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PhMuseum Days: un nuovo, grande festival di fotografia contemporanea a Bologna

COSA
PhMuseum Days 2021
QUANDO
23 – 26 settembre 2021
DOVE
Binario Centrale @ DumBO, via Camillo Casarini 19, Bologna
INAUGURAZIONE
23 settembre | 18,00

Nata dall’idea del curatore e filmmaker bolognese Giuseppe Oliverio, la piattaforma PhMuseum è fin dal 2012 un nodo centrale nella galassia online della fotografia internazionale, ospitando i lavori di decine di migliaia di fotografe e fotografi di tutto il mondo, organizzando mostre online, concorsi, borse di studio, laboratori e portfolio review, e puntando soprattutto sui giovani talenti.

L’anno scorso, in piena pandemia, il progetto ha inaugurato anche una sede fisica a Bologna, il PhMuseum Lab, in via Paolo Fabbri 10/2a, uno spazio multifunzione che funge da studio per professioniste e professionisti e da spazio per laboratori e mostre (proprio con una mostra — Güle Güle di Jean-Marc Caimi e Valentina Piccinni — il PhMuseum Lab venne per la prima volta aperto al pubblico lo scorso settembre, mentre attualmente è in esposizione, fino a settembre 2021, il progetto Some Kind Of Heavenly Fire di Maria Lax).

Per celebrare il secondo anno di attività, tuttavia, è in programma un’iniziativa ben più ambiziosa: un festival — il primo di quello che ci auguriamo sia una lunga serie — che mira a fare di Bologna un luogo centrale nel panorama della fotografia contemporanea non solo italiana.

(foto: Silvia Rosi | courtesy: PhMuseum)

Il nome scelto per l’evento è PhMuseum Days e il titolo di questa prima edizione, prevista per fine settembre 2021, è più che mai “sul pezzo”: A New Beginning, «sia perché il festival rappresenta l’alba di una nuova avventura per PhMuseum» spiegano organizzatrici e organizzatori, «sia perché sarà un’occasione per ripensare il decennio appena iniziato e come affrontare le importanti sfide che porterà quali uguaglianza, sostenibilità, giustizia sociale, innovazione e tecnologia».

Il programma, che si articolerà lungo quattro giornate, è fitto di attività, tra mostre personali (di seguito le illustriamo una a una), un’installazione collettiva, workshop, conferenze, presentazioni di libri, revisioni di portfolio, proiezioni, performance e pure un’area dedicata all’editoria indipendente.
Il tutto si terrà dal 23 al 26 settembre presso il Binario Centrale di DumBO, enorme spazio in via Camillo Casarini 19.

Humanæ

di Angelica Dass

Humanæ è una riflessione insolitamente diretta sul colore della pelle che la fotografa brasiliana Angelica Dass porta avanti dal 2011 tramite una serie di ritratti. Il progetto tenta di documentare i veri colori dell’umanità evitando false etichette come bianco, rosso, nero e giallo spesso associate alla razza.
Humanæ è un lavoro in continua evoluzione che cerca di dimostrare che ciò che definisce l’essere umano è la sua inevitabile unicità e, quindi, la sua diversità. Lo sfondo di ogni ritratto è riempito con una tonalità dello stesso colore di un campione di 11×11 pixel prelevato dal naso del soggetto e abbinato al pallet industriale Pantone® che, nella sua neutralità, mette in discussione le contraddizioni e gli stereotipi legati alle questioni di razza.
Il dialogo diretto e personale con il pubblico e l’assoluta spontaneità della partecipazione sono valori fondamentali del progetto che lo connotano con una forte vena di attivismo. Il progetto non seleziona partecipanti e non è stata fissata una data per il suo completamento. Da persone incluse nelle liste di Forbes, a rifugiati che hanno attraversato il Mar Mediterraneo in barca, più di 4000 persone ritratte in 20 paesi e 36 città diverse fanno parte del progetto Humanae al di là di ideologia, identità di genere, fascia di età o menomazione fisica.
Humanae è un progetto collettivo. Tutti noi, senza etichette.

Angelica Dass, “Humanæ”
(© Angelica Dass | courtesy: PhMuseum)

Encounter

di Silvia Rosi

In Encounter la fotografia Silvia Rosi esplora la storia recente della propria famiglia e la propria identità di donna italiana di discendenza africana.
Ispirata da un’immagine del suo album di famiglia che ritrae la madre dell’artista da giovane come commerciante al mercato di Lomé in Togo, Rosi ha ripercorso il percorso migratorio affrontato dai suoi genitori alla fine degli anni ’80 per raggiungere l’Italia. Utilizzando un’estetica che fa riferimento alla scuola di ritratti in studio dell’Africa occidentale, Rosi esegue di fatto una vera e propria performance narrativa partendo dalla figura di sua madre in veste di musa e ricreando storie familiari narrate grazie alla combinazione di fotografia, testo e video. L’atto di portare oggetti con la testa, per esempio, è un’abilità tradizionalmente trasmessa di madre in figlia che risulta centrale nel progetto di Rosi.
Encounter è una storia profondamente personale che nel contempo tratta tematiche universale. Un tentativo di recuperare una tradizione che è stata persa attraverso la migrazione e la sua posizione di europea. Un omaggio all’album di famiglia che rappresenta un oggetto in continua trasformazione e ricontestualizzazione con il passare del tempo e il progredire delle relazioni.

