – e quell’anno sapevo tutto: chi giocava in quale squadra, i colori sociali di tutta la serie A e B, schemi, fuorigioco, statistiche. Pensai di cominciare dalla teoria per poi passare alla pratica, allenandomi segretamente e una volta acquistata un minimo di sicurezza entrare trionfalmente nella famigerata media. Raccolta finita, dunque. Fascicoli in ordine. Ma sul campo, preso il coraggio per una partitella tra coetanei, piazzato in difesa… Svirgolata, pausa, pausa. Paaaaausa. Tonf fuori dal campo. E per giunta dietro di me. Risate. Finita lì. Finita per sempre.

Passano gli anni e ad un certo punto, come per magia, con un bizzarro sincronismo, mentre il calcio italiano se ne andava a puttane, ho iniziato a tirar giù dagli scaffali delle librerie volumi sul calcio, complice la sempre attentissima ISBN di Massimo Coppola che negli ultimi anni ha sfornato libri di altissima qualità sull’argomento, opera di alcune tra le più raffinate penne del soccer journalism.
In pochissimo tempo mi sono letto, nell’ordine: Ajax, la squadra del ghetto, Calcio e potere, Calcionomica di Simon Kuper (tutti ISBN, l’ultimo scritto assieme a Stefan Szymanski). E dopo una parentesi Minimum Fax – Ogni maledetta domenica – sono tornato ad ISBN con L’alieno Mourinho e Il Barça, entrambi di Sandro Modeo. Il prossimo acquisto sarà Il ritorno di Zeman, libro + due dvd, ancora Minimum Fax. Tutte letture che consiglio. Ai tifosi per spolverarsi via dalla giacca un po’ di qualunquismo; agli outsiders come me per entrare a pié pari e da una porta “alternativa”, sull’argomento.

Piccola parentesi su Simon Kuper: se non riesce lui ad innestarti nel cervello un certo rispetto intellettuale per “lo sport più bello (e politicizzato) del mondo” non so davvero chi potrebbe. Ebreo inglese, nato in Sudafrica, cresciuto in olanda, attualmente di base a Parigi, Kuper è un virtuoso della penna, un esperto di economia ed un fine appassionato di calcio. Scrive regolarmente sul Financial Times, di pallone ma non solo, ed il secondo consiglio di questo post è di seguire i suoi articoli.

Ed arriviamo al motivo di questo post: giusto ieri leggo tra i tweets di Wu Ming – collettivo bolognese di scrittori attivissimi politicamente, già fondatori di quel meraviglioso punto d’aggregazione culturale virtuale d’alto livello che è Giap – uno strano titolo che odora di erba e pallonate: Fútbologia. La rivoluzione rotola?
Decido di approfondire e scopro che gli stessi Wu Ming sono coinvolti in un nuovo progetto. C’è già un sito – Fútbologia – un blog, una mascotte (il São Pedrinho), un manifesto.

Si può parlare un altro calcio.
I bei tempi non sono mai esistiti.
Abbiamo un piano. #Fútbologia.

Fútbologia sembra quasi un miraggio. Un comunicato perfetto. Un bel sito. Gente che pensa. Zero fuffa. E dietro, oltre a Wu Ming, nomi come Paolo Sollier (quello del mitico pugno chiuso), Christiano “Christo” Presutti ed una rete di professionisti e (ap)passionati come il già citato Simon Kuper, Gianni Minà, Guido Chiesa, Valerio Mastandrea, Diego Bianchi, John Foot, David Winner, David Goldblatt (googla chi non conosci ed apriti altri mondi) ai quali se ne aggiungeranno altri.

Si parte con un festival organizzato per ottobre a Bologna. Una tre giorni “per ripensare il calcio” con dibattiti, reading, proiezioni, concerti, torneo di calcetto, workshop per bambini di costruzione della palla e (immancabile) bar sport.
Per tutte le informazioni e per partecipare guarda il sito e lo stuolo di social networks a disposizione, compreso un archivio in costruzione su Pinterest e la cronaca in diretta dei Mondiali dell’82 su Tumblr.

Aspettando ottobre, nel frattempo continuo a “calcificarmi” e a prepararmi sull’argomento.
Con i tassisti, però, continuo a preferire il meteo e nelle chiacchiere da bar non mi ci avventuro ancora. Ascolto, piuttosto. E provo a non affogare nello stesso, ribollente mare di qualunquismo che non è poi così diverso da quello che sommerge lo spirito critico di noi italiani. Non è per il qualunquismo, dopotutto, che la Lega è diventata la Lega, che Berlusconi ha fatto i comodi suoi ed evitato processi per quasi vent’anni, che più della metà della gente che conosco, su twitter e facebook, si è sbrodolata di lodi e manifestazioni d’entusiasmo per salutare l’arrivo del Salvatore Mario Monti e qual è il motivo per il quale Grillo è al 17% con un falso movimento “dal basso”?

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