Silvia Rosi, “Encounter”
(© Silvia Rosi | courtesy: PhMuseum)
Silvia Rosi, “Encounter”
(© Silvia Rosi | courtesy: PhMuseum)
Silvia Rosi, “Encounter”
(© Silvia Rosi | courtesy: PhMuseum)

Fading Senses

di Ligia Popławska

Il progetto Fading Senses di Ligia Popławska affronta il tema della “solastalgia”, un concetto relativamente nuovo per comprendere le implicazioni della perdita degli ecosistemi sulla nostra salute mentale ed emotiva.
Che sia legata al lutto per ciò che è già perso o all’eco-ansia dovuta da ciò che potrebbe accadere, riflette lo zeitgeist del nostro tempo. Si tratta di un problema crescente in una società afflitta da cambiamenti climatici evidenti e si manifesta in un sentimento di dislocazione e di perdita del presente caratterizzati dalla prospettiva di un mondo in dissolvenza e da uno stato di deprivazione sensoriale.
Partendo dall’esperienza personale che ha visto la stessa fotografa perdere temporaneamente uno dei suoi sensi, il lavoro prova a tradurre visivamente questo stato mentale e a metterci in guardia sugli effetti più sottili e pericolosi dei cambiamenti climatici. Durante il processo di ricerca fotografico, Popławska è stata attratta attratta da luoghi legati alla nozione di presunta stabilità e protezione, come possono essere un architettura socialista, lo spazio di uno zoo, una casa per ipovedenti o un centro acrobatico. Concentrandosi su questi luoghi e sulle persone che li abitano, ha poi cercato quei segni visivi di disconnessione che potessero riflettessero una sensazione di insicurezza.
Essendo fortemente preoccupata per l’impatto della solastalgia, Popławska infine si è interrogata su cosa succederebbe se perdessimo i nostri sensi e in che modo questa perdita potrà influire sulla nostra salute emotiva e sulla memoria in questi tempi di estinzione di massa. Fading Senses è un progetto sottile e potente che ci fa riflettere e sottolinea la crescente disconnessione dell’uomo dal suo habitat naturale.

Ligia Popławska, “Fading Senses”
(© Ligia Popławska | courtesy: PhMuseum)
Ligia Popławska, “Fading Senses”
(© Ligia Popławska | courtesy: PhMuseum)

Human

di Fabiola Cedillo

Partendo da alcune domande esistenziali sul significato e l’essenza stessa della nascita, la fotografa ecuadoriana Fabiola Cedillo indaga il bisogno di riproduzione dell’essere umano che sia con un partner o in forma indipendente, in modo naturale o grazie alla scienza.
Il suo progetto Human osserva come le Tecniche di Riproduzione Umana Assistita (TRHA) abbiano portato cambiamenti nelle strutture familiari, creando nuove forme di legami sociali e di conseguenza alterando alcune nostre convinzioni. Al giorno d’oggi la nascita di un bambino è accompagnata, in alcuni casi, da diverse persone oltre al padre e alla madre. Possiamo menzionare, ad esempio, il donatore di sperma, il donatore di ovuli o la donna che ha ospitato la maternità surrogata, senza contare i medici e i biologi.
Il TRHA ci mette di fronte a tematiche quali l’atemporalità, l’illusione, l’eternità e l’onnipotenza. Grazie a tecnologia e scienza possiamo far partorire una donna vergine. Siamo in grado di trapiantare gli uteri negli uomini che possono così passare attraverso l’esperienza della gravidanza. Quando la scienza interviene ha il potere di creare un mondo sconosciuto in cui quello che appare come un controllo totale arriva paradossalmente solo fino a un certo punto.
In questo contesto Cedillo ci ricorda l’allegoria di Frankenstein presa come esempio per mostrare anche una certa perplessità verso ciò che lo sviluppo scientifico può comportare. Con l’avanzare della tecnologia ci troviamo di fronte a possibilità senza precedenti e difficili da prevedere. Viene quindi spontanea una domanda fondamentale al centro di questa ricerca. Fino a che punto possiamo osare?

Fabiola Cedillo, “Human”
(© Fabiola Cedillo | courtesy: PhMuseum)
Fabiola Cedillo, “Human”
(© Fabiola Cedillo | courtesy: PhMuseum)
Fabiola Cedillo, “Human”
(© Fabiola Cedillo | courtesy: PhMuseum)

Natur-e

di Alejandro Chaskielberg

La pandemia ha sorpreso il fotografo argentino Alejandro Chaskielberg mentre viaggiava insieme a sua figlia Lara attraverso la Patagonia. Decisi a non tornare in città hanno affrontato una lunga quarantena scambiando i confort della loro casa di Buenos Aires con una piccola casa nel bosco dove hanno attraversato il rigido inverno patagonico. Lara ha fatto la sua scuola di terza elementare con una connessione Internet lenta e senza video.
Sono stati mesi di espansione creativa senza precedenti per entrambi in cui hanno imparato a raccogliere mele, cucinare funghi e allevare lepri in netto contrasto con il loro stile di vita e la situazione nelle città del mondo. In questo contesto nasce il progetto Natur-e, una nuova natura pixelata visibile attraverso gli schermi dove il fuoco viene usato come metafora per bruciare la vecchia normalità.
Natur-e è un diario visivo di quei mesi passati nel bosco, in cui Chaskielberg e sua figlia raccontano il processo di adattamento a questo territorio e come siano rimasti in contatto con il mondo grazie alla tecnologia. Una nuova forma di sentirsi connessi con la natura e con il mondo, grazie alle interazioni digitali che oggi caratterizzano le nostre vite.

Alejandro Chaskielberg, “Natur-e”
(© Alejandro Chaskielberg | courtesy: PhMuseum)
Alejandro Chaskielberg, “Natur-e”
(© Alejandro Chaskielberg | courtesy: PhMuseum)

C-R92/BY

di Samuel Fordham

C-R92/BY di Samuel Fordham parla di smart-family in tempo di Brexit.
L’autore parte dalla sua esperienza personale a seguito dell’espulsione della moglie e del figlio dal Regno Unito, un Paese che oggi impiega una delle politiche sull’immigrazione familiare più divisive al mondo a causa delle quali migliaia di famiglie britanniche sono forzatamente separate dal Ministero degli Interni. Famiglie che di conseguenza, devono comunicare tramite “moderni mezzi di comunicazione” e che vengono chiamate “Famiglie Skype”.
Il progetto di Fordham rappresenta una meditazione sulle relazioni a distanza tenute vive grazie all’uso della tecnologia in un mondo in cui sempre di più la nostra presenza è caratterizzata da immagini bidimensionali condivise su schermi digitali che danno vita a nuove forme di interazione. L’autore combina fotografie, documenti e testimonianze altrui con la sua storia personale caratterizzata dall’assenza fisica di familiari stretti e sembra chiedersi che cosa significhi prendere l’inconfutabilmente unico e trasferirlo nell’infinitamente replicabile.
Il lavoro vuole inoltre dare voce alla difficile situazione in cui si trovano tante famiglie in simili circostanze, spesso aggravate dall’ascesa dei nazionalismi e dall’innalzamento di muri burocratici frutto di alcune politiche recenti.

Samuel Fordham, “C-R92/BY”
(© Samuel Fordham | courtesy: PhMuseum)
Samuel Fordham, “C-R92/BY”
(© Samuel Fordham | courtesy: PhMuseum)

Afterlife

di Vasantha Yogananthan

Afterlife è il sesto capitolo del progetto a lungo termine di Vasantha Yogananthan, A Myth of Two Souls, che si basa sul racconto epico Il Ramayana.
Traendo ispirazione dalle immagini associate a questo mito e dalla sua pervasività nella vita quotidiana indiana, Vasantha Yogananthan ha ripercorso il leggendario percorso dal nord al sud dell’India, un viaggio nel tempo e nello spazio che offre una rivisitazione moderna del racconto. Afterlife racconta il passaggio relativo alla sanguinosa guerra tra l’esercito di Ravana e l’esercito di Rama. Come suggerisce il titolo, il capitolo tratta i temi della morte e della reincarnazione. La serie può essere letta come un’esplorazione visiva della discesa di un uomo nell’oscurità dell’anima.
Scattate in Rajasthan e Tamil Nadu nel corso di due edizioni di Dussehra, il festival indiano che celebra la vittoria del bene sul male, le immagini non documentano i festeggiamenti. Si concentrano invece sulla trance che le persone cercano di raggiungere notte dopo notte, come se durante una settimana gli fosse permesso di fuggire dai loro corpi per diventare qualcos’altro. Le immagini sono state poi lavorate da Yogananthan in studio dove l’autore ha realizzato dei collage mescolando diverse immagini per porre lo spettatore in uno stato di disorientamento.
Tramite questo progetto Yogananthan ci ricorda che le tensioni e le difficoltà che stiamo vivendo sono una costante nella storia umana e, come è spesso accaduto in passato, bisogna attraversare dei momenti bui per rivedere la luce.

Vasantha Yogananthan, “Afterlife”
(© Vasantha Yogananthan | courtesy: PhMuseum)
Vasantha Yogananthan, “Afterlife”
(© Vasantha Yogananthan | courtesy: PhMuseum)
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